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A pochi mesi dalle elezioni presidenziali Dimitrij Medvedev annuncia la candidatura di Vladimir Putin come suo successore al Cremlino. Medvedev, invece, con ogni probabilità dovrebbe riappropriarsi della carica di Primo ministro, al momento ricoperta proprio dall’ex capo del KGB. Vi proponiamo in successione due articoli che fanno il punto sulla situazione politica russa e analizzano in profondità i possibili scenari futuri di un Paese che sembra sempre più diretto verso un regime autoritario

 

ALTERNANZA IN DEMOCRAZIA – In una democrazia effettiva il principio dell’alternanza riveste un ruolo chiave per la credibilità delle istituzioni rappresentative. La facilità nel succedersi, prerogativa delle libere elezioni, di sovente mette al riparo dai rischi legati ad eccessivi accentramenti di potere. Tale alternanza va ricercata non solo all’interno delle strutture partitiche bensì tra le coalizioni di governo che si formano di volta in volta, affinché queste possano garantire una certa continuità nell’interesse comune e soprattutto una valida alternativa programmatica agli occhi degli elettori e dell’opinione pubblica in generale. Cosa accadrebbe, invece, se lo scambio di posizioni di potere avvenisse unicamente tra due interlocutori facenti parte oltretutto del medesimo partito predominante? La suddetta questione trova un riscontro pratico in ciò che ha luogo da oltre un decennio nella Repubblica Federale Russa, dove due attori politici si alternano al potere con una rischiosa e duratura continuità: Vladimir Putin e Dimitrij Medvedev.

 

L’ETERNO RITORNO – Durante l’ultimo congresso di Russia Unita, il primo partito della nazione, con una formula quasi teatrale sono state rivelate le strategie future dei due leader: Medvedev e Putin come già accaduto nel 2008 si scambieranno nuovamente i ruoli. Strada spianata dunque per l’elezione di Putin al Cremlino nel marzo 2012 e per quella di Medvedev come Primo ministro alle elezioni politiche di dicembre 2011. In condizioni di libere elezioni l’appuntamento con il voto dovrebbe essere incerto o quantomeno conservare un certo grado imprevedibilità, in questo caso invece, i giochi sembrano già chiusi ancor prima che la competizione abbia inizio.

 

PERICOLOSA EGEMONIA – Non è un mistero, infatti, che dopo l’uscita di scena di Boris Eltsin, Vladimir Putin abbia progressivamente accentrato nella sua persona tutta una serie di poteri. I primi due mandati al Cremlino (2000-2004 e 2004-2008) sono serviti al politico di San Pietroburgo per consolidare una posizione già all’epoca più che solida. La parentesi targata Dimitrij Medvedev (2008-2012), colui che per molti doveva rappresentare l’erede di Putin nel segno di una continuità più moderata, si è rivelata in realtà una mera soluzione ponte necessaria per scavalcare l’ostacolo costituzionale legato all’impossibilità di spingersi oltre i due mandati consecutivi. Un problema che sarà presto superato anche per ciò che concerne la durata del mandato: tramite modifica della legge costituzionale è stato esteso l’incarico presidenziale da quattro a sei anni. Allo stato attuale dei fatti, dunque, Putin potrebbe essere il futuro presidente della Russia fino al 2024, una prospettiva più che credibile. Durante la presidenza Medvedev non sono mancati alcuni screzi tra i due leader russi, incomprensioni tuttavia sempre rientrate senza troppi clamori. La sensazione è infatti che Putin abbia sempre avuto ben saldo il controllo della politica di Mosca, cedendo soltanto parte della visibilità mediatica al suo alter ego. Alcune controverse situazioni mai del tutto chiarite contribuiscono a collocare il politico Putin in un quadro fatto di molte ombre e poche luci; in particolare i rapporti con i magnati dell’energia russa, la gestione dell’annosa questione legata alla Cecenia, la sudditanza di una buona fetta dei mass media ed un’opposizione, sia interna al partito che esterna, ridotta da tempo al lumicino. In una Russia in cui il bisogno di rinnovamento a tutti i livelli appare di vitale importanza la riproposizione di una figura come Putin potrebbe spingere il Paese verso un preoccupante immobilismo sociale che, come già accaduto in passato, avvantaggerebbe elitarie minoranze a scapito del resto della popolazione.

 

Andrea Ambrosino

redazione@ilcaffegeopolitico.net

 

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