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martedì 7 Aprile 2020
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    L’influenza della Covid-19 sull’economia cinese

    I provedimenti per arginare il Covid-19 in Cina e in Europa sono drastici. Oltre ad aver cambiato le abitudini della popolazione, hanno sconvolto il mondo sanitario, economico e finanziario.

    Chi fa la politica estera?

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    Riprende la nostra rubrica volta a ripercorrere le tappe fondamentali della storia delle relazioni internazionali del nostro Paese. In questi ultimi articoli arriviamo finalmente ai giorni nostri, cercando di tracciare le linee in atto e di formulare, infine, alcune prospettive. In questo articolo parliamo di come, negli ultimi anni, il Governo abbia in parte “abdicato” alla sua prerogativa di gestire la diplomazia, mentre alcuni grandi orientamenti di politica estera vengano impressi dalle principali aziende che investono e importano all’estero

     

    A CHI SPETTA LA DIPLOMAZIA – Nella politologia e nel diritto internazionale, la sovranità viene definita con alcuni pochi, ma importanti requisiti su cui essa si deve poggiare. Uno Stato è definito tale se ha un popolo e un territorio sul quale esercitare la sovranità. Inoltre, l’entità statale è tale per cui “superiorem non recognoscet”: in base a questo criterio la gestione della diplomazia e della politica estera spettano, o dovrebbero spettare, solo allo Stato. In realtà, in base al principio di sussidiarietà verticale, secondo il quale alcune prerogative possono essere delegate ai livelli di Governo inferiori e superiori, negli ultimi anni abbiamo assistito in Europa ad una moltiplicazione delle “diplomazie”. In Italia, da una parte il decentramento ha fatto sì che Regioni e Province portino avanti proprie iniziative in tema di politica estera (soprattutto nell’ambito della cooperazione internazionale), dall’altra l’ormai lungo dibattito sulla necessità di avere una politica estera comune dell’Unione Europea ha portato alla creazione di un Alto Rappresentante della UE, attualmente impersonato dalla impalpabile Catherine Ashton. Il principio di sussidiarietà, però, può anche essere inteso in senso “orizzontale”, ovvero come passaggio di consegne dal settore pubblico a quello privato. È un concetto che sta prendendo abbastanza piede nel nostro Paese e che, forse involontariamente, da alcuni anni si può applicare anche alla politica estera nazionale.

     

    SE IL PRIVATO SORPASSA IL PUBBLICO – Si può sostenere infatti che da alcuni anni l’Italia non abbia una politica estera ben definita e che le nostre relazioni internazionali trascurino alcune regioni chiave del mondo, come India, America Latina e i principali Paesi in via di sviluppo dell’Africa sub-sahariana. La proiezione verso l’altra sponda del Mediterraneo, dettata da caratteristiche squisitamente geopolitiche, rimane, anche se indebolita e resa più incerta dopo la discussa vicenda dell’intervento Nato in Libia. Per il resto, si potrebbe dire che gran parte della politica estera italiana degli ultimi anni sia il frutto della “diplomazia personale” condotta dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, volta a rafforzare i legami con alcuni Stati governati da amici del premier: la Libia dell’ormai ex leader Muhammar Gheddafi, la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, Panama governato dall’imprenditore Ricardo Martinelli, e soprattutto la Russia di Vladimir Putin. Relazioni in alcuni casi discutibili e al limite dell’opportuno, come con la Bielorussia controllata dall’ultimo dittatore europeo, Aleksandar Lukashenko. Dall’altra parte, invece, gran parte delle relazioni internazionali economiche del nostro Paese sono tessute e intrattenute dalle più grandi aziende che hanno grandi interessi all’estero e che possono esercitare anche una certa influenza a livello istituzionale. Alcune di esse sono a partecipazione statale – Eni e Finmeccanica per esempio – ma il ruolo delle principali istituzioni politiche è spesso marginale nel determinarne le scelte e gli orientamenti.

     

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    GLI ATTORI PRINCIPALI – E’ indubbio che uno dei ruoli principali, per le implicazioni non solo economiche ma anche geopolitiche e geostrategiche, sia giocato dalle aziende energetiche, Eni ed Edison in particolar modo. Eni è presente attualmente in 79 Paesi mondiali e si occupa di esplorazione, estrazione e lavorazione di idrocarburi. Per dare un’idea immediata, nel 2010 l’azienda multinazionale ha prodotto 1,815 miliardi di boe (barili equivalenti) di idrocarburi al giorno, venduto 97,06 miliardi di metri cubi di gas e realizzato un utile di 6,32 miliardi di euro. Le attività di Eni sono diffuse pressochè in tutti i continenti: in America (Canada, Stati Uniti, Venezuela, Brasile soprattutto), Africa (Nigeria, Gabon), Asia (Khazakstan, Indonesia). Il Nordafrica e il Medio Oriente sono aree di attività molto importanti, con la Libia elemento strategico. Le operazioni belliche in corso nei mesi passati ha costretto l’azienda a bloccare la produzione, che però sta per essere riavviata proprio in queste settimane. Anche Edison è una realtà molto importante, attiva non solo nella produzione e distribuzione di energia elettrica ma anche nel settore degli idrocarburi. Presente in Europa, Nordafrica e Medio Oriente, è coinvolta nella realizzazione del gasdotto Galsi, che collegherà l’Algeria all’Italia attraverso la Sardegna, insieme ad altre importanti aziende come Enel, Sonatrach, Gruppo Hera e Snam (quindi ancora Eni). In ambito energetico vanno poi citate anche Enel e Terna, attive rispettivamente nella produzione e distribuzione di energia elettrica: mercati importanti di riferimento sono l’America Latina e i Balcani. Nel settore automobilistico, le attività di Fiat all’estero sono probabilmente le più conosciute. Dopo l’acquisto di Chrysler il gruppo è sbarcato anche negli Stati Uniti, ma è attivo anche nel resto dell’Europa e in Sudamerica: i Paesi Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) rappresentano il secondo mercato per ricavi, con il 27,9% del totale (più dell’Italia, che rappresenta il 27,3% del mercato italiano). Brasile e Argentina sono strategici sia per la produzione (stabilimenti di Belo Horizonte e Cordoba) che per la vendita. Il Sudamerica è molto importante anche per Telecom e Tim (dove in Brasile detiene una quota importante del mercato della telefonia mobile), per Pirelli e per Finmeccanica, il gruppo a partecipazione statale che rappresenta il fiore all’occhiello dell’industria nazionale per quanto riguarda il settore della Difesa. Agusta e Alenia, attive nella produzione di aeromobili, sono attive in joint-venture con la brasiliana Embraer, quarto produttore mondiale, o semplicemente accaparrandosi commesse con compagnie aeree locali.

     

    CONCLUSIONI – L’elenco presentato sopra potrebbe risultare probabilmente stucchevole, ma è importante per sottolineare il valore strategico delle nostre multinazionali che producono e vendono all’estero, in particolare in grandi mercati emergenti come quello brasiliano che sono invece sostanzialmente ignorati dalle istituzioni politiche, almeno da quelle centrali. Le grandi aziende, insomma, contribuiscono nel nostro Paese a determinare gli orientamenti della politica economica estera. E, in fondo, non hanno nemmeno troppo bisogno del sostegno della diplomazia nazionale per investire e vendere i loro prodotti. In realtà, chi avrebbe davvero bisogno di un sostegno continuo delle istituzioni statali e di una politica estera ben strutturata ed indirizzata, conscia del concetto di interesse nazionale (che solitamente non cambia a seconda dei colori politici o delle amicizie personali di chi è al Governo) sono le centinaia di migliaia di piccole e medie imprese che costituiscono la fitta trama del tessuto economico nazionale. In più, la recente soppressione dell’ICE (Istituto per il Commercio Estero), decisa nella manovra economica approvata quest’estate, potrebbe privare le imprese di un punto di riferimento istituzionale che, almeno in passato, aveva avuto una certa importanza. Le competenze dell’Istituto sono state trasferite al Ministero dello Sviluppo Economico, ma ancora non è chiaro cosa accadrà in termini concreti. Appare però scontato che, in un periodo critico come quello attuale, la promozione delle nostre esportazioni dovrebbe essere una delle linee prioritarie della nostra politica estera.

    Davide Tentori
    Davide Tentori

    Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Esperto di Politiche Commerciali. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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