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martedì 7 Aprile 2020
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    Nella seconda parte dell’articolo volto a ripercorrere le tappe principali della politica estera italiana durante gli anni ’80, puntiamo l’attenzione sul ruolo da leader che il Governo socialista di Bettino Craxi volle dare al nostro Paese in Medio Oriente e Nord Africa. I rapporti amichevoli con la Libia di Gheddafi – ma anche con la Tunisia – risalgono a quest’epoca, così come l’inizio del nostro impegno in Libano attraverso la missione delle Nazioni Unite UNIFIL

     

    Leggi qui la prima parte dell’analisi

     

    GLI ARABI E GLI INTERESSI IN MEDIO ORIENTE – Ma la politica mediorientale del’Italia non era solo basata sui valori della carta dell’ONU, ma anche sul perseguimento di interessi di politica estera, economica e strategica, ben definiti. E non si è limitata alla sola Palestina. Già nel 1982 l’Italia aveva partecipato senza esitazioni (seppure in seguito alcune polemiche ci sarebbero comunque state) alla missione UNIFIL in Libano, ponendosi come uno degli attori principali di tale azione politico-militare-diplomatica, che ancora oggi ci vede in prima linea nel Paese dei Cedri. Allo stesso modo, in quegli anni, mentre tutto il mondo criticava e isolava il regime libico di Gheddafi, accusato di sostenere il terrorismo internazionale, l’Italia mostrava di aver appreso appieno le fondamenta della Realpolitik che l’avrebbero portata ad essere un partner commerciale di primo piano per Tripoli e, all’inverso, ad avere interessi privilegiati in Libia, seppur con uno stile sicuramente più sobrio rispetto ai fasti di matrice berlusconiana che avrebbero caratterizzato la relazione bilaterale venti anni dopo. L’ex Ministro degli Esteri e Ambasciatore libico in Italia, Abdurrahman Shalgam, e Andreotti, hanno confermato nel 2008 che fu il governo italiano, nella persona di Craxi, ad avvertire Gheddafi dell’imminente bombardamento statunitense contro la residenza del Colonnello nel 1986, come rappresaglia per gli attentati in una discoteca di Berlino, che costarono la vita a molti cittadini statunitensi e furono sponsorizzati dal regime libico. In quell’occasione, Gheddafi riuscì a salvarsi dal raid aereo, ma morirono circa 60 persone, tra cui la figlia adottiva del Colonnello stesso. Si tratta dunque di un favore che l’Italia fece alla Libia, ritenendo il raid un atto contro il diritto internazionale e volendo acquisire una posizione di vantaggio negli affari libici, dal petrolio alla finanza.

     

    NON SOLO LIBIA: I RAPPORTI CON LA TUNISIA – L’Italia in questi anni vuole esser protagonista nel Mare Nostrum e la Tunisia diventa dunque un altro oggetto dell’interesse di Roma. Siamo in una fase in cui l’Algeria, pur visitata dai Ministri del governo Craxi  -in quello che a metà anni Ottanta fu un vero e proprio tour dell’esecutivo italiano nelle maggiori capitali dei Paesi arabi per ricevere la simpatia e porre le basi per rapporti preferenziali con quel mondo-, è in un periodo di forti tensioni sociali. Le forze islamiste prendono sempre più terreno e la vicina Tunisia è governata dal vecchio Presidente Habib Bourghiba, che tratta con il pugno di ferro i movimenti islamisti. In questa cornice, nel novembre del 1987, i servizi segreti italiani, insieme a quelli francesi, dirigono indirettamente o meno la successione di Ben Ali, ritenuto un uomo d’ordine, che avrebbe saputo riportare fermezza politica nell’area ed evitare una pericolosa deriva di destabilizzazione che avrebbe interessato, per vicinanza geografica, anche l’Italia. E ancora: le forniture di armi all’Iraq di Saddam Hussein in funzione anti-Iran, durante la guerra tra i due Paesi (1980-1988), ma allo stesso tempo i contatti con Teheran per garantirsi alcune commesse commerciali ed energetiche; l’appoggio al regime somalo di Siad Barre con il trasferimento di armamenti a Mogadiscio, mentre questa è in guerra con l’Etiopia, come tentativo di determinare le sorti del Corno d’Africa e allo stesso tempo di fermare l’influenza sovietica nell’area. E continua l’antagonismo con Israele: il 1° ottobre del 1985, in risposta ad un attacco armato condotto da elementi dell’OLP a Larnaca (Cipro), che aveva causato la morte di tre civili israeliani, l’aviazione di Israele bombardò pesantemente il quartier generale di Arafat a Tunisi, uccidendo circa 70 persone, anche se lo stesso Arafat riuscì a sfuggire al raid. Il governo italiano, quasi unanime, condannò duramente l’azione israeliana e Andreotti, solidarizzando con i Paesi arabo, arrivò ad equipararla alle Fosse Ardeatine.

     

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    UNA POSIZIONE AUTONOMA – L’Italia, dunque, sotto la guida di Craxi e Andreotti aveva una posizione politica e diplomatica che si differenziava da quella di semplice satellite statunitense. Roma svolgeva un ruolo di mediazione importante ed era pronta ad esercitare la sua influenza da Damasco a Tunisi, passando per Mogadiscio e Baghdad. Alla base di questa politica vi era la personalità di esponenti politici che seppero dare al nostro Paese la visibilità e la credibilità di cui necessitava presso le ambasciate arabe. L’azione governativa muoveva dalla constatazione che, per fare la pace, sarebbe stato necessario dialogare con tutti. Partendo da tale assunto, Roma fu davvero protagonista in quella parte di mondo così martoriata dalla guerra. Tangentopoli, la fine della Guerra Fredda, la polarizzazione interna tra berlusconiani e anti-berlusconiani, l’appiattimento della propria politica mediorientale alle posizioni statunitensi ed israeliane, sarebbero stati tutti fattori che avrebbero fatto cessare quell’epoca.

     

    Stefano Torelli

    Redazione
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