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Seconda parte – Concludiamo il viaggio tra Cina e Thailandia lasciando il Xinjiang per spostarci nel Pattani, regione che fa la guerra a Bangkok e che è composta da una maggioranza della popolazione di religione islamica. Le rivendicazioni di queste minoranze etnico-religiose hanno una rilevanza tipicamente geopolitica: le implicazioni in gioco sono infatti un intreccio di motivazioni territoriali, economiche, energetiche e sociali.

 

LA RIBELLIONE NEL PATTANI: UN OSTACOLO AGLI INTERESSI ENERGETICI – Dal gennaio 2004, quando l’allora primo ministro Thaksin Shinawatra aveva sottoposto il Pattani alla legge marziale, fino ad oggi le vittime della “guerra civile” che ha opposto i ribelli musulmani malay al governo di Bangkok sono migliaia.

L’acutizzazione delle hard policies adottate dalle autorità centrali thailandesi nei confronti dei guerriglieri del Pattani United Liberation Organization (PULO) e del Barisan revolusi nasional (BRN) è seguita agli attentati dinamitardi diretti a scuole, edifici militari e di polizia rappresentativi dell’ordine statale costituito. Ma l’adozione di politiche repressive e l’intervento dell’esercito hanno innescato un’escalation di violenze senza precedenti. Nell’ottobre 2004, dopo esser stati arrestati dai militari, 80 musulmani malay sono deceduti per soffocamento dentro il camion in cui erano internati: l’uso del pugno di ferro ha ingenerato la stagnazione e la polarizzazione dello scontro, pertanto l’impasse del processo dei negoziati tra ribelli e governo.

 

I PRODROMI DELLE OSTILITÀ – Per comprendere le ragioni del conflitto intra-nazionale che affligge il sud della Thailandia occorre risalire alle sue radici, fino al 1902, quando l’antico Regno malese Pattani venne formalmente inglobato nel Ratcha-anachak Thai, nel Regno dei Thai.

Il re Vajiravudh concentrò da subito i propri sforzi nella realizzazione di un ambizioso piano di modernizzazione, su modello occidentale, i cui nodi focali erano il nazionalismo ed assimilazionismo etnocentrico. Con l’introduzione dell’uso dei cognomi e la concessione della nazionalità agli immigrati cinesi, tutti cominciarono a chiamarsi “thai”, persuasi ad auto-percepirsi quali membri di un’unica ed omogenea nazione monarchica, sotto l’egida della bandiera rosso, bianco e blu che rifletteva il nuovo sistema di poteri: la nazione, la religione e il re.

 

LE FALLE DELL’ASSIMILAZIONISMO – È nel fallimento della politica assimilazionista nelle tre province dell’estremo sud della Thailandia e nella sempre viva discrepanza identitaria tra il gruppo minoritario malay di fede musulmana (4 milioni in tutto il Paese) e la maggioranza thai di credo buddhista Theravada (62 milioni) che va ricercata la fonte di questo stallo conflittuale.

Laddove l’identità religiosa si configura come identità etnica e culturale, l’etno-nazionalismo si rafforza estendendo il proprio spazio di azione dalla dimensione politica a quella religiosa, e confondendone il confine.

Yingluck Shinawatra dovrà tener in conto che per rendere efficace la lotta al separatismo propugnato dai malay è prioritariamente necessario colmare il vuoto politico e di consenso nel Pattani, evitare che la Jemaah Islamiyah, l’organizzazione terroristica legata ad Al Qaeda operativa nel sud-est asiatico, ingerisca strumentalmente nella ribellione per guidarla ed insediarsi nel Paese. Tuttavia, ben più del rischio della deriva qaedista del movimento indipendentista malay, ad emergere è l’antinomia di una nazione disaggregata, con una duplice faccia, che corre a due diverse velocità: un nord modernizzato e un sud che fatica a svilupparsi, con un basso livello di alfabetizzati, una scarsa rappresentanza politica a livello nazionale e un’amministrazione inefficiente.

Le istanze avanzate dai ribelli malay si inscrivono più nel contesto localistico, strettamente connesso al malessere sociale, che nell’ampia dimensione globale del terrorismo transnazionale.

 

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INTERESSI ENERGETICI – La Thailandia segue l’esempio cinese e punta sullo sviluppo economico e sulla diffusione dei benefici sociali ai musulmani malay quale mezzo per neutralizzare le pulsioni indipendentiste intestine. Questo è infatti l’obiettivo di Bangkok che ha ispirato il parternariato strategico sino-thailandese: ridurre la dipendenza energetica dal Golfo Persico e dall’Africa; by-passare il vulnerabile “collo di bottiglia” dello Stretto di Malacca; costruire lo Strategic Energy Land Bridge (costo 600-800 milioni di $), un oleodotto lungo 150 miglia che solcherà l’istmo di Kra e confluirà direttamente nel mar delle Andamane. La stabilità nel Pattani è pertanto indispensabile per la messa in sicurezza delle condutture e delle pipelines che garantiscono il flusso di petrolio e di gas dal Golfo del Bengala al Golfo di Thailandia.

È un limes labile quello che separa l’assimilazionismo dall’esclusione delle minoranze, labile come quello lungo il quale si spiegano gli interessi energetici delle potenze regionali in ascesa e si combattono da una parte il terrorismo e dall’altra il separatismo.

 

Dolores Cabras

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Redazione

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