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Uno sguardo verso la Russia, che cerca di riproporsi come potenza geopolitica, grazie soprattutto alla sua immensa dotazione di gas naturale Ecco, nella prima parte dell’intervista al giornalista Stefano Grazioli, le implicazioni di questo fenomeno

Stefano Grazioli è nato a Sondrio nel 1969. Ha studiato a Berlino e Milano, ha lavorato in Germania per media italiani e tedeschi (Deutsche Welle), prima di trasferirsi in Austria. A Vienna ha diretto tra l'altro la redazione online del quotidiano Kurier fino al 2002. Dal 2003 vive tra Bonn, Sondrio e Mosca lavorando come autore freelance per testate svizzere e italiane, occupandosi soprattutto di Russia e Asia Centrale. Recentemente ha dato alle stampe “Gazprom nation”, in cui racconta in maniera approfondita e rigorosa la Russia di Putin e l’asia centrale post sovietica del nuovo “great game”, attraverso la sua esperienza di corrispondente e le parole dei protagonisti.

Al “Caffè Geopolitico” Stefano ha concesso una luna intervista. Nella prima parte il giornalista risponde ad alcune domande sulla situazione interna della Russia di oggi.

A distanza di un anno e mezzo dall’elezione di Medvedev e dal passaggio di Putin al ruolo di primo ministro, cosa si può concludere rispetto al nuovo equilibrio di potere in Russia?

 

Medvedev è al Cremlino perché ce l’ha messo Putin. Fanno parte della stessa squadra e si dividono benissimo i ruoli di good and bad cop sulla scena interna e quella internazionale. Naturalmente ognuno ha i suoi favoriti e i suoi sponsor di riferimento, ma in definitiva si tratta di gruppi destinati a trovare compromessi, non a distruggersi a vicenda. La torta basta per tutti.”

 

Nel suo libro si fa spesso riferimento ai doppi standard, concetto che usa per definire l’atteggiamento dell’occidente nei confronti della Russia, può spiegarne il senso? E’ possibile in Russia un sistema democratico in linea con gli standard occidentali o la spartizione del potere tra civiliki (uomini di potere scelti da Medvedev tra gli ex compagni dell'università di S.Pietroburgo diventati poi dirigenti di Gazprom e delle sue filiali) e siloviki (uomini di potere cooptati da Putin dalle file del KGB) costituisce il modello più efficiente possibile?

 

“Si prendano gli esempi della crisi del gas con l’Ucraina o le vicende nel Caucaso. Per il primo il problema non è quello dell’affidabilità di Mosca, ma quello dei Paesi di transito. Per il secondo: Saakashvili è stato presentato in Occidente come l’alfiere della democrazia, i risultati si sono visti, confermati addirittura dalla commissione Tagliavini. L’8 agosto 2008 il presidente georgiano era in diretta televisiva con tutto il mondo spergiurando di essere stato assalito, poi si è visto che l’attacco in grande stile a Tskhinvali l’aveva ordinato lui. In Azerbaijan il clan Aliyev passa il potere da padre in figlio, ma i predicozzi si fanno a Putin. La Russia viene da settant’anni di comunismo e dieci di anarchia eltsiniana, se nella culla della democrazia gli esempi delle famiglie Clinton e Bush (con magari Jeb fra un po’ in arrivo) potrebbero far riflettere, come si può pretendere che a Mosca regni la vera democrazia? La Russia è in una fase di transizione verso un modello particolare che dovrà conciliare esigenze diverse, pena l’implosione dello stato”.

 

Non ritiene che queste figure civiliki e siloviki  rappresentino una forma riveduta di apparaticki, tra cui la fedeltà verso il partito ha ceduto il posto alla fedeltà verso il presidente? In definitiva il modello funzionante in Russia per distribuire il potere mi appare molto simile, mi sembra anche sotto gli oligarchi, a quello dell'Urss, come forse dell'impero zarista: una specie di casta di burocrati e funzionari, chiusa e auto referenziale. Se così fosse non sarebbe questa l'immagine di una società immobile?  

 

“Certo, ma è un modello comune. Il ricambio delle élites anche nelle democrazie occidentali non mi sembra altamente dinamico. Il potere ovunque è distribuito tra pochi e quasi sempre gli stessi. Spesso la democrazia è un’illusione, un po’ come la libertà di stampa. Anche a casa nostra.”

 

La Russia per estensione e disponibilità di risorse è naturalmente portata ad occupare un ruolo predominante nell’economia globale. Come si può considerare il sistema economico russo in termini di efficienza?

 

“È un sistema ancora troppo legato alle risorse naturali, che necessita di ammodernamento e innovazione. Al Cremlino ne sono consapevoli. Ma non bastano dieci anni per ricostruire e rendere efficiente un sistema nazionale in un mondo globalizzato. Rispetto al periodo di Eltsin si è fatto molto, ma molto deve essere ancora fatto”.

 

Dopo i turbolenti anni seguiti al crollo dell’Urss e alla guerra tra oligarchi e Putin si è sviluppata in Russia una classe imprenditoriale moderna non direttamente collegabile al potere politico?

 

“Nel 1995 Anders Aslund, uno dei consiglieri americani di Eltsin, ha scritto un libro intitolato “Come la Russia è diventata un’economia di mercato” che ha annunciato tempi che non sono ancora arrivati, quasi tre lustri dopo. Il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz ha sottolineato gli errori del Fmi nel gestire la crisi russa degli anni Novanta. Ecco, se l’Occidente si fosse preoccupato con maggior cura della Russia nel passato, invece di descrivere meraviglie democratiche e progressi che non esistevano, allora la situazione sarebbe forse diversa. La realtà è che potere politico e potere economico sono strettamente legati. Ma non conosco Paese dove essi non lo siano. Certo, vi sono forme diverse, ma in Russia, come in tutto lo spazio postsovietico le forme di collegamento sono visibili a tutti, nel senso che gli oligarchi o come dir si voglia siedono direttamente nei parlamenti e gestiscono le cose politiche in maniera molto diretta. Altrove, in Occidente, il compito dei poteri economici di influire sulla politica è gestito dalle lobbie. Il turbocapitalismo degli anni Novanta ha creato in Russia, Ucraina e via dicendo, un sistema senza questa mediazione”.

 

E’ un dato di fatto che buona parte della crescita economica della Russia negli ultimi anni sia stata sostenuta dal mercato energetico globale. Si è verificata parallelamente la crescita di un mercato interno?

 

“Undici anni fa la classe media che si stava formando e poteva costituire la base per alimentare il mercato interno è stata spazzata via dal default. Sotto Putin è ritornata, si è allargata ed è ora la principale fruitrice di un mercato di servizi e commerciale slegato da quello delle risorse energetiche. La piccola e la media industria stanno crescendo (bastonate dalla crisi, come ovunque), ma il trend è chiaro. E soprattutto necessario, nel senso che se la Russia vuole sopravvivere ha bisogno di diversificare la propria economia. I segnali sono positivi”.

 

In una congiuntura per molti versi favorevole a Mosca, la Russia ha un problema non trascurabile: una costante decrescita della popolazione. Secondo l’Osce la Russia tra i paesi facenti parte dell’organizzazione è quella con il trend maggiormente negativo. Come sta reagendo l’establishment russo?

 

“Insieme con la corruzione, il problema demografico è la grande piaga della Russia d’oggi. La politica non sta facendo molto, se con alcuni tentativi velleitari ed estemporanei. Manca una visione sul lungo periodo. Il crollo del comunismo ha portato all’emigrazione (Israele e altrove) e soprattutto ai deficit del sistema sociale e sanitario. Insomma si muore prima e si fanno meno figli. Per il Paese più vasto del mondo questo è un vero dramma. Considerando che alle porte i cinesi spingono. Anzi, molti sono già dentro”.

 

Jacopo Marazia

11 novembre 2009

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Jacopo Marazia

Mi chiamo Jacopo, da 30 anni circa ho i piedi infilati nelle pantofole del mio salotto meneghino e la testa sempre altrove (grazie internet!). La storia e la politica internazionale sono state prima la mia passione e poi oggetto di studio all’Università Statale, dove mi sono laureato in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee. Europa, Russia e Balcani sono le aree geografiche che ho studiato più approfonditamente, mentre pirateria moderna, politiche energetiche e di sicurezza sono le questioni che ho seguito con più attenzione. Lavoro come copywriter presso un’agenzia di comunicazione. Mi piace disegnare e ogni tanto lo faccio anche per il Caffè. Scrivere, disegnare, fare video e grafica: il Caffè rappresenta per me un’ottima occasione per sperimentare nuovi modi per comunicare meglio contenuti di qualità. Hope you enjoy!

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