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Il mancato pagamento dei creditori “holdout” da parte del Governo di Buenos Aires ha riportato alla luce gli spettri del default sul debito estero del 2001. Le circostanze oggi sono molto diverse: non ci sono grossi pericoli per la comunità internazionale, le conseguenze negative saranno tutte sulle spalle dell’Argentina L’ARGENTINA NON PAGA – Alla scadenza  del termine per pagare i creditori americani “holdout”, detentori di una parte dei famosi “tango bond” andati in default nel 2001, Buenos Aires ha deciso di non pagare. La somma dovuta ai cosiddetti “fondi avvoltoio” equivale a 539 milioni di dollari in interessi sui bond che erano rimasti fuori dall’accordo raggiunto con la maggioranza dei creditori. I fondi di investimento statunitensi, infatti, avevano rifiutato la ristrutturazione del debito pattuita con gli altri investitori esigendo il ripagamento dell’intera somma dovuta. Da qui aveva preso origine una lunga battaglia legale che era culminata con la sentenza del giudice della corte di New York, Thomas Griesa, la quale aveva stabilito che entro il 30 giugno 2014 (scadenza poi prorogata di un mese) il governo argentino avrebbe dovuto liquidare anche i creditori holdout. Perché proprio New York? Perché i bond in oggetto erano stati emessi sulla piazza finanziaria della Grande Mela, e quindi ricadono sotto la giurisdizione del tribunale locale. CHE COSA SIGNIFICA? – L’Argentina non ha pagato non per mancanza di fondi, anche se va detto che il livello delle riserve di valuta estera è crollato vertiginosamente in pochi anni (da più di 100 miliardi di dollari nel 2010 agli attuali 30) per far fronte alla svalutazione del peso argentino che sembra inesorabile ed è stata particolarmente brusca a gennaio scorso. In realtà, il pagamento dei creditori statunitensi avrebbe comportato l’innescarsi della clausola del “pari passu”, la quale obbligherebbe il governo argentino a garantire a tutti i creditori il migliore trattamento garantito ad alcuni di essi (in questo caso, agli holdout). Il che significherebbe il potenziale moltiplicarsi di cause intentate contro il Governo argentino al fine di ottenere una revisione dei pagamenti, comportando un esborso molto maggiore per le casse di Buenos Aires. Tale clausola, tuttavia, decadrà a gennaio 2015: il comportamento scarsamente collaborativo del Governo argentino non sarebbe dunque altro che una tattica dilatoria per prendere tempo e ripagare il debito solo alla scadenza di tale clausola, evitando così di innescare un precedente che danneggerebbe seriamente la tenuta dei conti pubblici argentini.
Alex Kicillof, Ministro dell'Economia argentino, ha condotto i negoziati - falliti per ora- con i creditori statunitensi
Alex Kicillof, Ministro dell’Economia argentino, ha condotto i negoziati – falliti per ora- con i creditori statunitensi
NON E’ IL 2001 – La maggior parte dei media hanno parlato di un nuovo default, la ripetizione di una tragedia già vista a dicembre 2001, quando l’Argentina dichiarò di essere insolvente su tutto il suo debito estero, per un valore di circa 80 miliardi di dollari. Quanto accaduto pochi giorni fa è indubbiamente un fatto serio e grave, che solleva nuovi dubbi sulla volontà dell’Argentina di tornare a far parte a pieno titolo della comunità economico-finanziaria internazionale. Tuttavia, le differenze con il default di tredici anni fa sono numerose. Non solo per le dimensioni estremamente ridotte in termini assoluti dell’importo non pagato – poco più di mezzo miliardi di dollari – ma anche per le limitate conseguenze sistemiche che tale evento è in grado di produrre. L’Argentina, dopo il default del 2001, è de facto  un paria sui mercati globali: praticamente l’unico acquirente estero del debito pubblico è stato il Venezuela, per ovvie ragioni di alleanza politica. Il ritardo – o default tecnico, perché in questo caso non stiamo parlando di impossibilità a pagare –  nel rimborsare i creditori holdout avrà conseguenze trascurabili per gli investitori globali. L’ARGENTINA IN UN VICOLO CIECO – Paradossalmente, proprio perché gli effetti di questo ‘mini-default’ saranno trascurabili all’esterno, le conseguenze negative saranno tutte a carico dell’Argentina, che una volta di più rischia di allontanarsi dalla comunità internazionale. Prevedendo il mancato pagamento, l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha declassato il merito di credito argentino a CCC-, il livello più basso. Questo episodio rischia seriamente di vanificare i primi sforzi effettuati dal Governo di Cristina Kirchner di normalizzare le proprie relazioni con gli investitori stranieri, che avevano portato nei primi mesi dell’anno ad un accordo con Repsol in seguito all’espropriazione di YPF e ad un negoziato soddisfacente con i creditori del Club di Parigi. L’annosa questione con i creditori holdout non sembra essere un buono “spot” promozionale per l’Argentina, a pochi mesi dal G20 che si terrà a Novembre a Brisbane, un vertice dal quale Buenos Aires  è già stata più volte in odore di espulsione. Con un isolamento internazionale crescente, e una situazione economica interna in peggioramento (inflazione galoppante unita a stagnazione del PIL, in netta controtendenza rispetto al resto della regione sudamericana), e una situazione politica sempre più complicata ed incerta, la “Presidenta” Kirchner si trova quasi con le spalle al muro al fondo di un vicolo cieco. A poco più di un anno dalle elezioni Presidenziali del 2015, salvare il kirchnerismo sembra ora la sfida principale per Cristina. Una possibile uscita da questo cul-de-sac potrebbe essere rappresentata da un accordo con le banche argentine, che sembrerebbero intenzionate a rilevare il debito con i creditori americani in vista del rimborso previsto a gennaio 2015 senza l’obbligo del rispetto della clausola pari passu. Sarebbe un tentativo per mettere una pezza ad una situazione che rischia di complicarsi sempre di più. Davide Tentori
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Davide Tentori

Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Esperto di Politiche Commerciali. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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