I presidenti dei BRICS in occasione della creazione della "New Development Bank"
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La New Development Bank è solo un altro tassello della grand-strategy di Beijing nella sua scalata ai vertici del sistema internazionale. Negli ultimi anni le istituzioni economiche internazionali hanno subito una pesante perdita di credibilità nei confronti dell’opinione pubblica. La dottrina del Washington Consensus ha perso vigore con il prolungarsi della crisi ed ogni mancanza di riforma nelle stesse ne ha minato l’affidabilità. Il Beijing Consensus d’altra parte si è mostrato più flessibile nelle sue concessioni ai partner. 

NUOVO ORDINE MONDIALE? – A quasi settant’anni dagli accordi di Bretton Woods, il panorama economico mondiale è radicalmente cambiato. Se gli accordi di Bretton Woods hanno assicurato una ripresa sicura e rapida nel dopoguerra e piantato i semi della moderna globalizzazione, la transizione da un’economia mondiale dominata dal dollaro a una multipolare non sarà ugualmente semplice.
I BRICS da anni hanno cercato di integrarsi nel sistema internazionale per goderne dei benefici. Le riforme dell’IMF,WTO e WB e delle altre istituzioni a dominanza occidentale però, avanzano a passo lento.  Particolare preoccupazione è destata dal voto del Congresso USA su ogni ratifica di riforma delle istituzioni finanziarie internazionali. Anche se il G20 si è impegnato a continuare il processo di riforma anche senza la partecipazione degli Stati Uniti, ogni riforma richiederebbe un difficile processo di ratifica.
Che le istituzioni internazionali stiano strette ai Paesi in via di sviluppo non è certo una novità. Con l’avanzare della crisi la legittimità di Stati Uniti, Europa e istituzioni annesse non è certo aumentata. Le sfere d’influenza in cui il mondo è diviso dalla fine della guerra fredda non rappresentano più la reale distribuzione del potere politico, economico, militare e, non ultimo, tecnologico di oggi.

LA NEW DEVELOPMENT BANK– La struttura della nuova istituzione prevede un iniziale capitale di 50 miliardi di dollari e delle riserve di valuta pari a 100 miliardi per difendersi dalla volatilità dei mercati finanziari  Tale capitale verrà equamente versato dai cinque membri per assicurare una parità di importanza. Con sede a Shanghai, il primo presidente sarà indiano, il chairman del board of directors brasiliano, il chairman del board of governors russo e un centro africano della banca verrà aperto a Johannesburg, così da assicurare un’equa distribuzione (iniziale) del potere tra le parti. I prestiti annuali che la banca sarà in grado di erogare sono stimati pari a 5-10 miliardi di dollari contro i 32 del Fondo Monetario Internazionale. La nuova istituzione avrà tra i suoi compiti quello di fornire un sostegno meno oneroso ai Paesi in via di sviluppo che ne chiedono i servizi. A questo proposito, il Sudafrica è considerato il gran vincitore per i vantaggi finanziari che otterrà dalla membership nella nuova istituzione, nonché in termini di prestigio e importanza relativa al continente africano. I timori di molti analisti indiani sono però che il vicino cinese sfrutterà al massimo la sede di Shanghai per influenzare l’agenda dell’organizzazione e farne un palcoscenico per la crescita del dragone senza alcun reale beneficio per l’India.

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Shanghai: Polo internazionale e sede della “New Development Bank”

LA POSIZIONE CINESE – La creazione della nuova istituzione è solo uno dei tasselli della strategia cinese per conquistare il suo ruolo di superpotenza. Se le crescenti spese militari e le tensioni nel Mar Cinese Meridionale sono un evidente aspetto di una scalata ai vertici della supremazia militare, gli sforzi nel campo di un economia più sostenibile orientata tecnologicamente, la creazione e diffusione degli “Istituti Confucio”  in tutto il mondo per diffondere la cultura cinese all’estero, le collaborazioni economiche in Africa, Sud America e Medio oriente, e la creazione di palcoscenici internazionali multipli mostrano una volontà della nuova leadership cinese di utilizzare tutto il suo soft power nella scalata ai vertici internazionali.

IL BEIJING CONSENSUS – Con l’entrata della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, nel 2001, un nuovo corso si è sviluppato nelle relazioni internazionali. La crescente influenza di Beijing, in precedenza soltanto paventata, si è mostrata in tutta la sua forza nelle Olimpiadi del 2008, con la “collaborazione” della crisi dei subprime che ha messo in ginocchio Stati Uniti ed Europa.
Nel 2004 lo studioso Joshua Ramo definì il Beijing Consensus come l’unione di tre teoremi da applicare ai Paesi in via di sviluppo: innanzitutto, l’innovazione è necessaria per risolvere i problemi; in secondo luogo, il PIL è ormai uno strumento obsoleto e che l’unico modo per misurare lo stato di un’economia dovrebbe essere la qualità della vita dei suoi cittadini. Infine, l’indipendenza dalle storiche potenze egemoniche è un altro punto fondamentale della strategia di Beijing.
Quindi, mentre gli Stati Uniti misurano la capacità degli avversari in PIL pro capite e numero delle portaerei, l’entrata stessa della Cina nel sistema delle grandi potenze sta ridisegnando strumenti e leggi delle relazioni internazionali con il suo stesso modello di crescita.
Laddove gli Stati Uniti cercano di mantenere la loro supremazia attraverso accordi unilaterali e politiche che mirano semplicemente alla protezione dei loro interessi, la Cina sta raccogliendo ed impiegando risorse per rendere l’egemonia americana sempre più difficile. L’approccio allo sviluppo della Cina si fonda sulle premesse di un sistema dove tutti gli stati hanno diritto a crescere in maniera pacifica e indipendente, e dove non esiste una soluzione unica per tutto (la dottrina liberale del Washington Consensus) ma una strategia più flessibile è necessaria per superare problemi di diversa entità. E’ inutile dire che il Beijing Consensus e il suo apparato di norme – non solo economiche ma altresì politiche e di bilanciamento globale – ha rapidamente raccolto molti seguaci in un sistema mondo sempre più complesso che cerca di sfidare lo status quo. Le ingenti risorse che il regno di mezzo è capace di investire in tutto il mondo senza alcuna richiesta ai riceventi sono uno strumento di diffusione potente della nuova dottrina del dragone.

STRATEGIA DI AMPIO RESPIRO – Per meglio diffondere il Beijing Consensus e la supremazia targata made in China, le strategie messe in piedi sono molteplici. La già menzionata New World Bank è solo una delle istituzioni dove la stella cinese brilla luminosa per portare avanti la sua agenda. I summit annuali dei BRICS, ormai influenti come gli annuali G7, ne sono un’altra realtà. La Shanghai Cooperation Organization, organizzazione che da 12 anni influenza l’agenda interna di molti Paesi centro asiatici, costituisce un altro esempio, soprattutto in quanto libero dall’influenza degli Stati Uniti e Giappone, invece presenti nell’ASEAN dialogue partners.
Meno conosciuto ma non per questo meno importante è il CICA, Conference on Interaction and Confidence Building Measures in Asia, piattaforma di dialogo sulla sicurezza che la Cina vorrebbe trasformare in una vera e propria struttura che gestisce i problemi e le proposte riguardanti la sicurezza del continente asiatico libero dall’influenza americana. Le recenti parole del Presidente Xi Jinping “i problemi asiatici devono essere risolti dalle nazioni asiatiche senza interferenze esterne” sono un altro chiaro colpo alla strategia americana nell’area del pacifico.

LE SFIDE DEL FUTURO – I dubbi degli analisti possono riassumersi in una domanda: la Cina è all’altezza delle sfide che si sta ponendo? La leadership del nuovo presidente Xi Jinping si sta mostrando molto ambiziosa sia nei suoi programmi che nelle sue azioni. Le provocazioni mirate nel Mar meridionale cinese ne sono un esempio.
La politica cinese si è sempre contraddistinta per il suo alto livello di realpolitik e per il sapere sempre avanzare a piccoli passi e cogliere i frutti delle proprie azioni solo quando i tempi fossero stati maturi. Il desiderio della Cina di rafforzare le nuove istituzioni e legittimare i suoi scopi mostra sicuramente una forte volontà di superare definitivamente le eredità di Bretton Woods. Ma l’ordine mondiale instauratosi nel dopoguerra è stato possibile grazie ad una totale vittoria militare e morale della potenza statunitense che ne ha spianato la strada per gli anni a venire.
L’attuale status quo contrappone il gigante cinese sia con i suoi vicini asiatici che ne sospettano l’influenza sia con le potenze occidentali che ne temono le risorse. Sarà nelle abilità della nuova leadership la capacità di trovare soluzioni ai timori del resto del mondo e cogliere le opportunità che si porranno davanti.

Federico Barbuto

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