Daniel Ortega e l'imprenditore cinese Wang Jing alla firma dell'accordo per la costruzione del canale in Nicaragua
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La Cina, seconda economia mondiale nell’ordine multipolare, è alla ricerca di nuove opportunità d’investimento.La strategia cinese ha l’obbligo di garantire l’approvvigionamento di quantità crescenti di commodities essenziali per perseguire il suo sviluppo economico. La ricetta è questa: investimenti e infrastrutture in cambio di materie prime. L’America Latina ne potrà trarre il giusto vantaggio?

IL CAMBIAMENTO – Lo scenario dell’America Latina è una realtà in continuo cambiamento. Un insieme variegato d’interessi che oscilla tra la dominazione degli Stati Uniti, il legame storico della Comunità Iberoamericana e la ricerca di nuovi partner. Una serie di eventi come l’erosione della Dottrina Monroe, il declino delle politiche del “Washington consensus” e la fine della logica bipolare hanno portato a una progressiva assenza degli Stati Uniti dall’area. Così, mentre la politica statunitense s’impantana con la crisi ucraina e l’interesse di Obama per il quadrante Asia-Pacifico, la Cina intensifica le sue relazioni diplomatiche con il subcontinente. Un vuoto colmato da un fiume di denaro cinese che ha fatto affluire nel Sudamerica investimenti da record: 68 miliardi di dollari dal 2005 al 2013 (dati CeSIF, Fondazione Italia-Cina; Ceic). Seppur l’ingombrante vicino nordamericano rimanga l’unica potenza in grado di intervenire militarmente, in tempi celeri, nell’area latinoamericana, e anche il maggior partner commerciale in termini assoluti, gli equilibri politici ed economici sembrano attestarsi su un piano mutato che vede sempre più protagonisti nuovi attori. Primo fra tutti la Cina, la seconda potenza economica dell’era multipolare, che, sostituendosi agli Stati Uniti, è diventata il primo partner commerciale del Brasile.

LA DIPENDENZA DA EXPORT – Se Joel Kotkin, docente alla Chapman University della California, definisce il nuovo assetto dell’area latinoamericana immaginando il continente diviso in tre blocchi concettuali differenti, l’area “liberista” composta da Messico, Cile, Perù, Colombia e Costa Rica, l’area “bolivariana” con Argentina, Bolivia, Venezuela, Cuba, Ecuador e Nicaragua e un’area costituita da un solo paese, il Brasile, la Cina è riuscita a prescindere da questa distinzione. Pechino, cercando opportunità di commercio soprattutto nel settore delle materie prime, ha concentrato i suoi investimenti indifferentemente in Venezuela, Brasile, Argentina, Perù e Cile. Una politica aggressiva che lascia in secondo piano le battaglie ideologiche guardando al sodo: l’economia.

L’attenzione per il subcontinente è dovuta all’enorme disponibilità di materie prime e all’ampio mercato interno. Complessivamente, dagli anni 2000, le esportazioni latinoamericane verso la Cina sono aumentate ad un tasso medio di crescita annuo di circa il 26%, un quadro dalle sembianze rosee che oscura una netta differenza negli scambi commerciali. Infatti, se i Paesi del Sudamerica esportano verso Pechino ingenti quantità di materie prime, il flusso contrario è formato per la maggior parte da prodotti manifatturieri. Il volume d’affari degli scambi commerciali è però negli ultimi due anni cresciuto a tassi notevolmente inferiori, registrando un tasso annuo di appena il 3%. La causa può essere attribuita alla riduzione dei prezzi delle materie prime; la volatilità dei prezzi è, infatti, uno dei maggiori rischi per le economie dipendenti dalle esportazioni in tale settore. Oltre il 50% del commercio è costituito da tre soli prodotti, rame, ferro e soia. Inoltre queste tre materie prime sono concentrate in Argentina, Brasile e Cile. In mancanza di diversificazione e con la tendenza al ribasso dei rispettivi prezzi, l’America Latina sembra invischiarsi in una spirale negativa che limita la crescita e preoccupa per il crescente disavanzo commerciale con la Cina, rendendola vulnerabile agli imprevisti nelle tendenze future. Di contro la Cina immette, sul mercato latinoamericano, prodotti manifatturieri, soprattutto nel settore della tecnologia, preservando il suo commercio dalla volatilità dei prezzi.

Il porto di Santos in Brasile dove transitano numero merci destinate in Cina
Il porto di Santos in Brasile dove transitano numero merci destinate in Cina

INVESTIMENTI – La strategia cinese per la conquista del mercato latinoamericano e l’approvvigionamento di materie prime è di ampio raggio. Il Governo di Pechino non si limita all’acquisto diretto di soia, petrolio, rame e ferro ma cerca di penetrare direttamente il mercato sudamericano, fornendo prestiti di denaro ripagati con l’export di materie prime, come nel caso dell’accordo con il Venezuela per la fornitura di greggio, oppure investendo direttamente. Gli investimenti diretti all’estero (IDE) da parte cinese, eseguiti per lo più da aziende controllate dallo Stato, sono cresciuti in maniera vertiginosa e costante negli ultimi anni. Mirando alla costruzione d’infrastrutture e al settore energetico, la Cina vuole assicurarsi le materie prime necessarie al suo sviluppo attraverso l’acquisto d’imprese e l’acquisizione di quote maggioritarie di capitale, in modo da controllarle, delle società sudamericane. Ad esempio, in Brasile, i cinesi nel 2010 hanno acquisito il 40% della società spagnola Repsol per oltre 7 miliardi di dollari, e poco dopo il colosso Sinopec ha acquisito il 30% delle attività operative dell’azienda energetica portoghese Galp per 5 miliardi di dollari. Mentre in Argentina la Cnooc (China National Offshore Oil Corporation) detiene il 50% di Bridas, in società con YPF per l’esplorazione di una straordinaria riserva di gas, denominata, “Vaca muerta”. Nel settore minerario, invece, il Perù ha accolto investimenti pari a 19 miliardi. Anche gli enormi investimenti previsti nel settore delle infrastrutture, come il progetto di un canale alternativo a quello di Panama in Nicaragua con un costo previsto di 40 miliardi di dollari, su cui si nutrono forti dubbi sulla fattibilità, celano la necessità cinese di favorire le vie di comunicazione in un’ottica sud-sud.

LE OMBRE – L’interesse cinese per l’America Latina nasconde però alcune preoccupazioni sull’equità del rapporto, facendo pensare a vecchie dipendenze coloniali. Indubbio è che la Cina cerca opportunità per trasformarsi da acquirente a produttore di materie prime, oltre a nutrire interesse per tale mercato, dove punta a vendere le sue manifatture a prezzi competitivi, facilitati dal basso costo del lavoro e dalle sovvenzioni pubbliche alle imprese nazionali. Il malcontento del settore industriale latinoamericano si è fatto sentire e sta iniziando a diminuire l’entusiasmo per il volano cinese dell’economia. Ad esempio il Brasile di Dilma Rousseff ha assunto misure per limitare gli accordi stretti dall’ex presidente Lula, apparsi negli ultimi anni sempre più redditizi per i cinesi. Il flusso d’investimenti si è poi rilevato più esiguo rispetto alle promesse fatte dal Governo cinese, e si è resa necessaria l’attuazione di nuove leggi anti-dumping per cercare di porre un freno alla vendita di prodotti a costi inferiori a quello di mercato. Altri dubbi permangono sulla qualità dei prodotti cinesi e sugli standard di sicurezza adottati, come nel caso della costruzione di linee ferroviarie. In America Latina rimane poi il problema endemico della corruzione, una prassi comunemente diffusa tra i governi locali, che allo stesso modo è presente tra le élites del Paese asiatico. Si sono generate così controversie sulla regolarità di alcuni investimenti, considerati un modo per aggirare le rigide regole cinesi per il riciclaggio di denaro da parte dei funzionari pubblici.

IL FUTURO – La strategia cinese, orientata alla difesa dei propri interessi e a coesistere nel ruolo di potenza con gli Stati Uniti, potrebbe deludere gli stati latinoamericani che vedevano una via di fuga dalla dipendenza con Washington; intaccare la Dottrina Monroe non è sufficiente a far uscire l’America Latina dall’orbita statunitense. La Cina, infatti, mira alla crescita del proprio mercato interno e a ridurre l’export, una via nazionalista, rafforzata dalle ambizioni estere, che avrebbe la capacità di far deviare gli investimenti esteri e in infrastrutture per destinarli alla protezione sociale, rilanciando il consumo interno. La complementarietà economica tra Cina e America Latina potrebbe comunque avere un impatto positivo; chiaramente, dovranno essere realizzate trasformazioni in aspetti chiave delle strutture economiche, puntando sulla diversificazione, anche tra i partner, e sullo sviluppo d’infrastrutture. Il rischio, altrimenti, è che per divincolarsi dagli Stati Uniti si finisca con il legarsi ad altre potenze. Intanto, il presidente Xi Jinping è atteso in America Latina nella seconda metà di luglio per partecipare al vertice dei BRICS, dove incontrerà tra gli altri il presidente russo Vladimir Putin, sostenitore dell’eventuale ammissione dell’Argentina come sesto Paese aderente. Si auspicano così relazioni sempre più serrate in chiave antistatunitense, con la Cina che punta all’espansione dei BRICS per contrastare il predominio finanziario dell’Occidente. La Cina conferma così il suo ruolo di scarsa esposizione in politica estera per perseguire il suo unico obiettivo: la crescita economica.

Annalisa Belforte

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