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Horacio Cartes incontra Rajoy. Credit: Flickr

Il Paraguay alla ricerca della stabilità politica e sociale

Il Paraguay è forse il Paese latino americano più in difficoltà. Ha enormi problemi interni e di coesione sociale. E’ alla ricerca di una dimensione internazionale che riesca ad assicurare stabilità politica

TRENTACINQUE ANNI DI DITTATURA – Il Paraguay, più grande dell’Italia e senza sbocchi sul mare, popolato da soli sei milioni di persone, prova a ripartire dopo l’elezione del presidente Horacio Cartes, avvenuta un anno fa. Stretto tra vicini scomodi come Brasile, Argentina e Bolivia, lo stato degli altipiani ha vissuto forse la peggiore dittatura militare dell’America latina, quella di Alfredo Stroessner, durata ben 35 anni fino al 1989.

Il Partido Colorado, di centro-destra, ha governato per sessant’anni ininterrottamente fino al 2008, quando la società civile paraguayana è riuscita ad esprime la figura di Fernando Lugo che, per diventare presidente, rinunciò alla tonaca (era arcivescovo; si venne a sapere poi che aveva anche un figlio naturale).

LA DIPENDENZA DALL’AGRICOLTURA – Lo stato sudamericano è un Paese d’altri tempi. E’ ancora economicamente dipendente dall’agricoltura, che insieme alla zootecnia fornisce i due terzi del Pil. Il 2% della popolazione controlla la maggioranza delle terre, l’oligarchia dei fazenderos tiene sotto scacco i campesinos che si battono da sempre per la conquista della terra che lavorano da generazioni. La mancanza di una riforma agraria (il 2% della popolazione controlla il 98% delle terre coltivabili) è probabilmente la vera causa della disuguaglianza sociale e della povertà del ceto rurale, che sta cercando di organizzarsi a livello regionale con i sem terra del vicino Brasile.

Proprio questo era il tema dominante dell’unico governo di centro-sinistra del Paraguay, quello dell’ex monsignore Lugo. Strettamente collegato all’uguaglianza sociale. Quando nel 2008 venne faticosamente eletto, si temette che l’onda lunga del socialismo sudamericano fosse giunta anche ad Asunciòn. Invece, sostenuto da una scarsissima maggioranza parlamentare (il Paraguay è una repubblica presidenziale) Lugo riuscì ad incidere ben poco.

LA LUNGA CRISI POLITICA INTERNA – Nell’estate del 2012 venne destituito in seguito al massacro di

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I Campesinos del Paraguay

Curuguaty; uno scontro tra campesinos e polizia si concluse con 17 morti. Lugo venne accusato dal Senato di incapacità e destituito in virtù del dettato costituzionale che prevede questa sorta di “mozione di sfiducia”.

Un presidente eletto dal popolo destituito dai rappresentati degli oligarchi in Senato; i Paesi latini gridarono al golpe ed il Paraguay, per questo, venne momentaneamente sospeso dal Mercosur (che ne approfittò per accettare, subito, l’ingresso del Venezuela, bloccato in precedenza proprio dallo stesso Senato paraguayano perché contestava al colonnello Chávez di essere non democratico) e anche dall’Unasur. La stessa Dilma si affrettò a protestare solennemente, salvo poi concludere con il presidente ad interim, Federico Franco, un nuovo accordo per lo sfruttamento idroelettrico della più grande diga del mondo, quella di Itaipù, sul Paranà.

Le nuove elezioni vennero vinte, circa un anno fa, dallo stesso partito di destra che aveva governato dal 1948. Si è iniziato a parlare così di occasione persa, di riforme che tarderanno ad arrivare e di uguaglianza sociale. La ricerca della stabilità politica e sociale è stata comunque al centro del dibattito.
Il nuovo governo di Horacio Cartes, tycoon del tabacco, proprietario di una squadra di calcio che si chiama Libertad football club, accusato di vicinanza ai narcos e di riciclaggio internazionale, deve ora sistemare i cocci del proprio Paese. Con la vittoria dei colorados il Paese ha di nuovo virato a destra e le preoccupazioni internazionali sulle riforme si fanno sempre più concrete. Cartes avrà veramente voglia di portarle avanti? C’è molto scetticismo sul punto.
Il governo di destra dovrà anche affrontare l’Esercito del Popolo Paraguayano (EPP), i guerriglieri marxisti – leninisti della parte centro –orientale del Paese e non si intravede ancora una strategia. Si ritiene che siano legati alle Farc colombiane. Ma la sicurezza interna è minacciata anche da Hezbollah, presente sul territorio con gruppuscoli in fase di addestramento e sospettato di essere autore degli attentati alla comunità ebraica di Buenos Aires negli anni ’90.

DIFFICOLTA’ ECONOMICHE – L’economia del Paraguay è un altro punto dolente. E’ il maggior produttore mondiale di soia, che vende ai cinesi in cambio del sostegno alla costruzione delle necessarie infrastrutture nel Paese; anche se i rapporti con Pechino non sono facili perché Asunción riconosce ufficialmente Taiwan. Ed è ricca di titanio, materiale raro che fa gola a diverse multinazionali. Che in Paraguay ci sono già e lo condizionano pesantemente; nel 2012 il presidente ad interim, Franco, diede il via libera agli ogm e da allora Monsanto e Cargill sono più che presenti nella vita e nell’economia del Paraguay. Dal punto di vista macro-economico il Paraguay è un Paese ultra- liberista anche se l’industria incide sul Pil per meno del 10%.
L’industria metallurgica (soprattutto quella della lavorazione dell’alluminio) è la più sviluppata. Latifondisti argentini e brasiliani (i cosiddetti brasiguayos) prestano molta attenzione all’evolversi del contesto politico perché ambiscono alle preziose terre paraguayane.

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Il presidente Cartes

LE RELAZIONI INTERNAZIONALI – La comunità internazionale ha ritenuto ormai passata l’emergenza democratica costata la presidenza a Lugo quando i paraguayani hanno scelto il loro nuovo presidente. Il Paese è stato così riammesso nel consesso continentale e di fatto l’impasse politica internazionale è stata così superata.
Da allora Cartes è alla ricerca di un nuovo posizionamento internazionale. Ferma restando l’amicizia con Washington (soprattutto in chiave anti-socialista), sono ora in corso trattative ben avviate per una partnership commerciale con l’Unione Europea.

Ma il nodo più difficile riguarda l’asse latino-americano da scegliere; Venezuela, Bolivia e Perù sono politicamente distanti. Il Cile anche. Cristina Kirchner non attraversa un felice momento e le istituzioni finanziarie mondiali non vedrebbero di buon occhio un’alleanza con un Paese a rischio default (per la seconda volta in 14 anni). A Cartes non resta che puntare sul Brasile. Sarebbe comunque l’aggancio alla potenza egemone del continente in un momento in cui anche i rapporti con la ex madre patria spagnola sono incerti per via del passaggio generazionale dei Borbone.

Andrea Martire

 

2 commenti

  1. Avete sbagliato pressapoco tutto, preoccupati in disprezzare un popolo che non ha scelto la sinistra.

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