Il Presidente dell'Ucraina Poroshenko insieme a Barroso e Van Rompuy.
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Venerdì 27 giugno la Georgia, la Moldavia e l’Ucraina hanno siglato i rispettivi accordi di associazione con l’Unione Europea, portando ad una svolta un percorso travagliato. In 3 sorsi, uno per Paese.

GEORGIA – Già da molti anni la Georgia aveva dimostrato la propria inclinazione verso l’Occidente. Situata in una regione tradizionalmente considerata sotto l’influenza moscovita, il suo percorso di avvicinamento alle istituzioni occidentale è costellato di crisi nei rapporti con il Cremlino, ingombrante vicino con il quale fare i conti, fino al culmine raggiunto con la guerra dell’agosto 2008. L’accordo firmato venerdì 27 giugno rappresenta un momento importante per la nazione caucasica: i suoi stessi cittadini avvertono l’accordo di associazione come una scelta di campo fra est e ovest. Ma il riconoscimento di questa significatività non significa condivisione. Come sostenuto in un’opinione rilasciata alla BBC da Tamara Kovziridze, precedentemente negoziatrice georgiana con l’UE, l’accordo porterà indubbiamente dei benefici, ma in un primo tempo questi saranno prevalentemente politici piuttosto che economici. A tal proposito, sono diversi i critici circa i costi economici dell’Accordo di Associazione. Si afferma che la decisione di firmare è avvenuta senza eccessiva ponderazione da parte delle autorità e che gli standard fissati dalle istituzioni europee metteranno a dura prova i georgiani, con l’ulteriore rischio di ritorsioni russe in un periodo in cui i volumi del commercio tra Tblisi e Mosca erano tornati a crescere; non è tuttavia di questo parere il Governo, che vede nell’accordo un modo per dare sostegno all’economia. Al di là dei diversi timori che colpiscono la popolazione, è la propensione al modello rappresentato dalle istituzioni di Bruxelles a spingere la Georgia verso ovest, a dispetto di tutte le difficoltà che già si sono incontrate, forti anche della consapevolezza dell’interesse che l’Unione ha nel coltivare i rapporti questo Stato, snodo fondamentale per il passaggio dei rifornimenti di gas non russo.

MOLDAVIA – Noto per essere il Paese più povero dell’intero continente, la Moldavia ha legami storici e culturali con la Romania che già da sé la portano a voltarsi verso occidente. Circa metà del commercio di Chisinau è verso l’Unione Europea, ma non è da sottovalutare l’importanza che assumono le esportazioni verso la Russia e la comunità di lavoratori moldavi nel territorio della Federazione. Già da diverso tempo Mosca ha assunto provvedimenti per fare pressioni sul Governo moldavo, incluso il blocco delle importazioni di vino (ma non di quello proveniente dalla secessionista Transnistria) ed ora che l’accordo è stato siglato si teme che il divieto alle importazioni sia esteso anche ad altre merci e che siano applicate leggi più restrittive per la permanenza di lavoratori moldavi in Russia. Ulteriore fattore di debolezza di Chisinau è la totale dipendenza dal gas russo. In Moldavia l’opinione pubblica è divisa circa l’opportunità dell’Accordo di Associazione ed anche il governo, eletto sulla base di una piattaforma orientata verso l’Europa, afferma che Chisinau non desidera scegliere tra Unione e Russia, bensì coltivare i legami anche con la seconda nel rispetto della sovranità nazionale. Ad oggi la scelta europeista appare comunque quasi d’obbligo; ora che anche l’Ucraina si è avvicinata a Bruxelles la Moldavia, qualora non intraprendesse l’avvicinamento ai vicini occidentali, rimarrebbe isolata e senza contiguità territoriale con il progetto euroasiatico, unica possibile alternativa. Le necessità geografiche vanno dunque a confortare la volontà di cambiamento di parte della popolazione, desiderosa di allontanarsi da prospettive russe che a 23 anni dalla fine dell’Unione Sovietica non hanno saputo garantire benessere.

I negoziati erano iniziati a Vilnius nel novembre 2013.
I negoziati erano iniziati a Vilnius nel novembre 2013.

UCRAINA – Le vicende che hanno coinvolto l’Ucraina sono ben note e cominciò tutto proprio dalla decisione di Yanukovych di non firmare l’Accordo di Associazione presa lo scorso novembre. Venerdì, Kiev ha invece completato il processo di firma iniziato lo scorso 21 marzo (quando fu sottoscritta la parte politica dell’accordo con l’UE), siglando gli aspetti economici contenuti nel DCFTA (Deep and Comprehensive Free Trade Area). L’approvazione della scelta europeista da parte di una larga fetta della popolazione è contrapposta alla denuncia dell’accordo nella parte est del Paese ed alle posizioni della Russia. Proprio gli aspetti economici dell’accordo danno il la a Mosca per avanzare le proprie richieste: precedenti accordi commerciali tra la Federazione Russa e l’Ucraina permetterebbero ai prodotti europei (ai quali è ora “aperto” il mercato ucraino) di entrare in territorio russo e provocando concorrenza sleale. Per questo la Russia vuole essere coinvolta nella fase di implementazione dell’accordo. Ovviamente questi timori di natura commerciale nascondono ben più imponenti questioni politiche, con Mosca che non desidera che Kiev esca dalla sua sfera d’influenza. Poroshenko stesso ha definito venerdì 27 giugno come “probabilmente il giorno più importante per il mio Paese dopo l’indipendenza” e notando in seguito come sia stata “l’aggressione esterna” della Russia a spingere gli Ucraini in questa direzione. Anche per l’Ucraina sussistono dubbi, specie tra la popolazione, sui reali vantaggi economici che dall’Accordo di Associazione deriveranno alla nazione, ma in molti vedono le eventuali difficoltà come una necessità per un futuro del Paese più prospero e democratico, ma anche più al sicuro dal Cremlino.

Matteo Zerini

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