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Lo speciale del Caffè Geopolitico per la Coppa del Mondo: tutto quanto c’è da sapere sulle Nazionali e sui 32 Paesi che si sfideranno in Brasile, in un continuo intreccio tra sport e politica internazionale. Qui una introduzione e una spiegazione dello speciale, con una prima storia

Cosa avranno provato in quei momenti? Erano felici? Erano tristi?”

Si comincia nel 1930, quando per decidere la sede della prima Coppa del Mondo, Jules Rimet scelse l’Uruguay, che doveva festeggiare il centenario della sua Costituzione. Si arriva ora agli eventi surreali dell’ultima settimana, quando la Nazionale del Camerun minaccia di non partire per Brasile se non ottiene almeno un anticipo dei suoi premi per la partecipazione. Eto’o e compagni, ad un passo dal clamoroso sciopero, hanno ottenuto il versamento immediato del 6% che la Federazione camerunense riceve dalla Fifa per la qualificazione ai mondiali, 15mila euro circa, oltre ad un bonus di altri 75mila euro a testa. Il bello arriva adesso: la Federazione ha dovuto chiedere un prestito urgente al governo, che ha subito allertato i direttori delle Banche del Paese per rendere queste cifre disponibili immediatamente, nonostante il giorno di chiusura (sarebbe quasi da ridere, se non si pensa alle condizioni di povertà in cui si trova il Camerun).

Il dittatore aveva preso il potere due anni prima. Miliziani irregolari piombavano in casa di presunti dissidenti politici, sottraendoli alle famiglie e facendoli sparire nel nulla. Ancora oggi non si conosce il numero esatto delle persone scomparse. Solo dopo molti anni si venne a sapere delle indicibili torture subite da quelle persone, la gran parte delle quali buttate in mare con i voli della morte.

Il campionato del mondo di calcio fu lo strumento perfetto del regime per distogliere l’attenzione della popolazione da quanto stava accadendo. L’organizzazione fu affidata a una società di pubbliche relazioni americana, che propose al mondo il lato migliore del Paese. Quartieri malfamati rasi al suolo, striscioni pro Nazionale ovunque… quella squadra senza volerlo divenne il miglior prodotto di marketing del regime. Molti giocatori avevano idee ben diverse da quelle del regime, ma amavano il loro Paese, e sapevano di dover giocare e rappresentare tutto il popolo, non solo i generali.

 Dal 1930 al 2014, le venti edizioni dei Mondiali di questi 84 anni hanno visto infiniti intrecci tra pallone e politica: dai mondiali italiani del 1934, tentativo di legittimazione del fascismo e strumento diplomatico di consenso e propaganda, fino ai tempi recenti, con il tentativo (fallito) delle due Coree di organizzare insieme i Mondiali del 2002. E ancora, le assegnazioni dei Mondiali di questo decennio da sole bastano ad illustrare i nuovi equilibri geopolitici globali: tre Coppe del Mondo a tre Paesi BRICS (Sudafrica 2010, Brasile 2014, Russia 2018). Per non parlare dell’edizione 2022, che dovrebbe – condizionale d’obbligo, dati gli scandali in corso – disputarsi in Qatar, un Paese che il suo ruolo di attore protagonista nel mondo se lo sta letteralmente “comprando”.

La pressione è enorme, e si fa sentire nel primo girone, passato a fatica. Nel secondo tutto si gioca all’ultima gara, contro il Perù: bisogna vincere con tre gol di scarto per superare il Brasile e conquistare la finale. La partita ancora oggi si ricorda come la marmelada peruana. Il portiere avversario Ramon Quiroga è cittadino peruviano solo da pochi mesi, ma è nato e cresciuto nel Paese degli avversari, che vincono la partita 6-0. Anni dopo, il suo compagno Josè Velazquez confermerà la combine, addirittura raccontando di una visita pre-gara del dittatore, in compagnia del Segretario di Stato americano Kissinger. In finale si affronta l’Olanda. Arbitro designato è l’israeliano Klein, sostituito per le pressioni del regime dall’italiano Gonella, accompagnato allo stadio da Licio Gelli, capo della loggia P2, di cui fa parte anche uno dei più stretti collaboratori del dittatore. Il leader della nazionale chiede alla squadra di scendere in campo dando le spalle ai militari, e promette di non stringere la mano al dittatore in caso di vittoria. La squadra scende in campo obbedendo al suo leader, e il rumore assordante dei tifosi di colpo si tramuta in un silenzio sbigottito. L’arbitraggio casalingo aiuta la squadra, in vantaggio al 37’ con un gol del suo leader, ma l’Olanda pareggia a nove minuti dalla fine, e coglie un palo clamoroso a pochi secondi dal triplice fischio. Nei supplementari la fisicità dei padroni di casa si fa sentire: il leader raddoppia al 105’, e a quattro minuti dalla fine si segna il 3-1 finale: la Coppa del Mondo è vinta.

La storia della Coppa del Mondo è una fucina infinita di racconti. I mondiali hanno qualcosa di magico, e riescono anche ad appassionare molta gente che certo non si ferma la domenica per vedere quelli-che-corrono-dietro-un-pallone-che-rotola. E soprattutto hanno un impatto globale molto forte, e anche noi al Caffè Geopolitico non potevamo non occuparcene. Abbiamo però deciso di realizzare questo e-book con il nostro stile, con una serie di contenuti speciali che presentino i Paesi protagonisti della Coppa del Mondo, le Nazionali pronte a sfidarsi in campo, e soprattutto tutte quelle connessioni e interazioni tra “mondo reale” e campo di calcio, che rendono così speciale la competizione che oggi vedrà finalmente il via.

Stavamo disputando la finale nello stadio del River Plate, e a tre-quattrocento metri c’era la scuola di meccanica navale. Solo dopo abbiamo scoperto che era il principale centro di tortura della marina. E penso, quando segnavamo, tutti ci potevano sentire. Le guardie magari dicevano ai prigionieri “stiamo vincendo”, è così che probabilmente glielo riferivano. Non dicevano “L’Argentina sta vincendo” ma “noi stiamo vincendo”. Uno è l’aguzzino, l’altro la sua vittima. E poi penso: coloro che erano imprigionati come si sentivano, felici o tristi? In un certo senso erano felici perché erano argentini, e stavamo vincendo la Coppa del Mondo per la prima volta nella nostra storia. Meraviglioso. Ma sapevano che quella vittoria significava che la dittatura militare sarebbe durata ancora a lungo. Che non sarebbero stati rilasciati. Cosa hanno provato in quei momenti?”

Quest’ultima frase è una citazione di Osvaldo Ardiles – uno dei migliori calciatori argentini di sempre – e basterebbe a spiegare cosa abbia significato per la storia dell’Argentina la vittoria ai Campionati mondiali del 1978, ai tempi della dittatura di Videla e della tragedia dei desaparecidos. Al triplice fischio le urla degli 80.000 del Monumental sono assordanti, e presumibilmente giungono chiare anche alla Escuela de mecanica de la Armada, il principale centro di tortura del regime. Sembra per tutti la vittoria dei generali, ma sul campo la Selección ha vinto anche per le persone torturate lì di fianco: sul palco delle premiazioni, Kempes manterrà la sua promessa, e non stringerà la mano a Videla.

Ecco, il lavoro che vi presentiamo è anche per raccontarvi il Mondiale con questo taglio, per condividere storie come questa, e per sperare insieme che l’assurda domanda posta per un gol della propria Nazionale – saranno felici o tristi? – possa essere solo un brutto ricordo del passato. Buon Mondiale a tutti.

Alberto Rossi

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Alberto Rossi

Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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