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L’esercito ha destituito la premier Yingluck Shinawatra. Che cosa succederà ora?Nel Paese vige la legge marziale. I militari manterranno la promessa di indire nuove elezioni?

 IL BACKGROUND SOCIO – POLITICO – Dal Novembre dello scorso anno, la Thailandia sta vivendo una profonda crisi politica innescata dal malcontento di una parte della popolazione, sostenuta dai membri dell’opposizione del Democrat Party e dai monarchici delle “Camicie Gialle”, contro l’amministrazione del potere da parte di Yingluck Shinawatra, leader del partito populista del Puea Thai Party. Gli scontri tra gli anti-governativi ed i sostenitori del governo Shinawatra, le cosiddette “Camicie Rosse”, hanno provocato sino ad oggi 28 morti e più di un centinaio di feriti, conducendo il paese verso una progressiva paralisi istituzionale.

Dopo l’annullamento da parte della Corte costituzionale delle elezioni dello scorso Febbraio, compromesse dall’azione di boicottaggio dell’opposizione, il tentativo del Puea Thai di condurre il Paese nuovamente alle urne si é rivelato ripetutamente vano.

Il 7 Maggio 2014, poi, la premier Shinawatra é stata destituita dalla Corte dopo essere stata riconosciuta colpevole di abuso di potere, per fatti risalenti all’epoca del suo insediamento al governo, quando rimosse dalle sue funzioni l’allora Capo della sicurezza nazionale.

In attesa di nuove elezioni, il vice-premier ed ex ministro del Commercio, Niwattumrong Boonsongpaisan, è stato così nominato Primo Ministro ad interim ma l’intervento dell’esercito sulla scena politica ha cambiato completamente le regole del gioco.

UN NUOVO COLPO DI STATO – L’esercito thailandese ha sempre avuto un ruolo da protagonista nella storia politica del paese. Dal 1932, anno d’istituzione della monarchia costituzionale, la Thailandia ha infatti visto continue e profonde crisi di potere sfociare in veri e propri colpi di stato. L’ultimo, in ordine cronologico, fu quello che nel 2006 destituì e costrinse all’esilio auto-imposto l’allora primo ministro Thaskin Shinawatra, accusato di corruzione e conflitto d’interessi.

Sia gli esperti geopolitici che molti osservatori internazionali hanno così letto, nelle proteste e nei conflitti che hanno dilaniato il paese in questi ultimi mesi, l’imminenza di un nuovo golpe.

Davanti alla destituzione della premier Yingluck Shinawatra e all’impossibilità delle diverse forze politiche di accordarsi su nuove elezioni, la risposta dell’esercito non si è fatta attendere.

Il 20 Maggio scorso, il generale Prayuth Chan-Och ha firmato la legge marziale nel tentativo “di riportare la pace e l’ordine all’interno del Paese”. “Sarà tutto normale, a parte il fatto che l’esercito si occuperà di tutte le questioni sulla sicurezza nazionale”, aveva poi aggiunto ma soltanto due giorni dopo, il 22 Maggio, un nuovo intervento annunciava ufficialmente il colpo di Stato.

Sospesa la Costituzione, i principali rappresentanti politici sono stati chiamati a presentarsi davanti alla giunta militare. La maggior parte di questi, tra cui l’ex premier Yingluck Shinawatra ed il leader dell’opposizione Suthep Thaugsuban, sono stati arrestati per poi essere rilasciati qualche giorno dopo.

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Tempi duri per i sostenitori di Yingluck Shinawatra

LE REAZIONI INTERNE – Dopo la proclamazione ufficiale del golpe, le prime reazioni sono state quelle delle Camicie Rosse che hanno annunciato rappresaglie e sono scese in piazza per manifestare il proprio dissenso. I militari, tuttavia, hanno immediatamente provveduto a disperdere i manifestanti. Ogni tipo di raggruppamento che superi il numero di cinque persone ed abbia finalità politiche é stato infatti interdetto dalla recente legge marziale che punisce con multe salate, o addirittura con il carcere, i trasgressori. Nel frattempo, il re Bhumibol Adulyadej ha approvato ufficialmente la presa di potere da parte dei militari conferendo al generale Prayuth Chan-ocha, in occasione di una cerimonia nella capitale, la guida del Paese.

Il compito dell’esercito sarà quindi quello di garantire la stabilità politica della Thailandia e guidare progressivamente il Paese verso nuove elezioni. Sino ad allora, tuttavia, l’atmosfera resta tesa, come dimostrato negli scorsi giorni da alcuni cittadini thailandesi che davanti ai media internazionali non hanno esitato ad esprimere il proprio dissenso nei confronti dell’esercito.

UNA CONDANNA INTERNAZIONALE –  La maggior parte degli attori internazionali ha condannato il colpo di stato dei militari: gli Stati Uniti, attraverso il Segretario di Stato John Kerry, hanno espresso preoccupazione per eventuali “implicazioni negative” che l’intervento dell’esercito potrebbe apportare alla gestione della crisi. Allo stesso modo l’Unione Europea ed alcuni vicini asiatici, quali Australia a Giappone, hanno invitato il paese a trovare una soluzione democratica che scongiuri l’uso della violenza. A Tokyo, in particolar modo, la tensione é notevole: il Giappone é infatti il principale investitore straniero nella penisola thailandese con un capitale che, secondo il quotidiano locale The Nation, avrebbe raggiunto nel 2013 quasi 7 miliardi di dollari. Secondo le medesime fonti, dopo lo scoppio della crisi il gigante automobilistico Honda starebbe riconsiderando il progetto di aprire un’ulteriore fabbrica per il prossimo 2015. Una situazione, quella thailandese, monitorata costantemente anche dalla concorrente Toyota le cui fabbriche, come annunciato dal portavoce, per il momento sembrano andare avanti senza soffrire dell’instabilità politica del paese. L’attenzione delle principali potenze occidentali e non resta tuttavia elevata, volta soprattutto a salvaguardare gli interessi economici e strategici che molti di loro possiedono nella regione.

Benedetta Cutolo

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Benedetta Cutolo
Romana di nascita ma parigina d’adozione, ho studiato e viaggiato un po’ ovunque. Dopo un Master alla Sorbona, mi sono laureata con doppio titolo in “Culture letterarie europee” presso l’università di Bologna e quella di Strasburgo. Successivamente ad alcune esperienze presso testate italiane, da alcuni mesi collaboro nella realizzazione di reportage di guerra e d’attualità per le principali emittenti francesi ed internazionali.
Viaggio appena posso e dove posso, parlo tre lingue ma ne sto imparando una quarta perchè ho come la sensazione che mi manchino le parole. Per il “Caffé Geopolitico” mi occuperò principalmente di Centro e Sud America, lì dove ho lasciato il mio cuore gitano

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