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Nell’ambito della rassegna “30 giorni di cultura“, in collaborazione con l’Associazione Culturale Carla Crippa ONLUS, abbiamo proposto al pubblico la visione di due film: Garage Olimpo è il primo. Di che cosa parla?

L’ARGENTINA DEI MILITARI – Partiamo subito con un concetto chiaro: per una serata in cui si mangia qualcosa con altri “e poi ci vediamo un bel film”, cercate altrove. Non è un film “leggero”, questo. Nel Garage ci entrerete presto anche voi, e non proverete sensazioni di particolare accoglienza. È un film buio, dove la luce appare poche volte, come una promessa di evasione e libertà che non si realizza. È un film forte, dove le scene di repressione non ci vengono risparmiate. È un film fuori dal tempo e dallo spazio: a non saperne nulla, non c’è neanche una scena che possa farci capire che siamo a Buenos Aires, proprio in quegli anni, tra il 1976 e il 1982.

Sono queste le scelte forti del regista, a suo tempo arrestato, torturato e poi espulso dall’Argentina. Quello che vedrete, Marco Bechis l’ha vissuto sulla sua pelle, e proprio per questo vuole raccontarlo “come se quella tragedia avvenisse oggi da qualche parte nel mondo. Senza ricostruire quegli anni, senza storicizzare i fatti”.

Garage Olimpo mostra bene la sofferenza di cui abbiamo parlato. Non certo e solo con la violenza, ma anche con alcuni dettagli, come quello – neanche così facile da cogliere – in cui si presenta il drammatico fenomeno di bambini figli di coppie di presunti rivoluzionari uccisi e assegnati ai militari. Spesso poi nella realtà è avvenuto che questi abbiano poi scoperto la verità: i genitori naturali uccisi, e quelli che li hanno cresciuti complici di quanto avvenuto.

La storia di Maria, giovane attivista militante che si oppone alla dittatura militare, arrestata e rinchiusa in un centro clandestino, dove scoprirà che il suo traditore è paradossalmente la sua unica possibilità di salvezza, è quella di decine di migliaia di altre persone in Argentina in quegli anni.

I DESAPARECIDOS – Cosa sappiamo di loro? Nei sette anni di intensa repressione che seguirono il colpo di stato del 24-3-76, migliaia di persone furono vittime di violazioni dei diritti umani. La giunta militare aveva annunciato di soffocare la rivoluzione ad ogni costo, evidenziando la propria determinazione mediante il ricorso alla tortura, alle esecuzioni extragiudiziali e alle sparizioni. Furono costituite forze d’intervento speciale il cui compito era catturare ed interrogare tutti i membri conosciuti di “organizzazioni sovversive”: simpatizzanti, iscritti e parenti, chiunque fosse ritenuto possibile oppositore del governo.

Un rapporto Conadep (Commissione nazionale delle persone scomparse) così recita: “A partire dal momento del sequestro, la vittima perdeva ogni diritto: senza alcuna comunicazione con il mondo esterno, confinata in luoghi sconosciuti, sottoposta a torture infernali, senza conoscere il suo destino, pronta ad essere gettata nel fiume o in mare, con blocchi di cemento ai piedi, o ridotta in carcere”.

Quanti sono i desaparecidos? Nessuno lo sa, ancora oggi. Nel 1984 vengono documentati 8960 casi di sparizione, ma se ne stimano 30-40mila, e vengono identificati 340 centri di detenzione clandestina. Negli anni seguenti al regime, tra leggi di amnistia e grazie presidenziali, vere indagini sono state di fatto impossibili, e a tutt’oggi la stragrande maggioranza dei casi di sparizione verificatisi in Argentina rimane irrisolta. Ci sono voluti più di 20 anni per una presa di distanza netta: i generali sono stati processati con Nestor Kirchner al governo. La democrazia è stata ristabilita a prezzo di risparmiare il giudizio sui responsabili di questi crimini. In ogni caso, quegli anni hanno lasciato una ferita profondissima e ancora viva, con migliaia di famiglie hanno avuto persone coinvolte.

PERCHE’ E’ DA VEDERE – È un film di paradossi: una racconto senza spazio e tempo, un traditore ancora di salvezza, un film buio per fare luce. Quando abbiamo proiettato questo film a Seregno, alcuni dicevano: noi vivevamo quegli anni, eravamo attenti, ma non ne sapevamo cosa fosse davvero, non sapevamo “fosse così”. Ecco allora l’importanza di un film come questo, che racconti un fenomeno che tanti di noi non conoscono veramente. E oltre a mostrarci quanto accaduto, inevitabilmente fa nascere in noi una sympatheia, secondo il significato etimologico della nostra parola “simpatia”: si soffre insieme, si entra in quel Garage, e si condivide la storia di Maria fino in fondo, in ogni suo passaggio.

Alberto Rossi

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Alberto Rossi

Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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