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Negli ultimi anni l’UE è stata oggetto di critiche molto forti e il rischio che le forze populiste godano di ampi consensi alle imminenti elezioni europee è molto alto. Tuttavia, il dibattito politico sull’UE è sempre stato, particolarmente nel nostro Paese, superficiale e ripiegato sulle vicende domestiche. È lecito sperare che sia arrivato il momento di aspirare a qualcosa di più?

PIU’ EUROPA NEL DIBATTITO INTERNO? – Senza un eccessivo sforzo di memoria, in molti ricorderanno che nell’approssimarsi alle elezioni europee del 2009, in non poche occasioni veniva rimproverato alla classe politica italiana di concentrarsi quasi esclusivamente sulle questioni nazionali, trascurando di fatto i «problemi» che giungevano da Bruxelles e da Strasburgo. In effetti, fino a cinque anni fa, nelle campagne elettorali per il rinnovo del Parlamento europeo si riflettevano i problemi (e le polemiche) domestiche, con grande allegria per chi criticava gli assetti istituzionali – ma soprattutto gli ideali – europei. Oggi non si può dire che ciò si sia verificato di nuovo o, per lo meno, non sembra che sia andato in scena lo stesso copione. È vero che non si scorge, neanche in lontananza, una effettiva classe politica europea e che talune polemiche nostrane persistono. Tuttavia  si deve indubbiamente registrare un’attenzione più mirata ai problemi e alle prospettive che i futuri parlamentari dovranno affrontare. Eppure, non si può ancora essere soddisfatti, anzi.

CAMPAGNA EUROPEA…SENZA EUROPA – In queste settimane si è parlato di Europa, ma da un eccesso si è passati al suo opposto: è stata criticata in modo aprioristico, per evidenziarne i problemi, per prospettare l’abolizione della moneta unica, una delle sue emanazioni più evidenti e incisive. E, dunque, a ben vedere, di Europa – di politica europea – non si è discusso neppure questa volta. Non tanto perché i giudizi negativi verso il suo funzionamento e la sua struttura istituzionale siano stati fin troppo numerosi e acuti, quanto perché non si è percepita una reale e genuina volontà di dibattere del futuro dell’Unione. E così, risulta agevole non solo ribadire l’assenza di una reale classe politica europea, ma prima ancora confermare la mancanza di una effettiva ‘mentalità’ europea. Purtroppo, indicare preventivamente (tra l’altro non da parte di tutti i gruppi politici) il Presidente della Commissione è forse solo un primo passo, certamente non la soluzione agli affanni legati al funzionamento delle istituzioni comunitarie.

Se nella programmazione degli obiettivi politici ed economici di una realtà istituzionale come l’Unione Europea è corretto porre l’asticella dei risultati attesi sempre più in alto, ci sono momenti durante i quali occorre riconoscere ciò che è stato già fatto, non solo per alimentare la memoria, ma anche per progettare il futuro. E il momento della campagna elettorale dovrebbe rispondere proprio a questo proposito. Chi chiede un rinnovo del mandato dovrà essere impegnato a rendicontare ciò che ha prodotto, mentre chi invoca, per sé e per il suo gruppo politico, la delega parlamentare per la prima volta dovrà prospettare cambiamenti da realizzarsi attraverso azioni di discontinuità. Si potrebbe obiettare che, nel caso italiano, ciò non avviene neppure nelle settimane che precedono il voto per il rinnovo del Parlamento nazionale. In parte è vero e, infatti, entrambi i contesti sono figli dell’assenza di radicate (e soprattutto convincenti) culture politiche. Può apparire banale (riba)dirlo. Ma in ogni Stato nazionale, assieme ai partiti politici sono necessarie le culture politiche che li sorreggono, li vivacizzano e li contraddistinguono.

ARRIVANO I POPULISMI – Dunque, durante la campagna elettorale si è discusso di Europa, ma lo si è fatto come se non avessimo avuto gli strumenti idonei per farlo. Tale consapevolezza non deve indurci a frettolosi ripiegamenti, ma spingerci verso una ragionata, equilibrata e incisiva riflessione sul nostro essere europei e, quindi, anche sulle istituzioni che devono ‘afferrare’ questa condizione. Fra i numerosi incagli nei quali sembra bloccata la prospettiva ideata da De Gasperi, Adenauer e Schuman, due in particolare sono quelli che, oggi, sembrano interessare (se non appassionare) di più le opinioni pubbliche nazionali: l’avanzata di formazioni politiche populiste e la configurazione prettamente tecnocratica delle “burocrazie di Bruxelles”.

 Come ha sottolineato Alessandro Campi (Bruxelles troppo arida, «Vita e Pensiero», n. 2/2014), molto probabilmente una stagione dell’europeismo si è definitivamente chiusa e quella che si dovrà aprire potrà prendere avvio proprio dal superamento del trauma che l’Europa dovrà sopportare se il prossimo 25 maggio ci sarà un’affermazione sostanziosa delle forze populiste. Le quali, sottolinea Campi, non devono essere considerate semplicemente alla stregua di una minaccia, di un pericolo da arrestare a qualunque costo, ma devono essere prese sul serio negli argomenti che portano avanti. In altre parole, è necessario fare i conti con quelle posizioni che, seppur talvolta espresse in modo grossolano, talora contengono argomentazioni considerate degne di attenzione (e presto vedremo se lo sono anche di un forte sostegno elettorale). Certo, la difficoltà di comprenderle con chiarezza è elevata proprio perché sfuggono alle categorie politiche che conosciamo, ma sicuramente non possono essere archiviate con un’alzata di spalle. Perché?

Chi si siederà tra i banchi del nuovo Parlamento Europeo?
Chi si siederà tra i banchi del nuovo Parlamento Europeo?

UN’EUROPA OLIGARCHICA – Perché se si vuole costruire un nuovo progetto europeo dopo che la crisi economica e sociale ha messo a dura prova l’attuale, non si può prescindere da quelle posizioni critiche che oggi trovano diffusa condivisione fra gli europei. Perché insieme alla ‘costruzione’ di una mentalità diversa, occorre migliorare anche il funzionamento delle istituzioni europee. In base ad alcune letture del recente passato – per esempio, quella espressa da Giuseppe Berta in Oligarchie. Il mondo nelle mani di pochi (il Mulino 2014) – da vent’anni, a governare l’Europa è «un’oligarchia connotata da una radice tecnocratica che costituisce il motivo più appariscente della debolezza che ne circonda l’immagine pubblica» (ivi, pp. 110-111). Pertanto, il problema si troverebbe alla radice, enfatizzato dal calo progressivo della partecipazione politica in modo piuttosto evidente negli ultimi anni.

TUTTO DA RIFARE? – Se, quindi, l’Europa così com’è non ha funzionato forse proprio perché nata su basi troppo fragili, è possibile archiviarla? Non sembri paradossale il fatto che, per molti, l’esito delle prossime elezioni europee rappresenterà la risposta a questa domanda. Se prevarranno gli euroscettici, si dovrà porre fine al potere sovranazionale delle burocrazie tecnocratiche di Bruxelles; se, al contrario, gli europeisti avranno la meglio, si proseguirà sul cammino intrapreso negli ultimi decenni, illudendosi del fatto che, in fin dei conti, sono necessarie solo poche modifiche all’assetto istituzionale e decisionale in vigore. Per fortuna, qualunque risultato ci offriranno le urne, gli scenari futuri non saranno così drastici. Però – lo ha sottolineato Lorenzo Ornaghi (L’Unione europea in bilico , «Atlantide», n. 1/2014) – se aumenteranno sensibilmente i voti espressi per movimenti fortemente critici verso la costruzione europea non bisognerà considerarli la «manifestazione di uno stato transitorio», influenzato dalle inquietudini economiche e dalla generale sfiducia verso qualsiasi forma di politica. Allo stesso modo, se il consenso a queste forze critiche non sarà così dirompente, non si dovranno considerare le consultazioni del 25 maggio come un appuntamento routinario dello schema istituzionale dell’Unione europea.

Una retorica frequente nelle elezioni politiche italiane tende a considerare “decisiva” per le sorti del popolo e della democrazia praticamente ogni tornata elettorale. Per mobilitare gli elettori, i leader politici non solo esaltano con calcolata efficacia i concetti che entusiasmano e fidelizzano i propri sostenitori, ma cercano di far passare l’idea che l’appuntamento elettorale possa davvero cambiare, in modo irrimediabile, le sorti del Paese e dei suoi abitanti. Molte volte questa tecnica di comunicazione è apparsa eccessiva e forse lo sarebbe anche per le imminenti elezioni europee. Tuttavia, dopo il 25 maggio qualcosa dell’Europa dovrà cambiare, e le idee e le azioni politiche non potranno non avere un ruolo cruciale: se una politica lungimirante saprà riappropriarsi del suo ‘spazio’, con ogni probabilità si avvierà, realmente, un processo di cambiamento.

Antonio Campati

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