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La morte di Bin Laden è certamente un evento di enorme rilievo. Chiude in qualche modo una fase di scontri lunga 10 anni, tra occidente e mondo musulmano, durante la quale lo stesso oggetto del contendere è rimasto spesso sfumato, soprattutto a livello politico e di opinione pubblica. Guerra giusta o no? Guerra ai terroristi? Scontro di civiltà? Giustizia o vendetta? Al di là di questo, da un punto di vista più analitico, è importante circoscrivere e differenziare i diversi significati di questo evento

 

IL PUNTO DI VISTA TATTICO-OPERATIVO – In quest’ottica, la cancellazione fisica di Osama non cambia molto. Togliere oggi Osama ad Al Qaida non è come togliere Riina alla Mafia, Schiavone alla Camorra o Campana alla Sacra Corona Unita: non è stato eliminato un comandante in campo, uno che gestisce, uno che dà ordini. La stessa Al Qaida non è un organismo centralizzato, con una struttura di comando che rischia il collasso se perde il capo: è infatti da assimilarsi a un network di persone che in qualche modo condividono gli stessi “scopi e valori”, sotto l’ombrello fornito dalla ideologia di Al Qaida.

La minaccia costituita da gruppi come Al Qaeda nella Penisola Araba o Al Qaeda nel Maghreb Islamico (sospettata del recente attacco a Marrakech), nonchè dei “lupi solitari” e delle piccole cellule sparse nelle città occidentali rimane infatti inalterata. Questi sono soggetti indipendenti, capaci di condurre autonomamente attacchi su scala medio-piccola, attacchi comunque gravi, e semmai l’uccisione di Osama può fungere da molla per nuove iniziative.

 

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IL PUNTO DI VISTA STRATEGICO – E’ stato però eliminato un simbolo, con una operazione americana nel cuore del Pakistan, e questo, dal punto di vista strategico, ha invece rilevanza.

La ha in relazione all’elemento emotivo, dato che le cellule terroristiche nel mondo potranno essere risvegliate da questo colpo; lo stesso vale per la coalizione a guida americana che può giustamente celebrare una vittoria e trovare slancio e forza per sostenere le proprie posizioni, ad esempio rispetto a come condurre le operazioni in Afghanistan.

La ha anche in relazione ai rapporti politici, soprattutto rispetto al triangolo Pakistan-Afghanistan-Stati Uniti, che adesso dovranno affrontare necessariamente una nuova discussione sul futuro: ci si chiederà che fare dopo Osama, che fare cioè dopo che il principale obiettivo presente nell’area è stato colpito. E gli Stati Uniti potranno vantare una posizione di forza.

La prima mossa dovrebbe adesso spettare al Pakistan, che a quanto pare è stato praticamente estromesso dalla impostazione dell’operazione e che quindi ha ancor di più la necessità di recuperare il tanto credito perso nei confronti degli USA, e garantirsi che gli americani continuino a supportare e finanziare Islamabad nel suo tentativo di bilanciare l’influenza indiana nella regione. D’altro canto Washington non può prescindere dall’alleato pakistano per cercare di arrivare a un compromesso politico con le fazioni talebane, per liberarsi dall’Afghanistan senza lasciare solo disastri.

In definitiva, la morte di Osama può essere usata come elemento di spinta nella trattativa americana per uscire dall’Afghanistan, ma potrà essere anche usata dai pakistani per riportare il confronto sul terreno afgano, con modalità attualmente difficili da prevedersi.

 

Pietro Costanzo

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