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Il settantasettenne Abdelaziz Bouteflika ha trionfato nuovamente e ora si accinge a intraprendere il suo quarto mandato presidenziale in un Paese più instabile di quanto sembri. LE ELEZIONI – Lo scorso 17 aprile gli Algerini hanno eletto il proprio Presidente della Repubblica. L’anziano Bouteflika ha ottenuto l’81% dei voti, dopo essere già stato scelto nel 1999, nel 2004 e nel 2009. L’immagine simbolo di queste elezioni è quella del Presidente che si avvia al seggio sulla sedia a rotelle, spinto dai famigliari: un Capo di Stato anziano e malato, incarnazione dello status quo che ha permesso all’Algeria di restare immune agli sconvolgimenti di molti Paesi vicini. Bouteflika, dato per favorito da mesi, fu membro del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) dal 1956 e dell’Assemblea Costituente al momento dell’Indipendenza (1962), ed è considerato uno dei padri dell’Algeria post-coloniale. Il solo rivale vagamente credibile era Ali Benflis, a sua volta membro del FLN ed ex-collaboratore di Bouteflika, da cui si allontanò per candidarsi alle presidenziali nel 2004. Nella fase pre-elettorale un’azione nella quale i detrattori di Bouteflika si sono trovati d’accordo è stato l’invito al boicottaggio delle consultazioni. Già dall’inizio di marzo ad Algeri ci sono state marce e manifestazioni realizzate da formazioni laiche e islamiche: il 22 marzo, giorno dell’apertura ufficiale della campagna elettorale, in 5mila hanno marciato nella capitale. Un movimento che sembra farsi strada è Barakat, “Basta così” in arabo algerino, con un significativo richiamo al Kifeya (“Basta!”) egiziano, nato nel 2004 contro il regime di Mubarak. La sua leader Amira Bouraoui ha recentemente annunciato nuove azioni di protesta in quanto «il Presidente ha dimostrato di essere fisicamente impossibilitato a guidare il Paese». L’affluenza è stata significativamente contenuta, 51,7% contro il 75% delle presidenziali del 2009, a conferma di come la fiducia verso la sfera politica sia inesorabilmente in calo. LA FORMULA DELLO STATUS QUO – Il 28 aprile l’anziano Presidente ha prestato giuramento, avviando così il suo quarto mandato, per poi nominare premier Abdelmalek Sellal, già Primo Ministro nell’ultimo biennio. Il 5 maggio ha infine definito il resto della squadra di Governo, ancora con poche sorprese. Tutto sembra confermare l’intenzione di preservare lo status quo che fino a oggi ha permesso all’Algeria di mantenere una discreta stabilità interna agli occhi dei partner internazionali: indicatori socio-economici positivi come deficit di bilancio contenuto e debito estero del 2% nel 2012, e soprattutto la capacità di resistere tanto ai venti delle Primavere quanto all’evoluzione del jihadismo nell’area. La strategia tesa al mantenimento dello stato di cose precedente alle elezioni appare però piuttosto miope, specie se si considerano le analogie con le congiunture socio-economiche e culturali che hanno determinato il crescente scontento interno e che hanno fatto da brodo di coltura alle Primavere in molti Stati vicini.
Un'immagine dalla giornata di voto
Un’immagine dalla giornata di voto
CALMA APPARENTE: LO SCONTENTO INTERNO – Nonostante la frammentazione delle opposizioni algerine, incapaci finora di portare avanti rivendicazioni condivise e di far presa su numeri davvero significativi di cittadini, non si può negare che lo scontento sia diffuso. La questione più spinosa è quella economico-energetica, rappresentata dalla quasi assoluta dipendenza dell’economia algerina dagli idrocarburi. Essi concorrono a formare un terzo del PIL e circa il 98% delle esportazioni. Con 12,2 miliardi di barili annui l’Algeria rappresenta il terzo Paese africano per quantitativo di petrolio dopo Libia e Nigeria. Secondo le più recenti previsioni, se tale esclusività non verrà modificata attraverso piani innovativi di diversificazione, il Paese diventerà importatore di petrolio entro il 2023 e di gas entro il 2026. Proprio a due giorni dalle ultime elezioni Amara Benyounès, portavoce di Bouteflika, ha dichiarato che il prossimo mandato presidenziale si giocherà sull’economia, senza tuttavia esplicitare quali cambiamenti strutturali modificheranno il vecchio sistema. Tali strategie hanno concorso ad acuire altre due ragioni dello scontento popolare: la disoccupazione diffusa e, congiuntamente, l’assenza di prospettive lavorative credibili per le nuove generazioni. I laureati sotto i trent’anni senza un’occupazione fissa hanno superato il 30%. La crescita demografica è dell’1,5% annuo e la popolazione under-30 rappresenta i due terzi del totale. Un’altra forza motrice della montante insofferenza popolare, specie tra i giovani istruiti, è la sistematica violazione delle libertà di stampa nei confronti dei mass media più indipendenti. Negli anni Abdelaziz Bouteflika ha ordinato la chiusura di molti giornali, ha fatto imprigionare giornalisti come Mohammad Benchicou direttore di “Le Matin”e ne ha costretti altri all’esilio. Emblematico delle tensioni in campo fu il caso del quotidiano “El Watan”, “La Patria”, che secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti ha subito attacchi sia dal Front de Libération Nationale al potere, sia dai suoi nemici di sempre, le componenti islamiste più irriducibili del Gruppo Islamico Armato (GIA).
Abdelaziz Bouteflika, a capo dell'Algeria per la quarta volta
Abdelaziz Bouteflika, a capo dell’Algeria per la quarta volta
IL RUOLO INTERNAZIONALE – L’immagine di baluardo della stabilità regionale in mezzo ai venti delle Primavere e di fronte all’evolversi delle strategie jihadiste è, con gas e petrolio, la risorsa più fragile e preziosa che Abdelaziz Bouteflika si è trovato ad amministrare negli ultimi vent’anni. Alla fine del 2012, con l’intervento francese in Mali, il ruolo algerino si è fatto ancor più delicato. Si temeva uno spill-over del conflitto maliano, ma soprattutto l’azione dei jihadisti di Ansar al-Din. In un simile scenario l’Algeria optò per la concessione del proprio spazio aereo per le operazioni in Mali e in seguito scelse di ospitare i negoziati tra il Governo maliano e Ansar al-Din alla fine dell’anno. A metà gennaio 2013 tuttavia la stabilità algerina venne messa nuovamente in discussione dall’attacco all’impianto di In Amenas, nel Sahara sud-occidentale, reazione alla decisione algerina di concedere alla Francia lo spazio aereo. Il bilancio fu di 67 vittime tra ostaggi e terroristi. Con il Paese stretto nella morsa dello scontento interno, delle rivendicazioni democratiche nei Paesi vicini e del riassetto del cosiddetto “Jihad 2.0” in Nord Africa e nel Sahel, il potere si concentra sempre più nelle mani dei fedelissimi di un Bouteflika che ne viene ormai pilotato più che coadiuvato. Tra tutti il burattinaio per eccellenza è il generale Mohamed Mediène, conosciuto come “Generale Tawfiq”, capo del Département du Rénseignement et de la Sécurité (DRS), il centro dei servizi della capillare intelligence algerina. FUTURO INCERTOProspettive economiche inquietanti, esplosione demografica, corruzione, scarsa fiducia dei cittadini nelle Istituzioni, proteste a inizio 2011: lo scenario algerino appare ampiamente omologo a quelli che altrove hanno portato alle Primavere arabe. Eppure nel Paese di Bouteflika ciò non si è ancora verificato. Per scongiurare tale pericolo si sono sfruttate carte vincenti di cui altri Stati erano sprovvisti, come la liquidità monetaria derivante dagli idrocarburi, la mancanza di unità delle opposizioni e Forze dell’Ordine decise, ma meno sanguinarie che altrove nel contenimento dei manifestanti. Dove tutto ciò non ha avuto successo, ha giocato un ruolo significativo lo spettro del conflitto civile. Altrettanto indimenticabili sono stati gli strascichi della guerra, prolungatisi per molti anni dopo il processo di pace avviato da Bouteflika nel 1999. Ma fino a quando tali risorse potranno impedire una Primavera algerina? Il risultato elettorale evidenzia che si è puntato su quello che molti hanno definito “usato sicuro”. Un’alternativa credibile mancava tanto all’interno del partito di Governo quanto nelle file dell’opposizione. Ma l’aver preferito lo status quo mostra una rischiosa dose di cecità: si è scelta una calma apparente che potrebbe essere lo strato superficiale di un magma in via di ebollizione, anziché fare tesoro degli ultimi tre anni della storia mediorientale. Sembra dunque certo che l’Algeria resterà uguale a se stessa ancora per i prossimi quattro anni. Molto meno sicuro è che gli Algerini facciano altrettanto. In quattro anni molto può accadere e lo scontento potrà trovare interlocutori altri rispetto al Governo che sceglie di ignorarlo. Pertanto la sfida primaria per il FLN e per i suoi oppositori sarà la formazione di una nuova élite di potere che punti a una lungimirante democratizzazione del Paese, prima che essa venga rivendicata esclusivamente dal basso, con conseguenze di portata ignota.  

Sara Brzuszkiewicz

 
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Sara Brzuszkiewicz

Sono nata nel 1988 e ho cominciato a conoscere il mondo molto presto grazie a due folli amanti dei viaggi, i miei genitori. Laureata in Mediazione Linguistica e Culturale nel 2010 ed in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale nel 2012, sono junior researcher su Nord Africa e Medio Oriente alla Fondazione Eni Enrico Mattei e dottoranda in Istituzioni e Politiche all’Università Cattolica di Milano. Nutro una smisurata passione per la lingua araba, una delle più ricche al mondo, e per la cultura arabo-musulmana in tutte le sue forme: dalla storia alla cucina, dalla geopolitica alla letteratura, dall’attualità alla danza orientale. Appena ho potuto, per migliorare il mio arabo o per piacere personale, ho viaggiato tra Egitto, Marocco, Siria, Tunisia, Emirati Arabi Uniti, Oman. Cittadina del mondo troppo sensibile, mi lego per sempre ad ogni luogo vissuto, che poi è immancabilmente difficile lasciare.

2 Commenti

  1. Articolo che illustra uno scenario interessante anche se dai risvolti ancora misteriosi… Purtroppo tutta l’Africa ex- colonia dell’Europa, non è stata all’altezza dei propri sogni di libertà.

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