Luogo dell'attacco a Slaviansk; credits: REUTERS/ Gleb Garanich
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La settimana scorsa, dopo giorni di tensione e scontri, era stato raggiunto a Ginevra un accordo per una “tregua” in Ucraina. I fatti avvenuti nel corso del fine settimana potrebbero però mettere a repentaglio il successo dell’iniziativa ginevrina. In 3 sorsi, un aggiornamento sulla situazione.

L’ACCORDO DI GINEVRA – Dopo diversi episodi di scontri tra gli autonomisti e le forze del governo di Kiev, giovedì 17 aprile i diplomatici di Ucraina, Stati Uniti, Federazione Russa ed Unione Europea hanno siglato a Ginevra un accordo nel tentativo di risolvere la crisi ucraina. Il testo prevede diversi passi che, se intrapresi, porrebbero buone basi per una pacificazione definitiva. Innanzitutto, si richiede che ognuno si astenga da violenze, intimidazioni e provocazioni, che tutti i gruppi armati illegali siano disarmati e che tutti gli edifici e spazi pubblici siano restituiti al “legittimo proprietario” e che coloro che si sono attenuti a tali misure godano dell’amnistia. Una missione dell’OSCE è stata incaricata di monitorare l’implementazione di queste misure da parte sia delle autorità centrali che di quelle locali. All’ultimo punto dell’accordo di Ginevra si stabilisce che il processo costituzionale per la riforma delle istituzioni sia inclusivo, permetta cioè che tutti (specie quindi i manifestanti nell’est del Paese) esprimano le proprie posizioni sull’indirizzo che le riforme debbono prendere.

NUOVI SCONTRI – Ma come successe per nel caso della tregua siglata a febbraio tra Yanukovich ed i manifestanti di Euromaidan, anche quest’ultimo accordo non è stato rispettato. Entrambe le parti in causa hanno fallito nell’implementazione delle misure che più da vicino li riguardano. Gli edifici occupati e i blocchi per le strade non sono stati sgombrati dai cittadini e i gruppi di autodifesa (come vengono chiamati) non hanno deposto le armi, mentre Kiev non ha provveduto a che i gruppi armati schierati a suo favore consegnassero le proprie armi. Questi ultimi gruppi hanno così ancora una capacità che gli ha permesso di condurre un attacco ad un posto di blocco dei manifestanti a Slaviansk, uccidendo 3 persone e ferendone altre 3; in particolare, sembra siano stati militanti di estrema destra ad aver attaccato. Immediate le condanne da Mosca, che tramite il ministro degli esteri Lavrov ha bollato questo atto come in palese violazione dell’accordo del 17 aprile. Ponomaryov, capo delle forze di autodifesa, ha nel frattempo chiesto che la Russia invii forze di peace-keeping per proteggere i movimenti federalisti da altri attacchi come quello del 20 aprile. Una richiesta, questa, che segue le parole pronunciate da Putin giovedì scorso, quando ha affermato che spera “di non dover fare ricorso al diritto di ordinare alle forze russe di schierarsi in Ucraina”. Ma le prese di posizione non arrivano solo da parte russa, perché anche Washington ha accusato Mosca di non utilizzare l’influenza che possiede sui manifestanti per indurli ad abbandonare le occupazioni, minacciando nuove sanzioni.

Lavrov, ministro degli esteri russo; credits: RIA Novosti. Sergey Kuznecov
Lavrov, ministro degli esteri russo; credits: RIA Novosti. Sergey Kuznecov

L’OPZIONE FEDERALISTA – I fatti che avvengono nella parte orientale dell’Ucraina danno sempre maggiore sostanza alle posizioni dei federalisti e di chi li sostiene (leggasi Russia). Le tensioni nel Paese, che si sviluppano sulle diversità etniche e di interessi fra le regioni, non si arrestano ed il riconoscimento di maggiore autonomia (implicitamente riconosciuto dall’accordo di Ginevra stesso) sembra rispecchiare la soluzione più opportuna ai problemi di Kiev. Questo permetterebbe alla minoranza russa nell’Ucraina orientale di acquisire maggiore influenza all’interno della nazione e di sentirsi quindi più tutelata; allo stesso tempo Mosca avrebbe l’opportunità per bloccare la deriva ad occidente del proprio vicino, facendole così avvertire la propria posizione più sicura. Non sarebbe certo un successo per la diplomazia dei Paesi occidentali, ma il compromesso raggiunto a Ginevra il 17 aprile riconosce già l’indirizzo che si deve tenere per una soluzione della crisi. Ed è un indirizzo a favore delle posizioni della Russia.

Matteo Zerini

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