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Caffè150 – L’Italia era stata per secoli stretta tra le grandi potenze europee che se la contendevano continuamente. Lo stesso avvenne durante il Risorgimento, con Austria e Francia come protagonisti. Per queste ed altre nazioni l’Italia era solo uno delle tante regioni europee dove sfidarsi, ove i loro interessi e desideri spesso non coincidevano con quelli dei patrioti italiani. Eppure, forse proprio comprendendo meglio la situazione europea sarebbe stato possibile per il Davide italiano sconfiggere il Golia straniero

 

UNA PROVINCIA DELL’IMPERO ASBURGICO – Abbiamo già parlato dei progetti del Principe Metternich nei confronti degli stati pre-unitari (Gli stati minori pre-unitari, strumenti della “Pax Austriaca”), ma questo non basta a capire la situazione del Lombardo-Veneto. Nel 1848 quelle che diventeranno le regioni italiane del nord-est sono ormai da tempo una provincia, per di più piuttosto ricca, del vasto impero asburgico. In generale il territorio austriaco vero e proprio era come oggi ridotto, mentre la gran parte dell’Impero era costituito da provincie popolate da etnie diverse, con lingue e tradizioni differenti specialmente nelle provincie italiane e ungheresi dell’Impero. Non si trattava però di regioni necessariamente poco fedeli; le forze armate asburgiche avevano anzi spesso reclutato alcuni tra i migliori generali (ad esempio nel ‘700 il Principe Eugenio di Savoia e il Generale ungherese di cavalleria Nadasdy) e tra le migliori truppe (alcuni ottimi reggimenti italiani e i famosi Ussari ungheresi). Ma nel XIX secolo le cose erano cambiate e la rinascita dei sentimenti nazionali italiano e ungherese portò a numerose rivolte.

 

UN TEATRO IMPORTANTE MA SECONDARIO – La cosa interessante da comprendere è che mentre per noi la situazione del Lombardo Veneto appariva vitale, per gli Asburgo esso era solo uno dei tanti teatri di lotta, spesso nemmeno il più importante. L’Austria venne progressivamente impegnata dalla Prussia per mantenere la supremazia in Germania e anche per quanto riguarda le insurrezioni, l’Italia non fu il solo luogo dove si verificarono. Altre ne avvenivano anche a Vienna e nel 1848 si svolse una grossa rivoluzione in Ungheria. Entrambi i fatti ebbero dimensioni tali da costituire una seria minaccia per l’impero, soprattutto perché coinvolgevano la capitale e alcune tra le regioni più vaste. Furono tanto pericolose da richiedere che per sedarle venissero impiegate la maggior parte delle risorse e delle truppe. A Vienna le rivolte ottennero la destituzione del Metternich, mentre l’insurrezione ungherese fu sedata nel sangue anche grazie all’intervento dei Russi, tradizionali alleati. Si potrebbe pensare che l’esercito austriaco, proprio perché composto da soldati provenienti un po’ da ovunque, fosse colpito da forti diserzioni; molti soldati si unirono agli insorti, ma tanti altri restarono invece fedeli agli Asburgo come era stato per secoli. Questo ci porta a capire un punto fondamentale: risultava pura illusione pensare che i moti italiani e il piccolo Piemonte potessero trionfare da soli contro un nemico tanto vasto e potente. Era quindi necessario combinare l’azione italiana con condizioni europee favorevoli. Un appoggio in tal senso poteva darlo la Francia, anch’essa piena di propri interessi nella nostra penisola e in generale nell’intero continente.

 

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DOVE OSANO I FRANCESI – La Francia infatti aveva interessi economici stabili nella penisola, ad esempio banche francesi detenevano una importante fetta del debito di diversi degli Stati pre-unitari, e i mercati francesi importavano molti prodotti agricoli e tessili dal sud e nord Italia. Inoltre, dal punto di vista geopolitico, il nord Italia rappresentava per Francia una prima linea di difesa nel confronto con l’Austria: sostenere il Piemonte e agevolare l’annessione di territori a est (Lombardia, Veneto) significava anche poter avanzare le proprie difese su quel versante. D’altro canto però l’interesse francese allo sviluppo di uno Stato unitario ai suoi confini non poteva essere davvero alto. Di fronte al possibile vantaggio di guadagnare un alleato più forte e più numeroso, ad esempio, c’era anche il rischio di un vicino che poteva diventare ingombrante (l’Italia unita sarebbe stato un Paese con 22 milioni di persone) e difficilmente gestibile per la potenza d’Oltralpe, anche per via di una evidente frammentazione interna. Per questo il sostegno fornito da Napoleone III (raffigurato nell’immagine) agli sforzi politici e bellici piemontesi non fu pieno, né rispetto ai conflitti contro l’Austria, né in sostegno al programma unitario di Cavour.

 

NOI E LA FRANCIA – Ecco infatti alcune delle tappe che meglio possono spiegare il comportamento francese nei confronti della nascente Italia. La prima di queste è la Prima Guerra di Indipendenza (1848-1849): la Francia agisce militarmente a sostegno dello Stato Pontificio, contro la Repubblica Romana di Mazzini, Armellini e Saffi. Il suo esercito contribuisce a scacciare Garibaldi da Roma e il sostegno di Parigi alla Restaurazione è quindi importante. Pio IX infatti rientrerà in una Roma occupata dai francesi e il Piemonte, poi sconfitto dall’Austria (Custoza, Novara), dovrà rinunciare al primo tentativo di costruire l’indipendenza italiana. Ma il disegno di Cavour è ampio, e la scelta di allearsi con Francia e Inghilterra, contro la Russia, nella lontana guerra di Crimea, serve a rinsaldare il rapporto con Parigi, facendo aumentare il peso diplomatico del Regno di Sardegna. Cavour, Vittorio Emanuele e D’Azeglio entrano nel circolo delle riunioni tra le potenze europee, dove ottengono che la posizione dell’Austria occupante sul suolo italiano venga denunciata. Si arriva così alla Seconda Guerra di Indipendenza: nel 1859 la Francia è in forze accanto al Piemonte contro l’Austria, per la conquista del Lombardo-Veneto. Mentre nel resto della penisola le rivolte ottengono buoni risultati e le annessioni di diverse regioni al Piemonte sembrano finalmente fattibili, Napoleone III firma un inatteso armistizio con l’Austria a Villafranca, che blocca di fatto il raggiungimento di un successo ampio. La guerra si conclude comunque con esito favorevole al Piemonte che può annettere la Lombardia e poi altri territori, ma questo accordo è stato visto spesso come un tradimento del progetto unitario italiano da parte francese. Di certo fu la dimostrazione di una politica estremamente cauta e dubbiosa nei confronti di un Paese che faticava a nascere. Ne parleremo ancora.

 

Lorenzo Nannetti, Pietro Costanzo

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