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Dopo il fallimento delle banche islandesi rinazionalizzate l’anno scorso, gli strascichi della crisi economica che aveva inaspettatamente travolto l’isola colpiscono anche la grande multinazionale dei panini. Il motivo non sembra certo un’inattesa riscoperta dello “slow food”

MC DONALD’S CHIUDE IN ISLANDA – Secondo quanto riportato sul blog Iceland Weather Report la Mc Donald's Corporation starebbe per andare via dall'Islanda. Perché? Le motivazioni riportate dalla blogger islandese Alda Sigmundsdottir non hanno convinto tutti: ciò che sembra comunque certo è che la grande multinazionale americana sta davvero chiudendo i suoi punti vendita islandesi. La grande multinazionale americana Mc Donald’s sarebbe così più che in procinto di lasciare, seppur a malincuore, l’Islanda per sempre. Così afferma la blogger Alda Sigmundsdottir su un intervento del 26 ottobre del suo blog Iceland Weather Report, seguitissimo in Islanda.

VOGLIE SLOW? – Gli islandesi in un moto di sciovinismo alimentare hanno deciso di rivalutare il merluzzo affumicato ai danni del manzo americano? Non esattamente. A sentire la blogger, lo sciovinismo sarebbe quello degli americanissimi manager della Mc Donald's Enterprise che “costringerebbero” ogni singolo paese a importare le materie prime necessarie a preparare i panini made in Usa celebri in tutto il mondo. Che questo sciovinismo alimentare abbia seri rapporti con gli enormi guadagni dei partner della multinazionale, derivanti dalle tonnellate di materie prime esportate all’estero, sarebbe ovviamente un dato del tutto irrilevante. Secondo la Sigmundsdottir, l’Islanda mollerebbe Mc Donald’s non per moti salutisti né per ipotetici progetti di rivalutazione dei prodotti nazionali, ma per gli altissimi costi di importazione derivanti, impossibili da reggere in questa congiuntura economica mondiale che ha messo in ginocchio i trecentomila e passa abitanti dell’isola, causando una svalutazione pari al 100% della corona islandese.

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IL CARRY TRADING – Una crisi in Islanda motivata principalmente da un decennio di rischiose operazioni di carry trading, cioè di prestiti di denaro da paesi con tassi di interesse bassi (come il Giappone) da cambiare e investire in valute di paesi con un rendimento maggiore, proprio come l'Islanda. L'isola che prima aveva visto salire vertiginosamente i propri tassi, attirando moltissimi investitori esteri, è finita poi per crollare come un gigante dalle gambe di carta a causa di un indebitamento che seppure in yen giapponesi era diventato così grande da non poter essere coperto. Ci penserà poi il Fondo Monetario Internazionale nel 2008 a turare la falla, prestando all'Islanda sei miliardi di dollari, divisi tra lo stesso FMI e varie banche centrali scandinave e giapponesi.

NON C’E’ DUE SENZA TRE– Una crisi della valuta letale anche per il pagamento annuale delle royalties di utilizzo del marchio. A voler dar credito ai fautori del libero mercato senza se e senza ma, verrebbe da dire che la crisi economica ha fatto vincere la legge di mercato. Risultato: slow food batte fast food, con buona pace dei salutisti. Oltre l’Islanda, in Europa solo la Bosnia e l’Albania non sono state ancora colonizzate dai vari Big Mac e Chicken Mc Nuggets. La chiusura sembra in effetti conclamata: è sufficiente infatti entrare nel sito della Mc Donald's Enterprise per rendersi conto che nella sezione dedicata al franchising l'Islanda, pur comparendo nell'elenco dei paesi, non ha più un format di richiesta di apertura di punti vendita, accogliendoci con un laconico country name 'Iceland' is invalid. Please provide a valid country name.

Una spiegazione, comunque, quella della blogger, che non ha convinto tutti e molte sono state le voci di contestazione di chi asserisce che la Mc Donald's non obbliga nessun gestore ad importare i prodotti direttamente dagli USA. Vero è che la multinazionale americana non obbliga nessun paese ad approvvigionarsi esclusivamente dagli USA, ma falso è che i gestori islandesi abbiano chiuso per motivi molto differenti da quelli fatti notare dalla Sigmundsdottir.

La blogger infatti sembra trovare credito anche presso il quotidiano inglese The Guardian e il Corriere della Sera conferma che moltissimi ingredienti necessari alla produzione dei prodotti targati Mc Donald dovevano essere  importati dalla Germania, con costi di importazione deleteri per la vendita al dettaglio; del resto chi comprerebbe un Big Mac al triplo del prezzo normale? Una tragedia per i gestori islandesi e una manna per la Mc Donald’s, che si è rivelata, alla lunga, letale per entrambi. La particolare realtà economica dell'Islanda, al di là della congiuntura economica attuale, non permette grossi slanci ma forse la chiusura del colosso americano spingerà gli islandesi a puntare su forme di speculazione interna più utili allo sviluppo della nazione.

Gherardo Fabretti

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Redazione

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