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Il Regno delle due Sicilie e lo Stato della Chiesa/parte I – A metà del 1800 nella nostra Penisola c’erano ben sette Stati, di cui solo tre pienamente indipendenti: Regno delle Due Sicilie, Regno di Sardegna e Stato della Chiesa; gli altri erano sotto il dominio diretto o indiretto dell’Austria. Il Regno del meridione mantenne sempre un profilo internazionale poco attivo, alle volte ambiguo, mostrando però un forte senso di indipendenza

Parte I: il Regno delle due Sicilie

 

UN REGNO BREVE – Il Regno delle Due Sicilie nasce nel 1816, dopo il Congresso di Vienna, dall’unione dei regni di Napoli e Sicilia, per mano di Ferdinando IV di Borbone, e finisce con l’invasione garibaldina e la seguente annessione al Regno di Sardegna, nel 1861. Nella sua breve durata è governato dalla Real Casa di Borbone, che gestisce i suoi territori “al di là e al di qua del faro” (di Messina) in maniera non sempre costante, sia nei rapporti con l’estero che nei rapporti con le popolazioni. A periodi di modernizzazione economica e istituzionale si alternarono repressioni e “controriforme”, come nel caso della repressione dei moti del 1848.

I Borbone, non proprio grandi sostenitori dell’Unità d’Italia, capitolarono dopo la battaglia del Volturno, nell’ottobre 1860, contro le truppe garibaldine e sabaude. Anche il Meridione, adesso, faceva parte di quello che da lì a poco sarebbe stato il Regno d’Italia.

 

AMICI DI TUTTI, NEMICI CON NESSUNOFerdinando II di Borbone (immagine sotto), Re dal 1830 al 1859, e personaggio chiave per la politica estera del Regno, credeva molto in questo principio, che però comportava non pochi svantaggi: significava infatti che, in realtà, nessuna relazione con un Paese straniero potesse essere troppo stretta, per non indisporre gli altri. E comportava anche che i tentativi di ingerenza delle potenza del tempo (Francia, Inghilterra, Austria), venissero respinti con dei giochi di equilibrio non sempre fruttuosi. Metternich (l’importante diplomatico e politico austriaco) scrisse di Ferdinando II: “egli non sopporta intrusioni, è convinto che il suo regno, per posizione geografica, non ha bisogno dell’Europa”. In effetti la politica commerciale ed estera dei Borbone fu sempre prevalentemente volta al Mediterraneo: lo dimostrava anche il fatto che i maggiori investimenti fossero nelle flotte più che nelle infrastrutture di terra. La Marina Mercantile del Regno era tra le più avanzate nel Mediterraneo, con tecnologia e cantieristica di alto livello (i primi battelli a vapore a viaggiare nel Mediterraneo furono napoletani), e anche la Marina Militare era avanzata, nell’organizzazione e nei mezzi.

Inoltre, i Borbone si ritennero sempre molto legati soltanto allo Stato Pontificio, che completava, in qualche modo, il “meccanismo di protezione” del Regno…

 

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UN REGNO BEN DIFESO – …”per tre lati dall’acqua salata e per il quarto dall’acqua santa”, questa era la convinzione di Ferdinando II, che mai mise in discussione la fedeltà al Papa e che gli faceva concepire il confine nord dei suoi territori come invalicabile. La politica estera dei Borbone viene spesso identificata quindi come isolazionista: lontani dalle grandi potenze e davvero alleati solo con Spagna e Russia, l’una militarmente poco utile, l’altra troppo distante.

Il Regno comunque, sebbene geograficamente piccolo, soprattutto a confronto con i grandi stati europei, era riconosciuto dai patti internazionali e godeva di un certo rispetto.

È quindi possibile leggere nella politica estera borbonica non solo, o non tanto, una mancanza di intraprendenza, ma anche un modo di mantenere l’indipendenza. D’altra parte il Regno delle due Sicilie non avrebbe potuto competere con le grandi potenze, avrebbe solo potuto diventarne subordinato.

 

UNA QUESTIONE DI ZOLFO – La conquista delle materie prime non è certo un problema soltanto dei giorni nostri. Nell’Ottocento la Sicilia produceva grandi quantità di zolfo, fondamentale per fare la povere da sparo e quindi molto ricercato dalle grandi potenze militari. Tra Londra e Napoli vi era un accordo commerciale molto sbilanciato a favore degli inglesi, che acquistavano lo zolfo a basso prezzo. Ferdinando II volle però cambiare gli accordi oramai ventennali nel 1836, concordando la vendita di questa materia prima ai francesi, a prezzo più alto. Gli inglesi non la presero bene e scoppiò una grave crisi tra Londra e Napoli, che quasi portò alla guerra; grazie alla rinuncia francese agli accordi la guerra si evitò, ma Napoli dovette risarcire entrambe le potenze e la posizione del Regno si deteriorò agli occhi dei partner europei. Da allora gli inglesi furono apertamente ostili ai Borbone, avendo di fatto perso il monopolio strategico del prezioso minerale. Fu così che gli stessi inglesi avviarono una politica di indebolimento del Regno, con il Primo Ministro Palmerston e il diplomatico inviato a Napoli, Gladstone, che puntarono a deteriorare l’immagine del Sovrano Borbone in Europa. Inoltre, i britannici ebbero anche un ruolo nel favorire lo sbarco dei Mille a Marsala, importante colonia inglese.

Negli anni conclusivi di vita del Regno, con la successione al trono di Francesco II (1859-1861), figlio di Ferdinando II, la politica estera perse di rilevanza a fronte dell’avanzata garibaldina. Francesco II, detto Franceschiello in tono non proprio lusinghiero, non ebbe possibilità e capacità di ricostruire rapporti con le potenze straniere per ottenerne protezione; allo stesso tempo il rapporto con la popolazione, soprattutto in Sicilia, era oramai compromesso dalla repressione che negli anni era diventata sempre più pesante (Messina era stata bombardata da Ferdinando II, per quello soprannominato “Re Bomba”), e così l’avanzata del movimento unitario non trovò grandi difficoltà nell’abbattere i Borbone.

 

Pietro Costanzo

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