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L’ondata della ‘Primavera’ araba, esplosa più di tre anni fa in Nordafrica e in Medio Oriente, ha portato in Yemen alla caduta di Saleh, come accaduto a Ben Ali in Tunisia, Mubarak in Egitto e Gheddafi in Libia. Il Presidente è stato costretto a fuggire dopo 33 anni di potere, lasciando dietro di sé un Paese sull’orlo di una guerra civile. Ma dopo Saleh ci sarà ancora Saleh o si aprirà una nuova fase?

L’INTERVENTO ONU PER LA TRANSIZIONE – All’inizio del 2011 lo Yemen è stato attraversato da vaste proteste, inserite nella maggiore cornice delle “Primavere” arabe. La reazione delle Autorità di Sana’a è stata immediata e violenta, con decine di morti tra i manifestanti, cosicché nel Paese è scoppiata una vera e propria ribellione contro il presidente Saleh, al potere (contando anche gli anni alla guida dello Yemen del Nord) da oltre trent’anni. Spinto dalla pressione internazionale, Saleh ha accettato di sottoscrivere il percorso di transizione del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), lasciando l’incarico alla fine del 2011. In questo senso, le Nazioni Unite hanno giocato un ruolo chiave nel convincere l’allora Presidente a ritirarsi, un passo importante per avviare le riforme richieste dai manifestanti e attraverso il quale la comunità internazionale è intervenuta direttamente negli sforzi congiunti per assicurare la piena transizione politica, la sicurezza e la stabilità dello Yemen.

Nella 7119esima riunione, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (CdS) ha approvato all’unanimità lo scorso 26 febbraio la Risoluzione n. 2140, che riconosce gli sforzi delle Autorità locali per elaborare la nuova Costituzione del Paese, esortando tutte le parti (con particolare attenzione ai movimenti separatisti Hiraak nel sud e Houthi del nord) a impegnarsi attivamente nel processo di transizione ed evitare l’uso della violenza a fini politici.

Tuttavia, le radici di un regime politico che governa uno Stato per oltre 33 anni non si strappano definitivamente, poiché esse tendono a perpetuare se stesse con nuovi metodi e nuovi attori, soprattutto in un sistema tribale come lo Yemen. A titolo di esempio, l’attuale Presidente, Abd Rabbuh Mansour Hadi, è stato vice di Saleh dal 1994 e segretario generale del Partito del Congresso del Popolo (GPC), il cui capo, nonostante le vicissitudini, è ancora lo stesso Saleh. E proprio qui, giustamente, sta la preoccupazione della comunità internazionale: l’influenza continua di Saleh in Yemen e la permanenza di uomini a lui fedeli nelle strutture centrali del potere di un Paese in transizione.

Sulla base della Risoluzione sopracitata, tendente a contrastare la forte influenza di Saleh a Sana’a e a promuovere la transizione sul principio del «voltare pagina», il CdS ha approvato la creazione di una commissione che avrà il compito di presentare entro il 25 giugno una lista di personalità politiche da colpire con sanzioni, compreso eventualmente anche Saleh. Secondo il paragrafo 11 della Risoluzione, le sanzioni saranno di tipo economico, con il congelamento dei fondi e delle attività possedute negli Stati membri delle Nazioni Unite per i soggetti che saranno designati dalla commissione.

Mappa dello Yemen
Mappa dello Yemen

IL COINVOLGIMENTO DEL CCG – In aggiunta a questo coinvolgimento lato sensu della comunità internazionale, è importante evidenziare il ruolo svolto dal Consiglio di Cooperazione del Golfo – riconosciuto di estrema importanza da Nazioni Unite e Stati Uniti, – al fine di completare la transizione politica in Yemen.

Il suo impegno è dimostrato da due importanti documenti dell’Organizzazione: da un lato, l’iniziativa del 22 maggio 2011, che aveva come obiettivo la risoluzione della crisi nel Paese, dall’altro l’Accordo di applicazione del meccanismo di transizione, firmato il 21 novembre 2011, che è la parte operativa del primo documento. Questo sforzo regionale rifletteva, in buona misura, la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 2014/2011, che chiedeva la piena e immediata applicazione dell’accordo politico sulla base dell’atto con il quale Saleh nella prima metà del 2011 aveva delegato i poteri al vice per negoziare, firmare e convalidare il meccanismo in conformità con tutte le parti coinvolte nella fase di transizione del Paese (il Partito CPG, il Consiglio nazionale delle forze rivoluzionarie e altri).

Il meccanismo stabilisce una road map da percorrere in 28 mesi per completare la transizione in Yemen, compresi la formazione del Governo di unità nazionale, la creazione di un comitato congiunto di stabilizzazione, del Consiglio nazionale del dialogo (sopra riferito) e della commissione elettorale, oltre alla preparazione delle elezioni (si tratta non di consultazioni anticipate come avvenuto nel febbraio 2012, ma conclusive del percorso).

Il coinvolgimento diretto del CCG nel processo di transizione dello Yemen mira non solo a sostenere un Paese vicino, ma anche a prevenire che altre potenze regionali, in particolare l’Iran, interferiscano in un problema che sembra riguardare la parte araba del Golfo, soprattutto perché dal successo di questa transizione dipende, in gran parte, la piena adesione dello Yemen all’Organizzazione, prevista per il 2016. Si tratta, in sostanza, di inviare a Teheran un messaggio chiaro.

Di fronte all’ingresso di Sana’a nel CCG, l’Iran si troverà di fronte a un bivio: o accettare lo status quo, e quindi cambiare la strategia, abbandonando il sostegno al gruppo sciita degli Houthi e confrontandosi diplomaticamente con il nuovo ordine costituzionale e istituzionale dello Yemen, oppure rifiutare di riconoscere il cambiamento di equilibrio, continuando ad appoggiare gli sforzi dei separatisti, innervosendo le cancellerie reali arabe e minando gli sforzi di pacificazione e di transizione di tutta la comunità internazionale.

L'ex presidente Saleh
L’ex presidente Saleh

IL RUOLO DEGLI USA – Un altro attore entra imprescindibile nel positivo destino dello Yemen: gli USA. La posizione di Washington in relazione alla transizione in Yemen è stata presentata da John O. Brennan, attuale Direttore della CIA, ma fino al 2013 consigliere del presidente Obama per la Sicurezza Nazionale, durante una riunione del Council of Foreign Affairs, tenutasi l’8 agosto 2012.

Secondo Brennan, la politica estera statunitense in relazione allo Yemen si configura in 5 pilastri, inseriti nel cosiddetto Comprehensive Approach. Il primo pilastro è il supporto politico per la transizione, attraverso un appello a una gestione ordinata e pacifica del potere, alla realizzazione delle elezioni e alla promozione del dialogo nazionale inclusivo, oltre che tramite l’approvazione di un executive order di Obama che autorizza sanzioni contro coloro che minacciano la pace nello Yemen. Il secondo punto è il rafforzamento delle Istituzioni e del Governo, dal quale dipenderà la transizione a lungo termine: gli Stati Uniti sosterranno la riforma della giustizia e del potere giudiziario per un forte Stato di diritto. Altra questione è quella degli aiuti umanitari, stimati a 110 milioni di dollari, che rendono gli Stati Uniti il maggior donatore in Yemen. Il quarto pilastro comprende l’assistenza con $68 milioni alle riforme economiche, ritenute necessarie allo sviluppo e al progresso futuro. Infine, maggiore sicurezza e lotta contro i gruppi terroristici che operano nel Paese, in particolare al-Qaida nella Penisola araba (AQAP), che secondo Brennan è il più attivo alleato di al-Qaida: lo Yemen non potrà avere successi politici, economici e sociali se prevarrà lo spettro della minaccia di AQAP.

Bisogna ricordare comunque che, al di là del coinvolgimento degli Stati Uniti nel processo di transizione politica in Yemen ($337 milioni nel solo 2012), anche la Germania, il Regno Unito, la Cina, la Russia, l’India, l’Unione Europea e l’Arabia Saudita contribuiscono allo stesso fine.

LA DEBOLEZZA ECONOMICA Nel prossimo futuro, gli obiettivi vitali di San’a saranno l’efficacia del processo di riforme istituzionali, l’integrità e la stabilità sociale, la lotta alla corruzione, nonché l’integrazione nel CCG. Poiché lo Yemen è il Paese più povero di una regione ricca di petrolio, con il 54,5% dei circa 24 milioni di abitanti sotto la soglia di povertà e con un’economia basata sugli aiuti esteri, l’ingresso nella comunità del Golfo e una corretta gestione della transizione potrebbero attirare capitali stranieri e condurre alla conclusione degli accordi sulle riforme economiche, sottoscritti nel 2005 con il Fondo monetario internazionale e con la Banca mondiale, con la speranza di creare lavoro per una popolazione composta al 75% da giovani, con alti tassi di disoccupazione e un PIL pro capite di $2.600 all’anno, tra i più bassi del mondo.

Issau Agostinho

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