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A distanza di dieci giorni dalla tragedia che ha colpito il Giappone, si possono tracciare i primi scenari geopolitici che si pongono dinanzi al Sol Levante nei prossimi mesi. Il Paese asiatico, già in difficoltà politica ed economica prima del maremoto, potrebbe accusare il colpo irreversibilmente, perdendo altro terreno nei confronti della Cina. Oppure potrebbe trovare le energie per rialzarsi un’altra volta…

 

NELLA FINE… – La peggiore delle catastrofi nel peggiore dei momenti storici: può definirsi così, secondo molti esperti, il terremoto abbattutosi sul Giappone lo scorso 11 marzo. A crollare in Giappone, però, non sono solo gli edifici, le case, i grattacieli, simbolo della sua potenza mondiale, e la sua popolazione, allo stremo delle forze. Il terremoto ha causato una forte scossa anche al sistema interno, ripercuotendosi con i suoi cerchi concentrici in ogni contesto, fino a danneggiare irrimediabilmente il ruolo geoeconomico, geostrategico e geoculturale del Sol Levante. Già prima della catastrofe, gli errori diplomatici commessi dal Partito Democratico nei confronti di Stati Uniti e Cina sembravano condannare il paese ad un infausto destino. Eppure la crisi causata dal terremoto potrebbe dare una nuova occasione al governo di Naoto Kan: il mondo non dimenticherà la sua immagine sull’aereo di Stato, mentre sorvola le aree devastate dallo tsunami, ma è ancora troppo presto per comprendere se abbia fatto abbastanza. Kan ha accettato gli aiuti internazionali, ed è apparso spesso in tv per rassicurare la popolazione, nonostante l’eccessivo ottimismo sulle fughe nucleari, poi smentito dall’evidenza e dal reale pericolo. Di fronte alla catastrofe, anche l’opposizione ha ceduto di fronte a determinati temi discussi negli ultimi mesi in Parlamento. Ma ciò che preoccupa di più, è ovviamente l’economia, non solo del paese, ma anche il suo riflesso sul sistema mondo: nel breve periodo, non si può che pensare al peggio. Non sono state danneggiate solo le sue capacità produttive, ma anche il sistema dei trasporti, le infrastrutture e la possibilità di produrre e rifornirsi di energia, tramite il nucleare: tutto irrimediabilmente da rifare. Sebbene negli ultimi giorni la borsa di Tokyo abbia guadagnato qualche punto percentuale, bisogna aspettarsi che la crescita del PIL giapponese possa assestarsi ad un livello piuttosto basso durante il secondo e forse anche durante il terzo quadrimestre del 2011. L’apprezzamento dello Yen potrebbe esacerbare questo meccanismo, così come le imprese giapponesi potrebbero essere spinte a rimpatriare i propri investimenti per supportare la ricostruzione interna. La Banca Centrale però, insieme con il Ministero delle Finanze, hanno già posto in essere una politica monetaria per scongiurare il pericolo inflazionistico. Non dimentichiamo però che la crisi potrebbe essere più grave del previsto, dato che il Giappone ha già dovuto sopportare un calo dei consumi di un certo livello negli ultimi due decenni, aggravato da una crescita lenta, che l’ha declassato a terza economia mondiale, scavalcata dalla Cina. Se le implicazioni per l’economia interna fanno presagire un disastro, il suo apporto internazionale sarà uniformemente negativo. L’interruzione della normale attività commerciale in Giappone ridurrà la domanda globale e da quel momento l’inflazione diventerà un problema globale, anche a causa della perdita di solidità di una moneta come lo Yen. In più, il problema del reattore a Fukushima non fa altro se non aggravare la situazione. Anzi, il Giappone sembra destinato a lasciare la sua politica nucleare, di cui tanto era sicuro ed orgoglioso. Il paese, già vessato da un forte debito pubblico, con il disastro di Sendai non può che pensare al peggio. Anche una riforma fiscale sarebbe impensabile: significherebbe solo stremare una popolazione ormai al limite. La naturale reazione al disastro sarà quella di rimandare l’importante questione fiscale per almeno un altro paio di anni, lasciando il paese a discutere su problemi più grandi, come l’invecchiamento della forza lavoro, il basso surplus di capitale e una grossa probabilità di fallimento. Con il debito nazionale già al 200% prima del terremoto, le agenzie di ratings hanno affermato che il rischio di una crisi finanziaria diviene sempre più reale, rendendo sempre più veritiera la possibilità che l’economia giapponese venga declassata. In questo senso, quanto accaduto a causa dello tsunami può essere paragonato alla sconfitta finanziaria accaduta tra il 1997 ed il 1998 in Asia Orientale in seguito all’esplosione della bolla tecnologica.

 

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C’E’ UN INIZIO – A muoversi allora non è solo la crosta terrestre, ma anche gli assetti geopolitici: gli eventi recenti potrebbero migliorare le relazioni tra Stati Uniti e Giappone, in un contesto internazionale che sta diventando pian piano sempre più complesso e poco favorevole. Il Giappone ha da sempre accettato la supremazia statunitense nel suo cortile di casa, ma la musica sembrava cambiata già dal 2009, quando il Partito Democratico al governo aveva valutato la possibilità di allearsi con la Cina. I rapporti poi si erano nuovamente raffreddati per via dell’embargo cinese sulle esportazioni, come strumento diplomatico. A seguito del terremoto la Cina ha comunque manifestato la sua empatia, ed il primo Ministro Wen Jiabao ha promesso 4.5 milioni di dollari in aiuto. Questi iniziali approcci fanno presagire ciò che gli studiosi chiamano “il più aspro e nazionalistico riflesso anti-giapponese in Cina che ha avvelenato le relazioni con il Giappone negli ultimi anni”. Gli Stati Uniti invece non hanno perso tempo ad offrire il proprio aiuto, all’inizio rifiutato dal governo di Tokyo: Obama ha espresso il proprio rammarico, promettendo assistenza finanziaria e umanitaria. In più, alla richiesta giapponese, l’America ha prontamente reindirizzato la USS Ronald Reagan e la sua task force dalle coste della Corea del Sud alle aree colpite dallo tsunami. Non è mancato lo sviluppo aereo sulla discussa base di Futenma, ad Okinawa.

 

GIRO DI BOA – Nonostante le alleanze, gli aiuti umanitari, la commozione internazionale e la storica capacità di un paese come il Giappone di riuscire a risollevarsi, Tokyo è ormai al cosiddetto giro di boa. Da una parte la Cina può rinsaldare la propria posizione, e dominare economicamente laddove il Giappone provava ancora a strapparle terreno. C’è poi da valutare la questione nucleare: un discorso che vale per tutti quei paesi che non hanno energia propria, a sufficienza per conservare un certo tenore e determinati obiettivi economici. Un paese così dipendente dall’approvvigionamento dell’energia come il Giappone non può rischiare di inimicarsi l’Europa e gli Stati Uniti, come è accaduto all’Iran. Sta di fatto che il governo di Tokyo ha attualmente la possibilità di agire in maniera audace e responsabile, a pochi giorni dal disastro che ha galvanizzato l’intera opinione pubblica. Sembra quasi di rivedere nella tragedia appena trascorsa e che ancora si sta consumando nel paese, il duplice significato dell’ideogramma orientale che in italiano si legge “crisi”: è anche opportunità di rinascita, e dunque di uscire fuori da un impasse che dura da diverso tempo e ha trascinato il paese verso il crollo economico, la perdita di consenso interna ed un conseguente vuoto di potere preoccupante per la sua tradizione.

 

Alessia Chiriatti

redazione@ilcaffegeopolitico.net

 

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Alessia Chiriatti

Ho conseguito la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università per Stranieri di Perugia, con una tesi sul conflitto in Ossezia del Sud ed il titolo di Master per le Funzioni Internazionali presso la SIOI. Ho inoltre conseguito il titolo di Analista delle Relazioni Internazionali con Equilibri S.r.l. Ho infine collaborato con la rivista Eurasia e presso la sede centrale del Forum della Pace nel Mediterraneo dell’UNESCO. I miei principali interessi di ricerca riguardano la politica estera della Turchia ed i suoi rapporti con Siria e Georgia, e si collocano nell’ambito della gestione dei conflitti, della cooperazione alla pace e dei Peace studies.

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