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martedì 4 Agosto 2020
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    Con la rivoluzione dello shale gas gli Stati Uniti potrebbero diventare un Paese esportatore di energia e competere sul mercato europeo con la Russia. Quali sono i possibili scenari geopolitici ed economici?

    IL GAS STATUNITENSE – L’uso intensivo della tecnica della fratturazione idraulica e della trivellazione orizzontale ha permesso lo sfruttamento dei giacimenti di shale gas americani, rendendo disponibili immense quantità di gas naturale. Tutto ciò ha rivoluzionato il mercato energetico mondiale degli ultimi anni, poiché ha permesso agli Stati Uniti di diventare i maggiori produttori di gas naturale del 2013, come afferma la U.S. Energy Information Administration. Gli USA hanno intenzione quindi di trasformarsi da importatori a esportatori di energia. Lo dimostra il fatto che nel 2013 i capitali investiti nelle infrastrutture per petrolio e gas sono state del 60% in più rispetto al 2010. Ma la strada è ancora lunga, specie nella creazione di impianti che permettano la liquefazione e il trasporto del Liquid Natural Gas (LNG).

    I BLOCCHI BUROCRATICI – Gli investimenti potrebbero addirittura aumentare, ma in questo momento sono rallentati dall’impossibilità per le compagnie statunitensi di entrare nei grandi mercati europei e asiatici. Difatti per calmierare i prezzi energetici interni vige il divieto di esportare idrocarburi verso i Paesi che non abbiano firmato un accordo di libero scambio (Fair Trade Agreement – FTA) con gli Stati Uniti. Negli ultimi tempi si osservano forti pressioni su Washington e sul dipartimento dell’Energia da parte delle lobby del gas e del petrolio affinché questi vincoli vengano tolti. Gli investimenti e i proventi delle compagnie private permetterebbero comunque la creazione di numerosi posti di lavoro e lo spostamento di grandi capitali esteri verso gli USA. La piazza più interessante è quella asiatico, specie giapponese (il maggior importatore di gas mondiale), nella quale le società americane potrebbero rivendere il gas, che sul mercato interno si assesta sui 6 dollari per un milione di British Thermal Unit (MMBtu), a circa 18 dollari per MMBtu.

    LA SVOLTA EUROPEA – Il 9 marzo scorso la pressione su Washington è arrivata anche dall’Europa, nello specifico dal Visegrad 4 (V4), alleanza per la cooperazione tra Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. I quattro Paesi, membri dell’UE e della Nato, hanno richiesto agli Stati Uniti di ripensare la politica restrittiva sulle esportazioni di gas e si sono dichiarati più che disponibili alla costruzione di infrastrutture per accogliere il gas da oltre oceano. La motivazione della richiesta è semplice, e soprattutto tocca le corde giuste presso la Casa Bianca: diminuire la dipendenza da Mosca. Dal punto di vista energetico, difatti, gli Stati del V4 devono contare per ben oltre la metà del proprio fabbisogno sul gas russo (la Slovacchia è addirittura totalmente dipendente), che arriva tramite i gasdotti ucraini o attraverso la Bielorussia (nel solo caso della Polonia).

    GLI ASPETTI GEOPOLITICI – La crisi ucraina può essere quindi un potenziale trampolino di lancio per le esportazioni di LNG statunitense, grazie al risvolto geopolitico, tasto che le lobby stanno battendo con più decisione. Gli Stati Uniti infatti, entrando nel mercato europeo, potrebbero da una parte tutelare i propri alleati oltre oceano, diversificando il loro approvvigionamento energetico; dall’altra diminuire il monopolio russo e depotenziare l’arma diplomatica delle valvole dei gasdotti nelle mani di Putin. Non si dimentichi che come l’UE ha vitale bisogno degli idrocarburi di Mosca, la Russia ha estrema necessità di mantenere attivi gli accordi commerciali: il 50% delle esportazioni di gas russo viaggia infatti verso l’Europa, specie via Ucraina.

    Nave attrezzata per il trasporto del LNG
    Nave attrezzata per il trasporto del LNG

    GLI ASPETTI ECONOMICI – Sicuramente l’apertura di un nuovo mercato non potrebbe che giovare alle compagnie energetiche statunitensi, ansiose di poter esportare il recente surplus di idrocarburi. Ma per comprendere meglio come potrebbe reagire il mercato, proviamo ad analizzare i costi: il prezzo del gas sui mercati statunitensi è attualmente in rialzo e si assesta sui $6 per MMBtu (da tenere presente l’influsso del gelido inverno appena trascorso). Il gas prodotto in America andrebbe liquefatto sul posto, trasportato attraverso l’Atlantico per mezzo di navi metaniere e nuovamente rigassificato in Europa. Tutte queste operazioni necessitano di infrastrutture e hanno un costo che il World Energy Outlook quantifica in circa 5 dollari per MMBtu. Il prezzo attuale del gas sul mercato europeo è di circa 10 dollari per MMBtu ed è il prezzo al quale vende Gazprom. Di conseguenza difficilmente il prezzo proposto dagli statunitensi potrà essere competitivo. La Russia da questo punto di vista ha il coltello dalla parte del manico: il costo di produzione del proprio gas è di $1,5 per MMBtu, che aumenta di circa il doppio se si considera il passaggio, sempre in forma gassosa, attraverso le pipeline verso l’Europa. Tenendo conto di questi dati, Mosca sembra avere ancora un ampio margine di manovra, mentre le imprese USA per mantenersi competitive potrebbero avere scarsi margini di guadagno.

    È UNA CARTA VINCENTE? – In un momento di tensione, come quello attuale tra Russia e Occidente, la carta energetica potrebbe essere un asso nelle mani statunitensi per diminuire il potere e l’influenza di Mosca sull’Ucraina e sull’Europa. Di certo, però, non è una carta che può essere giocata nella partita in corso. Infatti i vantaggi geopolitici di un’apertura dell’export di gas americano si potranno vedere solamente nel medio e nel lungo periodo. La necessità di costruire infrastrutture di liquefazione, stoccaggio, trasporto e rigassificazione dell’idrocarburo gassoso che permettano un flusso tale da competere quantitativamente con la Russia necessitano di soldi e di tempo: le più rosee previsioni si riferiscono al termine del 2015; quelle più veritiere ritengono che sia necessario aspettare almeno il 2020.

    Marco Spada

    Marco Spada
    Marco Spada

    Nativo digitale, nostalgico analogico; classe ’86, romano, ex difensore dai piedi buoni. Appassionato di politica internazionale, di cucina, di calcio e di tutte le loro naturali degenerazioni. Laureato in Relazioni Internazionali con una tesi riguardante la guerra cibernetica. Il mio percorso di studi, anche al di fuori del curriculum accademico, si è focalizzato sui conflitti, sulla strategia e sulle tematiche di sicurezza

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