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Dopo oltre cinquant’anni di conflitto interno e vari tentativi da parte dello Stato per portare la pace in Colombia, nel 2012 il presidente Juan Manuel Santos ha avviato dei negoziati con le FARC con lo scopo di pacificare il Paese. I cittadini sembrano essere dalla sua parte, opinione che trova conferma nei risultati delle elezioni legislative del passato 9 marzo. Santos mantiene la maggioranza relativa, ma riguadagna terreno il Centro Democrático di Álvaro Uribe, che si oppone fortemente ai negoziati con le FARC.

UN PO’ DI STORIA – Il primo tentativo di avviare un processo di pace tra lo Stato e le FARC risale al 1982, al quale seguirono poi quelli nel 1988 e nel 1999, ma tutti fallirono. Nel novembre 2012 il presidente Santos diede inizio a dei nuovi negoziati che si concentrano in particolare su sei punti: la riforma agraria, la partecipazione politica della guerriglia, la garanzia di tale partecipazione, il riconoscimento delle vittime, la soluzione del problema del narcotraffico e la verifica del processo di pace. Il dialogo tra lo Stato e le FARC si è sviluppato in due fasi: la prima ha avuto luogo a Oslo, dove è stato stilato l’Acuerdo General para la Terminación del Conflicto. All’Avana invece si è tenuta (ed è tuttora in corso) la seconda fase, nella quale si portano avanti i negoziati sui punti messi in agenda a Oslo. A Cuba e Norvegia è stato quindi dato il ruolo di mediatori del processo di pace, mentre Cile e Venezuela detengono il ruolo di Paesi osservatori.

PASSI AVANTI – Già nel maggio del 2013 si era giunti a un accordo sul punto riguardante la riforma agraria e, a novembre dello stesso anno, era stata trovata un’intesa anche per quanto riguarda la partecipazione politica delle FARC una volta terminati i processi di pace. Questo secondo punto è particolarmente delicato e richiede che la partecipazione venga garantita in maniera reale, poiché si vuole evitare che si ripresenti una situazione come verificatasi negli anni Ottanta. In quel periodo, a seguito degli accordi di pace sottoscritti tra l’allora presidente Belisario Betancourt e le FARC, queste ultime avevano creato un movimento politico, la Unión Patriótica. Migliaia tra militanti e dirigenti del partito vennero sterminati da altri gruppi paramilitari e questo portò le FARC a rinunciare agli accordi e a tornare in clandestinità. Per quanto riguarda l’attualità, l’accordo redatto all’Avana prevede che vengano garantiti dei canali tramite i quali i cittadini possano esprimersi in un contesto di convivenza pacifica di democrazia ampliata.
Lo scorso febbraio, durante il ventesimo incontro per i negoziati, è stata stilata una bozza per un’intesa circa il problema del narcotraffico, ma ulteriori consultazioni sono state rimandate a dopo le elezioni presidenziali del prossimo 25 maggio. Chiaramente questa rimane una questione la cui risoluzione è fondamentale affinché il processo di pace vada a buon fine, dato che buona parte del finanziamento della guerriglia proviene dal settore del narcotraffico. Il punto centrale sul quale le parti concordano è la sostituzione delle coltivazioni di droghe illecite, problematica che si collega al tema della riforma agraria. Inoltre si ritiene che la presenza istituzionale dello Stato dovrà essere effettiva nelle zone di coltivazione, così da garantire la sicurezza dei cittadini e il rispetto dei diritti umani.
Nonostante i passi avanti fatti con gli accordi finora redatti, è importante ricordare che questi dovranno essere accettati in blocco: tutti i nodi dovranno essere sciolti prima di poter arrivare a una reale convivenza pacifica tra Stato e FARC.

Tra pochi mesi i cittadini colombiani saranno chiamati alle urne
Tra pochi mesi i cittadini colombiani saranno chiamati alle urne

PUNTI IN SOSPESO – Le questioni che restano ancora da risolvere riguardano il risarcimento alle vittime del conflitto, la smilitarizzazione delle FARC e il meccanismo attraverso cui sottoporre a referendum il processo di pace una volta che gli accordi stilati all’Avana saranno completi e accettati dalle parti.
Quello che si svolge in Colombia è un conflitto che dura da più di cinquant’anni, le innumerevoli vittime sono responsabilità sia della guerriglia che dello Stato. Il presidente Santos ha riconosciuto le colpe dello Stato e delle sue Forze Armate di fronte al Tribunale costituzionale, mentre l’ammissione di responsabilità da parte delle FARC è stata più graduale: dalla negazione totale si è poi giunti a una rivelazione dei crimini commessi. Il problema più spinoso rimane la smilitarizzazione della guerriglia e della sua conseguente entrata in politica. Le FARC si negano alla possibilità di pagare per i propri reati con il carcere, il che porterà lo Stato a dover fare alcune concessioni. Questo è uno dei punti che l’opposizione non accetta: Uribe, insieme al suo partito, ritiene che la pace sarà accettabile solo se i dirigenti delle FARC pagheranno con il carcere per i propri reati.

LA PACE È POSSIBILE? – È difficile fare previsioni sul futuro del processo di pace, almeno fino a che non si svolgeranno le elezioni presidenziali a maggio di quest’anno. I risultati delle consultazioni legislative del 9 marzo, che hanno visto l’entrata del Centro Democrático al Congresso e un ritorno di Uribe sulla scena politica, indicano che la società colombiana è spaccata per quanto riguarda il processo di pace in corso. Allo stesso tempo, la maggioranza relativa mantenuta dal partito di Santos indica che i negoziati in corso con le FARC trovano più appoggio che opposizione tra i cittadini colombiani. L’importanza del risultato delle legislative per il processo di pace sta nel fatto che il nuovo Parlamento colombiano avrà l’ultima parola sull’accettazione degli accordi una volta che i negoziati siano terminati. L’incognita rimane ora capire chi guiderà il Paese dal prossimo maggio, poiché in corsa per la carica presidenziale ci sono due candidati con visioni totalmente opposte per quanto riguarda i negoziati con le FARC. La rielezione di Santos, per ora favorito secondo i sondaggi, darebbe continuità al processo di pace, mentre la vittoria di Uribe porterebbe quasi certamente a un blocco dei negoziati con la guerriglia e a una possibile ripresa del conflitto interno.

Paola Bertelli

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Paola Bertelli

Ho 25 anni, sono laureata in Scienze della Mediazione Linguistica presso l’Università Cattolica di Brescia e sono attualmente iscritta al corso di Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università di Bologna. Mi affascina tutto ciò che riguarda l’America Latina, caratteristica che, durante la mia esperienza Erasmus a Madrid, mi ha portata ad approfondire l’interesse per il ruolo di questa regione a livello internazionale. Ho molte passioni: i viaggi, la letteratura, la musica, il cinema e la politica internazionale, con particolare interesse alla geopolitica e all’analisi dei processi di democratizzazione.

3 Commenti

  1. Il plan Colombia è fallito. La guerriglia ha resistito e il governo ha chiesto alle farc di negoziare. 
    Lo Stato ha dato inizio alla guerra ed è il primo e di gran lunga maggior responsabile della violenza e dei crimini commessi in Colombia. Deve essere profondamente riformato per garantire convivenza pacifica dopo il conflitto sociale e armato. L’esercito e i latifondisti si oppongono al processo di pace perché i primi temono di fare la fine dei militari argentini della dittatura militare e i secondi temono di perdere le terre che hanno rubato ai contadini e i lucrosi introiti del narcotraffico. Alle elezioni il 70% dei colombiani non ha votato. Le farc vogliono un’Assemblea Nazionale Costituente per rifondare lo Stato su basi democratiche che oggi sono assenti. Uribe non è candidato alla presidenza, mentre il suo delfino Zuluaga (che è il candidato) è un personaggio che non supera l’8% dei pochi votanti. I movimenti sociali e popolari non partecipano perché attualmente non ci sono le garanzie democratiche minime.

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