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Perchè Gheddafi ha apostrofato i ribelli con il termine “drogati”? Se la parola può apparire come una semplice invettiva da parte di un dittatore accerchiato che cerca di mostrare i muscoli, in realtà nel contesto arabo e islamico il vocabolo ha un'accezione molto chiara e che deriva da una lunga storia. Che vi spieghiamo in questo articolo

IL PESO DELLE PAROLE – Le parole sono importanti, importantissime. Nell’era della comunicazione la scelta lessicale adottata da un leader è tutto. Di fianco a tale considerazione, c’è quella che la storia tende a ripetersi. E che le radici di una determinata cultura spesso tornano. Perché tutto questo preambolo? Per portare all’attenzione un elemento della retorica di Gheddafi in questi giorni, che non è stato analizzato. Più di una volta il Colonnello ha accusato i manifestanti di essere, letteralmente, dei “drogati”, tra l’altro avendo attribuito la colpa di averli drogati, prima agli Stati Uniti e all’Italia e poi, addirittura ad al-Qaeda.

DALLA STORIA C’E’ SEMPRE DA IMPARARE – Torniamo un attimo indietro nella storia e scopriamo che, nel Medioevo, c’era una setta, tra le montagne della Persia e, successivamente, della Siria, che incuteva terrore contro i signorotti locali, arrivando ad attentare addirittura alla vita del Saladino e di molti crociati. Si potrebbe dire, facendo una correlazione con i tempi moderni, che si trattava di gruppi organizzati facenti capo ad un movimento di ribellione e sovversione sociale, che praticavano la strategia del terrore compiendo omicidi mirati contro l’ordine costituito, vale a dire quelli che oggi potrebbero essere i regimi locali. Gli arabi che governavano tali aree e che si sentivano in pericolo di fronte a una simile minaccia che avrebbe anche potuto espandersi e provocare vere e proprie rivoluzioni, hanno usato la lingua per delegittimare tale movimento. E la scelta fu quella di chiamarli hashishiyyun, letteralmente “consumatori di hashish”.

Con questo termine, è chiaro come si volesse relegare i soggetti ribelli a un gruppo di persone reiette, emarginate dalla società e deviate dall’uso di droghe, che un misterioso capo (il famoso “Vecchio della Montagna”)  avrebbe somministrato loro per renderli accondiscendenti a qualsiasi suo ordine. Risulterebbe chiaro come l’appellativo in questione, piuttosto che rappresentare una reale condizione dei ribelli, fosse teso a screditare queste persone, soprattutto se si pensa che si parla di un contesto culturale, quello musulmano, che condanna decisamente l’uso degli stupefacenti, come fattore che pone il buon credente al di fuori della comunità. Altra storia è come, per un altro paradosso della storica incomprensione tra la cultura occidentale e quella arabo-islamica, i crociati che sentivano parlare di questo terribile movimento, dedito all’omicidio politico e percepito come una minaccia anche da loro stessi, avessero importato tale termine in Europa, attribuendogli però, in maniera molto superficiale, solo il significato della loro azione politica: l’omicidio. E la parola che sempre sentivano sulla bocca di tutti con terrore, hashisshiyyun, cosa che in pochi sanno, è dunque alla base del nostro termine “assassino”.

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PERCHE’ GHEDDAFI PARLA COSI’ – La storia dunque si ripete e la scelta lessicale di Gheddafi nel condannare gli insorti, letta nella cornice della tradizione della lingua araba, da sempre ricca di vocaboli e soluzioni terminologiche per tutti i gusti, si inserisce a pieno titolo nella memoria della cultura araba e, in un certo senso, musulmana più in generale. Drogato in questo caso vuol dire negletto, dunque peccatore, dunque emarginato dalla società, dunque da evitare. E, come extrema ratio, da eliminare, anche fisicamente.

Peccato che, oggi, lo stratagemma sia stato smascherato.

Stefano Torelli

redazione@ilcaffegeopolitico.net

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