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Perché l’Iran vuole la bomba? Solo per distruggere Israele? E’ necessario guardare per un attimo attraverso i loro occhi per cercare di capire come loro vedano la situazione

 

IL PUNTO DELLA SITUAZIONE – In seguito ai recenti sviluppi della questione nucleare iraniana è giunto il momento di guardare oggettivamente ai dati e trarne alcune conclusioni: 1) il rifiuto iraniano verso le ultime offerte dell’AIEA e della comunità internazionale, offerte che avrebbero garantito lo sviluppo completo di un programma nucleare civile a condizioni facilitate, indicano che l’Iran vuole avere la bomba atomica. 2) La comunità internazionale sta disperatamente cercando di evitare una guerra e l’Iran infatti conta sulle divisioni tra occidentali per evitare uno scontro con gli USA, mentre contro Israele sa comunque di poter sfruttare l’arma dell’antisionismo islamico per ottenere supporto propagandistico. 3) Se l’Occidente vuole davvero evitare la guerra tramite la via diplomatica, sta sbagliando completamente approccio. L’Iran vuole la bomba, dunque continuare a offrire soluzioni per il nucleare civile non è sufficiente: sono stati contestati proprio quei punti che sono restrittivi verso le attività legate unicamente al nucleare militare. 

 

 

LE RAGIONI DI TEHERAN – L’Iran si ritiene accerchiato: è l’unico paese sciita in un mare sunnita, dove i propri correligionari sono spesso minoranza perseguitata. Alla sua nascita, nel 1979, il Congresso USA ne condannò il regime, contribuendo a costruire un clima di sfiducia reciproca che dura fino a oggi: la leadership di Teheran continua a vedere gli USA dietro ogni tentativo di rovesciare il governo, e la presenza di ingenti forze militari USA ai confini (Iraq, Afghanistan) rafforza tale timore. Teheran finanzia gruppi estremisti come Hezbollah e Hamas, causa di destabilizzazioni in Palestina e Libano, ma al tempo stesso giustifica le proprie azioni considerandole una rappresaglia all’analogo supporto occidentale a Baluci e Curdi, che destabilizzano l’Iran. Avere la bomba cambierebbe tutto questo: l’Iran si sentirebbe più tutelato militarmente, sapendo di avere un’arma temibile contro le forze armate avversarie. Guadagnerebbe peso diplomatico ponendosi in una posizione di predominio rispetto ai paesi arabi della regione. La leadership si sentirebbe, per la prima volta, rispettata. A questo si sommerebbero poi indubbi vantaggi costruibili tramite limitate azioni di forza alle quali gli avversari, secondo le probabili valutazioni degli Ayatollah, non oserebbero rispondere per paura della nuova arma.

 

 

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E NOI CHE FACCIAMO? – Ora torniamo a guardare con i nostri occhi, e chiediamoci se stiamo davvero facendo qualcosa per rispondere a queste esigenze. La risposta è no, non stiamo offrendo una contropartita adeguata. Se anche Teheran accettasse pienamente l’offerta AIEA, non otterrebbe garanzie su numerosi punti chiave. Non subirebbe altre pressioni economiche – come le sanzioni – ma il paese già vive in una sorta di parziale isolamento economico. Le truppe e le basi USA non possono essere spostate a seconda delle richieste iraniane perché funzionali alla stabilizzazione di Iraq e soprattutto Afghanistan, ma non verrebbe nemmeno offerto alcun piano di cooperazione sulla sicurezza, quali operazioni rivolte a contrastare il traffico di droga attraverso i confini, e non cesserebbe l’aiuto a Curdi e ai Baluci. La diffidenza reciproca rimarrebbe. Le merci USA continuerebbero ad essere proibite nel paese e non verrebbero favoriti progetti per sviluppare l’industria dell’energia locale, necessaria al proprio stesso sostentamento. A questo si aggiungerebbe la perdita di credibilità di un regime che fino ad ora si è rifiutato di accettare ogni compromesso e che non avrebbe nulla da “vendere” alla propria popolazione come contropartita equa e vantaggiosa ricevuta.Sorprende dunque che abbiano sempre detto di no finora? Noi sappiamo cosa vogliamo e di cosa necessitiamo e giustamente difendiamo i nostri interessi. Ma siamo disposti a comprendere i loro, per trovare una soluzione equamente valida ma differente dalla via nucleare? Se la risposta è no, non ci sarà alternativa a una guerra o a un Iran dotato di armi atomiche. Forse entrambe le cose; anche perché non è detto ci sia più sufficientemente tempo per farlo, né che Teheran veda ulteriori concessioni come un’offerta reale e non come un segno di debolezza da sfruttare.

 

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Alberto Rossi

Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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