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Le rivolte popolari colpiscono Benghazi e Tripoli, mercenari assoldati dal regime e aviazione sparano sulla folla, il figlio di Gheddafi Saif minaccia guerra civile mentre l’esercito si spacca. La situazione in Libia assomiglia poco alla pacifica Piazza Tahrir egiziana, e ancora meno la possibile evoluzione degli eventi…

 

NEL SANGUE – Gheddafi ha scelto la via della repressione violenta, usando i suoi fedelissimi uomini della sicurezza e mercenari africani perché sparino sulla folla nel tentativo di spegnere la rivolta nel sangue, causando la morte di almeno 250-300 persone secondo stime non ufficiali. Ma la protesta non si placa e anzi la scelta del pugno di ferro appare un autogol destinato forse ad accelerare la fine del regime del Colonnello. Non solo le proteste non si sono fermate, ma le uccisioni hanno aperto la strada a una rivolta a sua volta più aggressiva che ha attivamente colpito i simboli del regime (alcuni palazzi del governo, le stazioni di polizia, la tv di stato). Appare poi politicamente errato e guidato più che altro dalla disperazione il messaggio di Saif al-Islam Gheddafi, figlio del dittatore, troppo netto nella minaccia di ritorsione contro le proteste e troppo scontato nell’accusa contro potenze esterne. L’errore principale del regime nel gestire la crisi appare quello di aver alternato promesse vaghe e non definite a minacce aperte, senza agire realmente sul campo delle concessioni istituzionali, nemmeno di facciata; la linea espressa da Saif appare infatti unicamente quella di appellarsi all’unità contro le ingerenze esterne, un messaggio scarsamente convincente per i protestanti che vedono il regime direttamente responsabile dello stato attuale.

 

CHE FA L’ESERCITO? – In Egitto l’esercito è stato garante di pace, ma così non è in Libia. Da un lato Gheddafi non si fida delle forze armate, tanto da aver assoldato mercenari esterni. Dall’altro l’esercito non ha mai avuto un’autorità e una rispettabilità tale da farsi garante presso la popolazione; in aggiunta, gli Alti Ufficiali non hanno la stessa influenza dei loro omologhi egiziani e non appaiono aver ancora preso una decisione riguardo a come operare. Tale indecisione traspare anche dal fatto che numerose fonti citano reparti dell’esercito schierati con i rivoltosi e in procinto di attaccare le forze di sicurezza di Gheddafi, ma senza una guida coerente. Alcuni cacciabombardieri dell’aviazione hanno disertato recandosi a Malta.

 

Una decisione potrebbe tuttavia essere imminente; in tal caso il Capo di Stato Maggiore, Generale El-Mahdi El-Arabi, potrebbe essere la persona deputata a guidare un colpo di stato militare.

 

ISOLAMENTO – Dal punto di vista interno, la forte repressione ha ulteriormente delegittimato il regime agli occhi di gran parte della popolazione. In particolare stanno appoggiando la rivolta varie tribù beduine (dalle quali il Colonnello tendeva a trarre maggiore legittimità) mentre numerosi funzionari all’estero si sono dissociati. All’estero Gheddafi è isolato nonostante i forti interessi economici europei (in particolare italiani) in gioco, ancor più di quanto fosse Mubarak. Gli eccessi e le stravaganze del Colonnello libico e dei suoi figli nei suoi anni di governo ne hanno sempre minato l’immagine e l’uso della forza ha eliminato ogni convenienza diplomatica estera a farsi coinvolgere. Con sempre meno appoggi internamente ed esternamente, non appare più plausibile che il regime possa riprendere il controllo.

 

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IL FUTURO? – Un colpo di stato potrebbe non riportare automaticamente il paese alla tranquillità e rimane possibile l’evenienza di una guerra civile poiché la famiglia Gheddafi controlla direttamente alcuni reparti delle forze armate e l’esercito dunque potrebbe spaccarsi. Inoltre le forze di sicurezza fedelissime del regime e ad alcune tribù che temono cambiamenti – soprattutto a causa della possibile perdita della rendita di petrolio – potrebbero continuare la lotta.

 

Infine, anche in caso di successo della rivolta, al momento non esiste un movimento d’opposizione strutturato, né leader carismatici che possano formare e guidare forze politiche nuove. Una gestione militare della transizione appare probabile, ma altrettanto possibile rimane la possibilità che il paese possa cadere nel caos per mancanza alternative valide e si venga addirittura a costituire una situazione di “failed state”.

 

Lorenzo Nannetti

redazione@ilcaffegeopolitico.net

 

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