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Si risolve la questione della nazionalizzazione dei giacimenti petroliferi di proprietà della Repsol, che sarà pagata in titoli del debito pubblico argentino. Carta straccia o il segnale di una nuova politica in vista delle elezioni del 2015?

DUE ANNI DOPO – Sono passati quasi due anni da quando, a maggio 2012, il Governo argentino aveva espropriato la compagnia petrolifera Repsol della controllata YPF (Yacimientos Petrolíferos Físcales), dando origine a una delle nazionalizzazioni più controverse nella storia recente. Lo scorso 25 febbraio, tuttavia, le due parti hanno trovato un accordo che prevede che Repsol riceverà una compensazione pari a 5 miliardi di dollari statunitensi. Tanto o poco? Dipende dai punti di vista. Poco, rispetto alla richiesta iniziale di oltre 10 miliardi formulata dall’azienda spagnola, che aveva un YPF uno dei propri asset fondamentali in termini di utili (circa un quinto del totale effettuato dalla multinazionale) e di riserve petrolifere (circa la metà). Parecchio, invece, se si pensa che l’Argentina si era in un primo momento rifiutata di offrire qualsiasi compensazione, sostenendo che Repsol aveva privato YPF delle proprie risorse finanziarie drenandole allo scopo di distribuire dividendi agli azionisti, al contrario di investire in esplorazione ed estrazione.
Visto dalla parte di Repsol sembra comunque un accordo al ribasso. Anche perché la società oil&gas iberica aveva in un primo momento chiesto di essere risarcita in contanti. La transazione siglata pochi giorni fa prevede invece che la Casa Rosada effettuerà la compensazione con 5 miliardi di bond del Tesoro argentino. Non sembra proprio una forma di pagamento allettante, considerando il fatto che l’Argentina è ancora praticamente ‘bandita’ dai mercati finanziari internazionali a più di dodici anni dal default sul debito estero del dicembre 2011.

LA MANCANZA DI CREDIBILITA’ – Negli ultimi anni il governo di Cristina Kirchner ha effettivamente agito in maniera da dissipare la credibilità e la fiducia che quasi un decennio di crescita economica straordinaria aveva contribuito a far ritornare nei confronti del Paese sudamericano. Nazionalizzazioni, restrizioni ai movimenti di capitale, deterioramento delle riserve monetarie estere, per arrivare fino al recente crollo della valuta locale – il peso -, hanno progressivamente allontanato l’Argentina dal radar degli investitori esteri.
È dunque lecito affermare che i bond con cui Repsol sarà indennizzata sono semplicemente ‘carta straccia’? Forse no. Ci sono infatti alcuni elementi che lasciano intravedere qualche spiraglio positivo. Innanzitutto, i titoli di Stato in questione sono denominati in dollari statunitensi, il che li rende immuni dall’inflazione galoppante (intorno al 30% annuo) che tormenta l’Argentina ormai da diversi anni. 

Il nuovo Ministro dell'Economia, Alex Kicillof
Il nuovo Ministro dell’Economia, Alex Kicillof

QUALCOSA SI MUOVE – Inoltre, la possibilità che Buenos Aires sia di nuovo insolvente è al momento remota. Vero, il Paese soffre di squilibri macroeconomici, ma dal punto di vista dei fondamentali fiscali il panorama catastrofico di un decennio fa sembra molto lontano: il debito pubblico (anche a causa dello scarso credito da parte dei mercati internazionali) è basso e di poco superiore al 40% del PIL.
Senza contare che l’annosa questione del risarcimento dei creditori internazionali rimasti ‘traditi’ dal default del 2001 sembra prossima ad una conclusione: l’ICSID, il Centro Internazionale per la soluzione delle controversie degli investitori che fa capo alla Banca Mondiale, ha fissato per il prossimo giugno l’udienza finale dell’arbitrato. I creditori dovrebbero ricevere il 30% del valore nominale dei propri “tango bond” e, probabilmente, anch’essi saranno pagati in nuovi titoli che potranno poi essere rivenduti o incassati alla scadenza. Pochi giorni fa, infine, il Ministro dell’Economia Alex Kicillof ha annunciato un cambiamento nel metodo di calcolo dell’inflazione, rivelando dati mensili in linea con le rilevazioni effettuate da organismi indipendenti.
La vicenda Repsol si inserisce dunque in un quadro che lascia presagire un parziale cambio di rotta delle politiche del Kirchnerismo, forse finalmente consapevole del fatto che, se vuole essere confermato al potere nel 2015 (ma Cristina non potrà concorrere per un terzo mandato) è indispensabile fare uscire il Paese dall’isolamento economico internazionale nel quale si era cacciata da sola. Certo, è ancora presto per dire se il “tango” frenetico dell’Argentina si sta muovendo finalmente nella direzione giusta. I cambiamenti delle ultime settimane lasciano però spazio a un cauto ottimismo. 

Davide Tentori

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Davide Tentori

Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Esperto di Politiche Commerciali. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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