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Il Giro del Mondo in 30 Caffè – Alla vigilia del ritiro americano, l’Afghanistan non è una nazione più sicura né più stabile che nell’ultimo decennio. Oltre alla violenza che torna a mettere in pericolo i risultati ottenuti dalla missione internazionale, le sfide interne sono di natura sociale ed economica, e sono delle più dure. Seconda parte – Leggi qui la prima parte SFIDE INTERNE – Oltre alla violenza che torna a mettere in pericolo i risultati ottenuti dalla missione internazionale, le sfide interne sono di natura sociale ed economica. L’arretratezza dell’economia interna, l’alto tasso di disoccupazione, l’analfabetismo e la condizione femminile restano le problematiche di maggior rilievo per un paese distrutto da oltre 30 anni di guerra e per cui si palesa un futuro non troppo roseo.  La coltivazione di oppio, mantenuta soprattutto nelle zone di Kandahar e Helmand controllate dai Taliban, assegnano all’Afghanistan il triste primato mondiale di paese produttore ed esportatore di eroina e la poca diversificazione fa si che i coltivatori continuino nella sola attività quanto meno redditizia. Il 90% delle droghe oppiacee nel mondo sarebbero prodotte in Afghanistan e questo spiega anche l’alto tasso di tossicodipendenza nel Paese. RITIRO – Il ritiro delle truppe statunitensi, a fronte di tutte queste difficoltà di natura economica, sociale e politica, non può considerarsi un disimpegno nella regione. Il Bilateral Security Agreement che dovrebbe rivelare il numero di truppe che continueranno la missione sul territorio, è ancora in stand by a causa del pugno di ferro stretto da Karzai, presidente uscente. La Casa Bianca potrebbe impiegare un numero di truppe che oscilla tra le 8.000 e le 10.000, ma si è vociferata anche una poco credibile mission zero che porterebbe all’espulsione di tutti i soldati americani dal paese, rischiando così di generare un altro Iraq. Quanto alla missione ISAF, questa cambierà il nome in Resolute Support ma, di fatto, sarà solo un cambiamento quantitativo e gli addetti continueranno nelle operazioni di addestramento e assistenza. L’impegno internazionale resterà attivo per altri 10 anni e sarà concentrato soprattutto sul monitoraggio e  formazione delle forze nazionali afgane che, ad oggi, non sono in grado di provvedere alla sicurezza del Paese.
Soldati americani di pattuglia a Baylough, Afghanistan. Foto: Sgt. William Tremblay, U.S. Army/Released
Soldati americani di pattuglia a Baylough, Afghanistan.
Foto: Sgt. William Tremblay, U.S. Army/Released
TRATTATIVA DI PACE –  era sfumata nel Giugno dello scorso anno per volontà del presidente afgano, quando decise di boicottare i colloqui di Doha tra il governo e i Taliban con la supervisione degli Stati Uniti. Il Qatar era “sede franca” del primo ufficio di rappresentanza extra-nazionale degli “studenti” ma Karzai lasciò che la timida apertura in un processo di pace che ancora non aveva visto la luce, si impantanasse nell’intransigenza di affidare a forze “esterne” la pacificazione. La difficile relazione con Washington torna recentemente ad essere un elemento non più trascurabile nell’equazione della sicurezza e del futuro afgano. Mentre si faticava a trovare una definizione sulla presenza delle forze statunitensi sul territorio, Karzai avrebbe infatti intavolato colloqui segreti con i Taliban, invertendo nuovamente la rotta, con la finalità di stipulare un accordo di pace prima delle elezioni ormai prossime. COSA RESTA? – Alla vigilia del ritiro americano, l’Afghanistan non è una nazione più sicurané stabile. Certamente sono state impiegate molte forze per allontanare i Taliban dai centri di potere anche se non si esclude che si possa aprire un dialogo con le parti più moderate. Il confine meridionale rimane sotto il loro controllo che emerge come un concentrato di forze oppressive e intransigenti che il lungo impegno internazionale non è riuscito a debellare. Errore di calcolo? Difficoltà organizzative? Sarà un anno davvero difficile ed estremamente delicato non solo per il popolo afgano, in bilico sul ciglio di un altro conflitto e osservatore inerme della violenza che torna ad insanguinare le strade di Kabul, ma anche per le forze coinvolte, stanche e insoddisfatte per i risultati (non) ottenuti con il rischio di perdere una partita che assegna il controllo geopolitico su uno degli stati più critici dell’Asia Centrale. Giorgia Perletta
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Giorgia Perletta

Accento abruzzese e occhi di mandorla, un mix che dalla nascita (un Martedì del 1990) mi ha tatuato addosso le forti radici e l’esotismo d’Oriente. Sono dottoranda in Istituzioni e Politiche presso l’Università Cattolica di Milano dove ho conseguito una laurea in Sociologia e Giornalismo, una (magistrale) in Relazioni Internazionali e, (non c’è due senza tre), un Master in Middle Eastern Studies. Ho vissuto per 5 mesi a Seul -quando da Nord schieravano i missili al confine dichiarando lo stato di guerra- e lavorato a Milano in una redazione tele-giornalistica nazionale. La mia rosa dei venti punta verso il Medio Oriente e, soprattutto, verso l’Iran, Paese che mi ha fatto innamorare di una molteplicità dei suoi aspetti; tra questi il Persiano, che ho iniziato a studiare un’estate all’Università di Teheran.

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