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In Vietnam, una delle nuove “Tigri” asiatiche, il mercato dell’energia è stato tradizionalmente monopolio del governo. Negli ultimi vent’anni la scena economica del Paese ha visto spuntare complessi industriali come funghi, grazie ad un sistema d’incentivi a sostegno della crescita. Un sistema industriale in espansione ha bisogno però di infrastrutture che lo sorreggano. Nell’ultimo anno il numero dei blackout è schizzato alle stelle e la situazione inizia a essere preoccupante. Il Vietnam si trova dinanzi alla sfida di una riforma strutturale del settore energetico

VIETATO FERMARSI – Un’economia in corsa non può fermarsi per bere, ha bisogno di continuo carburante: dagli inizi degli anni ’90 il Vietnam si è sviluppato a ritmo galoppante e così la sua domanda di energia. Se, infatti, l’economia è cresciuta del 6.7% nel 2010, il fabbisogno di energia elettrica ha subito un incremento annuo di oltre il 20% nell’ultimo biennio. Il problema è che il sistema di generazione e gestione dell’energia riesce a far fronte solo a un aumento del 12.5% e per questa ragione il numero dei “vuoti di corrente” ha raggiunto un picco inaudito nell’estate 2010. A farne le spese sono stati principalmente i piccoli produttori, coltivatori e imprenditori delle zone rurali e più remote del paese, dove è più difficile far arrivare l’energia. Il dato più allarmante riguarda la distribuzione dei flussi energetici all’interno del paese: nel corso della scorsa estate molte province hanno registrato tagli nell’allocazione di energia, mentre la domanda è stata pienamente soddisfatta nelle cosiddette industrial zones, zone adibite allo sviluppo di complessi industriali, dove imprenditori esteri e locali godono di incentivi e sgravi fiscali.

COME STANNO LE COSE – Le cause principali sono di natura strutturale, economica e politica. Il Vietnam si presenta con un sistema di gestione e infrastrutture inadeguate ad ogni livello: nella produzione, nella trasmissione e nella distribuzione. La generazione di energia dipende solo per il 60% dagli impianti termici che utilizzano gas, carbone e petrolio. Infatti, nonostante il paese sia ricchissimo di gas e greggio, non è ancora presente una struttura per lo sfruttamento e per la lavorazione di queste risorse, tanto che il governo si limita a venderle e ricomprarle lavorate, con un impatto fortemente negativo sulla bilancia commerciale.

Il restante 40% della produzione totale è fornito da impianti idroelettrici, che in combinazione con l’instabilità della portata dei corsi d’acqua, accresce enormemente la volatilità dei volumi di energia prodotta.

Il governo controlla direttamente circa il 70% del mercato dell’energia attraverso tre colossi statali: EVN per l’elettricità, Petrovietnam per il petrolio e Vinacoal per il carbone. EVN è gestisce i sistemi di distribuzione e trasmissione attraverso otto grandi compagnie, mentre gran parte della generazione è affidata a una cinquantina di subcontactors. La forte ingerenza governativa nel settore e la mancanza di concorrenza hanno creato un disincentivo sia verso gli investimenti negli impianti e nell’accumulo di riserve di energia, sia verso l’ampliamento e la manutenzione della rete elettrica. L’elettrificazione nel 2007 ha raggiunto il 95% del paese, ma l’obsolescenza della rete è causa di sprechi sempre più elevati.

TENTATIVI DI RIFORMA – Dinanzi ai primi shortages e tagli di corrente, il governo ha reagito siglando accordi d’importazione con Cina e Laos, ma il ritmo incalzante della crescita ha palesato la necessità di una riforma strutturale. Nel 2007 il governo ha varato un pacchetto di interventi per favorire lo sviluppo del sistema energetico estendendo il processo di equitization (offerta pubblica e vendita delle azioni) anche a EVN.

Con il Sixth Development Plan del 2007, il governo ha calcolato che per far fronte alla domanda fino al 2015 il sistema richiederà investimenti strutturali per un totale di 80 miliardi di US$, ai quali EVN potrà contribuire solo per il 40%. Il piano prevede di introdurre gradualmente investitori privati nella produzione e di sviluppare un mercato concorrenziale per la determinazione del prezzo dell’energia. Questo porterà alla riduzione della quota di mercato di EVN a 37% e renderà autonoma la rete di centrali sotto il suo controllo. In una prima fase EVN manterrà il monopolio sui mercati della distribuzione e della trasmissione, che poi verranno a loro volta liberalizzati entro il 2025.

Dunque una richiesta di capitale estero per una maggiore efficienza, testimoniata anche da politiche di collaborazione con partner esteri o privati come joint ventures, progetti a debito, alleanze, ma che tuttavia rimane inadeguata a causa di forti resistenze.

TRA DIRE E IL FARE… Se sulla carta queste riforme accendono una speranza, di fatto il governo continua ad avere una posizione piuttosto ambigua: la fonte di tutti i mali sembra essere proprio la compagnia statale EVN, tra i cui dirigenti vi sono numerosi e influenti membri del partito, contrari all’attuazione delle linee guida varate nel 2007. La società, infatti, avvalendosi della partecipazione dello stato, tiene il prezzo dell’energia forzatamente basso, rendendo la competizione di fatto impossibile per i pochi impianti di generazione privati, presenti nel paese già dal 2004. Quest’ultimo aspetto, combinato con elevati requisiti di capitale e pratiche poco trasparenti, scoraggiano l’entrata di nuovi investitori, che non intravvedono margini di profitto.

Inoltre, sebbene il governo abbia svenduto parecchi impianti per ridurre la quota di mercato di EVN, in realtà continua ad avere partecipazioni di maggioranza in tutte le società che fanno parte dell’indotto dell’energia. Infine l’equitization va considerata più da vicino, perché le azioni di molte società pubbliche sono state trasferite solo nominalmente, passando dallo stato a membri del partito, manager, lavoratori e solo in minima percentuale a operatori privati.

Valeria Giacomin

redazione@ilcaffegeopolitico.net

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Valeria Giacomin

Laurea Triennale in Finanza presso l’università Bocconi nel 2009, Double Degree in International Management con la Fudan University di Shanghai tra il 2009 e 2011 e master di secondo livello in Economia del Sud Est Asiatico presso la SOAS di Londra nel 2012. Più di due anni in giro per l’Asia e gran voglia di avventura. Tra il 2010 e il 2012 ho lavorato in Vietnam come analista, a Milano come giornalista e a Città del Capo presso una compagnia e-commerce.
Le mie aree d’interesse sono il commercio internazionale, business development e dinamiche di globalizzazione nei paesi emergenti, in particolare nel settore delle commodities agricole.
Dal 2013 sono PhD Fellow in Danimarca presso la Copenhagen Business School. Sto scrivendo la mia tesi di dottorato sull’evoluzione del mercato dell’olio di palma in Malesia e Indonesia e più in generale seguo progetti di ricerca sul settore agribusiness in Sudest Asiatico.

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