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Le notizie dall’Ucraina si susseguono e ciò che testimoniano fuori da ogni dubbio è la fluidità della situazione. Comprendere le origini della presente situazione, al di là dei semplici fatti, è la chiave per comprendere le dinamiche e i fattori che incidono sugli sviluppi ucraini. Nel dettaglio, quali sono le radici profonde, interne ed esterne al Paese, della contesa?

UN’ECONOMIA IN DIFFICOLTA’ – L’economia ucraina non ha vissuto periodi felici recentemente. Dopo il biennio 2006-2007 di forte crescita economica, nel novembre 2008 il Paese ha dovuto siglare un accordo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) per rimettere in sesto l’economia; tuttavia, in mancanza di un processo di riforme richiesto dal FMI, il programma si arenò. Nel 2009 l’Ucraina sperimentò una crisi tremenda, con una decrescita del 15%. Nel 2010 venne negoziato un nuovo programma con il Fondo Monetario, del valore di 15,1 miliardi di dollari; questo fattore, unito all’andamento molto positivo delle esportazioni permise all’Ucraina di tornare alla crescita nel periodo 2010-2011. La mancanza di riforme però, specie nel settore chiave del mercato del gas, portò all’interruzione ancora una volta del programma del Fondo e nella seconda metà del 2012 la Nazione ritornò in recessione.

LE OPZIONI SUL TAVOLO – Il 2013 è stato un anno di crisi. La prospettiva di un accordo di libero commercio con l’Unione Europea sembrava individuare una soluzione, soprattutto considerando che Kiev aveva fatto pressioni sui  leader europei affinché intercedessero presso il FMI in favore dell’Ucraina una volta che il patto fosse siglato; ciò avrebbe permesso il raggiungimento di un accordo con l’organizzazione internazionale e portato sollievo ad una economia che il Financial Times descriveva come “malata”. Ma le ritorsioni commerciali che Mosca paventò nell’eventualità che l’integrazione dell’Ucraina verso l’Europa fosse avvenuta indussero il governo a non procedere nella “direzione europea”. Il motivo di questa decisione è semplice: il commercio con la Russia conta per più di un quarto del totale degli scambi con l’estero e l’improvvisa chiusura del mercato russo causerebbe danni enormi all’economia ucraina ed alla sua industria, specie quella nell’area orientale, cuore industriale dello Stato. Yanukovych e Azarov, rispettivamente Presidente della Repubblica e capo del governo, desideravano poter rafforzare i legami con Bruxelles, ma a patto che ciò non comportasse un peggioramento delle relazioni con Mosca; allo stesso tempo, i leader ucraini non erano interessati all’approfondimento dei rapporti sull’altro versante, con l’integrazione dell’Ucraina nell’Unione Euroasiatica, area di unione doganale tra Russia, Bielorussia e Kazakhstan. In sostanza, sì al mantenimento dei rapporti economici con questi partners, ma no ad una integrazione effettiva che minaccerebbe l’indipendenza ucraina.

EUROMAIDAN– Quando le autorità ucraine annunciarono il 21 novembre che l’accordo con l’UE non sarebbe stato siglato le proteste eruppero. Si assiste in questo momento alla manifestazione palese di cosa la spinta europeista di parte della popolazione ucraina significhi per essa: la bandiera europea è il simbolo di chi può tutelare l’indipendenza ucraina e le ambizioni di chi desidera essere libero dai possibili ricatti di Mosca, avvertita come un pericolo imminente per via dei trascorsi storici. Un ragionamento molto simile a quello che altri Stati dell’Est europeo ora nell’Unione svolsero e svolgono. L’aver ceduto alle minacce, sempre velate e mai realmente esplicite, provenienti dall’ingombrante vicino, non importa quanto serie per le ricadute sull’economia del Paese, è inaccettabile per questa parte della popolazione e dunque ecco che si assiste all’irruzione nelle piazze della vocazione europeista. Solo in seguito le proteste assumeranno il carattere di critica in toto alla classe politica e di malcontento verso la difficile situazione economica e la vasta corruzione (si tenga però a mente che nemmeno l’opposizione può ritenersi salva da quest’ultima piaga).

ALLA RICERCA DI UNA TERZA VIA – Una volta sfumato l’accordo con l’UE, Yanukovych viaggiò in Cina, alla ricerca di un prestito che permettesse a Kiev di assestare la propria situazione economica senza dover fare affidamento su Mosca. La cifra che si cercò di ottenere ammontava a 8 miliardi di dollari. Tuttavia l’accordo non fu raggiunto e le autorità ucraine dovettero affidarsi quindi ad un aiuto russo consistente in 15 miliardi (oltre che in un taglio nei prezzi del gas), lo stesso ammontare di debito ucraino in scadenza nei successivi due anni. Quello che merita di essere sottolineato è il fatto che Yanukovych ed i suoi seguaci, pur essendo esponenti della parte filo-russa del Paese, non per questo ricercarono immediatamente un supporto russo che avrebbe minato ulteriormente l’indipendenza della nazione. Il carattere filo-russo di larga parte della popolazione non implica il desiderio per una maggiore integrazione con la Russia; la tutela dei rapporti storici, culturali ed economici tra i due Stati non deve comunque andare ad intaccare l’indipendenza ucraina.

ALLA BASE DI TUTTO – E’ evidente che l’Ucraina non è una nazione omogenea in quanto ad aspirazioni: la parte ovest più filo-occidentale e la parte est più filo-russa, con tutto ciò che consegue dalle due posizioni. Anche etnicamente la situazione è eterogenea: secondo il CIA The World Factbook, la minoranza russa ammonta al 17,3% della popolazione e vi sono poi numerose altre minoranze, sebbene di dimensioni più ridotte. E’ su queste basi che si deve insistere per trovare una soluzione alla divisione interna ucraina; una soluzione che dovrà essere di bilanciamento tra le attuali divergenti aspirazioni ed esigenze delle diverse anime della nazione.

IL RUOLO ESTERNO – La comunità internazionale può fare molto per aiutare a trovare il punto di equilibrio. L’Unione Europea già in passato esercitò grazie al proprio “soft power” un ruolo fondamentale per la transizione pacifica di certi Stati dal contesto sovietico a quello liberale, come nel caso della Cecoslovacchia. Lo stesso ruolo può svolgere per l’Ucraina, creando momenti di dialogo con gli attori interni ed esterni che giocano un ruolo nelle vicende del Paese. Un dialogo che dovrà individuare il metodo per riformare l’economia della nazione, migliorare lo stato di diritto e mitigare, se non addirittura risolvere, i problemi che attanagliano la classe dirigente locale.

In questa mappa le divisioni etniche presenti in Ucraina
In questa mappa le divisioni etniche presenti in Ucraina

CON CHI DIALOGARE – E’ naturale che a dover essere coinvolti saranno i leader locali, rappresentanti di entrambe le anime dell’Ucraina. Ma per evitare nuove minacce russe come quelle che hanno avuto luogo nell’eventualità della firma dell’accordo tra Kiev e Bruxelles, sarà proprio anche la Federazione a dover essere inclusa. Il Cremlino ha interessi considerevoli in gioco in Ucraina; tale Stato appartiene alla lista di quelli inclusi nel Blijnee Zarubejie (Vicino Estero) russo. In Ucraina gli interessi economici russi sono importanti, e sono numerosi i legami tra le imprese russe ed ucraine, anche nel settore difesa; inoltre la flotta russa nel Mar Nero ha una base in Crimea. L’Occidente non può agire unilateralmente in quest’area geografica, creando un eventuale avvicinamento ad ovest di Kiev; Mosca avvertirebbe ciò come una grave sfida ed un rischio di perdita dei propri interessi nel Paese. Oltre a ciò, c’è da considerarsi che Kiev è la culla della civiltà russa e vederla allontanarsi tramite un processo in cui non si è coinvolti significherebbe per i Russi una grave perdita di prestigio ed un attacco alla propria identità.

COINVOLGERE MOSCA – Mosca dovrà quindi essere presente qualora la comunità internazionale voglia agire per la stabilizzazione dell’Ucraina. Ma la presenza non sarà sufficiente: dovrà essere coinvolta ed ascoltata, i suoi interessi presi in considerazione e le esigenze comprese. Una “espansione ad est” del processo integrativo europeo può essere vissuto come una minaccia dal Cremlino se non attuato in un’atmosfera che costruisca sicurezza e fiducia reciproca; in questo senso dovranno contribuire grandemente anche gli Stati Uniti, dato che considerazioni strategico – militari non sono assenti. Dovrà abbandonarsi la logica di confronto con lo sconfitto della Guerra Fredda, pena il rischio che quest’ultimo si irrigidisca sulle proprie posizioni, ed avviare il dialogo nei settori nei quali la Russia ha già da tempo avvertito che è alla ricerca di un interlocutore dall’altra parte: la creazione di un sistema di sicurezza comune in Europa. Di massima importanza dunque, quando si tratta di Europa Orientale, è comprendere le esigenze russe nell’area e coinvolgerli concretamente, ma soprattutto coinvolgerli come partners eguali.

Matteo Zerini

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