Hamid Karzai, attuale Presidente afgano
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Il Giro del Mondo in 30 Caffè – Alla fine del 2014 le forze internazionali si ritireranno dall’Afghanistan dopo un lunghissimo conflitto che non ha dato i risultati sperati. I Taliban tornano a colpire con attacchi spettacolari nel cuore del paese lasciando presagire un futuro instabile e complesso. Intanto la popolazione, senza grosse aspettative, si prepara al voto di Aprile tra difficoltà economiche e sfiducia nell’apparato governativo.

LA PARTITA GEOPOLITICA IN AFGHANISTAN – non si è ancora conclusa. Dopo 13 anni di conflitto costato oltre 700 miliardi di dollari e la vita di 2.287 soldati (di cui 53 connazionali), essa inizia forse adesso, davvero.
Il 2014 era stato indicato come l’anno in cui, finalmente, sarebbe finita l’Enduring Freedom, la missione dell’Alleanza Atlantica volta a combattere il terrorismo internazionale puntando dritto al cuore del suo santuario, lì dove Osama Bin Laden aveva creato la sua Base (al-Qaida) quando già ai tempi dell’invasione sovietica finanziava i gruppi dei mujaheddin, divenuti poi i fanatici e intransigenti “studenti del corano” (in una parola, Taliban). Mentre si avvicina il momento di fare i bilanci di questo lunghissimo impegno militare, l’attuale situazione nel paese e il futuro disimpegno delle forze Occidentali lasciano prefigurare un epilogo poco rassicurante.

SICUREZZA A RISCHIO – Proprio nell’ultimo anno c’è stato un forte aumento nel numero di attentati terroristici sul suolo afgano, un’ escalation di violenza rivendicata quasi sempre dai Taliban che potrebbero re-imporsi qualora la fine del secondo mandato di Hamid Karzai dipani un vuoto di potere. Solo nel mese di gennaio tre attentati hanno fatto suonare il campanello d’allarme per la sicurezza nel paese. Il più grave il 18 Gennaio nella zona diplomatica di Kabul, presso la Taverna Libanese, ristorante abitualmente visitato dagli stranieri di passaggio nella capitale. In uno scontro a fuoco durato oltre 2 ore hanno perso la vita 21 persone (8 afgani).

Le forze armate nazionali risultano ancora incapaci di gestire il paese
Le forze armate nazionali risultano ancora incapaci di gestire il paese

ESERCITO IN DIFFICOLTA’ – L’aumento della violenza vede anche altri protagonisti, molti dei quali disertori delle forze di sicurezza nazionale (ANSF).  Ad oggi sono circa 350.000 i soldati dell’esercito regolare afgano ma è da verificare se con l’andare del tempo i numeri si ridurranno sensibilmente o meno sia per un possibile ritorno ad altri lavori causa sfiducia, sia per i continui attentati mirati per opera degli stessi Taliban. Nonostante gli sforzi, le forze armate nazionali risultano ancora incapaci di gestire il paese senza il supporto esterno e detengono un controllo parziale del territorio limitato ai grandi centri urbani, trascurando l’entroterra e, ovviamente, le zone di confine col Pakistan.

ELEZIONI – Questo è però anche l’anno in cui il popolo potrebbe fare una scelta di coraggio. Le elezioni nazionali e provinciali fissate per il 5 Aprile detengono molte aspettative per gli osservatori stranieri nonostante l’esempio passato abbia messo in evidenza i limiti del sistema politico. Le contestatissime elezioni del 2009 hanno mostrato, infatti, uno spaccato del governo corrotto e clientelare, un sistema in cui brogli e intimidazioni avevano reinserito nel parlamento i nomi dei signori della guerra e, di riflesso, infranto la fiducia del popolo nei suoi rappresentanti.
La difficoltà principale delle future elezioni sarà quella di creare un governo coeso capace di inglobare e bilanciare tutti i gruppi etnici che coabitano da sempre in Afghanistan (Pashtun, Hazarà, Tagiki). Proprio l’ipotesi di un’autorità debole e corrotta come quella attuale spaventa gli esperti poiché in quel caso i Tabilan potrebbero tornare a recuperare i territori persi durante l’occupazione americana e il vaso di Pandora locale, pieno di lotte intestine tra gruppi etnici e capi tribù, sarebbe pronto a far piombare nuovamente il paese nel caos.

Le sfide sono numerose e il prezzo è indubbiamente molto alto, non solo a livello economico. L’Afghanistan rimane un crocevia per il commercio di gas e materie prime, un fulcro cruciale nell’Asia Centrale attorno cui ruotano da secoli gli interessi delle grandi potenze. Le riserve di gas e minerali e la posizione strategica alimentano gli appetiti della Cina che, data la vicinanza geografica, potrebbe imporsi come nuovo attore attivo per sfruttare i giacimenti di risorse naturali e il loro trasporto.

(I. Continua)

Giorgia Perletta

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Giorgia Perletta

Accento abruzzese e occhi di mandorla, un mix che dalla nascita (un Martedì del 1990) mi ha tatuato addosso le forti radici e l’esotismo d’Oriente. Sono dottoranda in Istituzioni e Politiche presso l’Università Cattolica di Milano dove ho conseguito una laurea in Sociologia e Giornalismo, una (magistrale) in Relazioni Internazionali e, (non c’è due senza tre), un Master in Middle Eastern Studies. Ho vissuto per 5 mesi a Seul -quando da Nord schieravano i missili al confine dichiarando lo stato di guerra- e lavorato a Milano in una redazione tele-giornalistica nazionale. La mia rosa dei venti punta verso il Medio Oriente e, soprattutto, verso l’Iran, Paese che mi ha fatto innamorare di una molteplicità dei suoi aspetti; tra questi il Persiano, che ho iniziato a studiare un’estate all’Università di Teheran.

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