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Le accuse di corruzione che hanno colpito il primo ministro Erdogan e alcuni esponenti dell’AKP, unite alle violente repressioni delle proteste antigovernative, hanno messo a dura prova la stabilità della Turchia. Tale crisi rischia di ripercuotersi sulla politica estera di Ankara in Medio Oriente, molto meno ambiziosa rispetto al passato recente.

TEMPI DURI PER L’AKP – Il 2014 sarà un anno di cruciale importanza per la Turchia, in virtù delle elezioni amministrative di marzo e delle presidenziali di agosto. Certamente il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) di Recep Tayyip Erdogan non si presenterà al primo appuntamento nelle migliori condizioni. Basti pensare che uno dei principi cardine su cui aveva costruito il proprio successo nel 2002, ovvero l’estraneità a qualunque forma di corruzione, è venuto clamorosamente meno in questi mesi con gli scandali che hanno coinvolto i più alti quadri del governo, incluso lo stesso premier. Se a ciò si aggiunge la brutalità con cui le forze dell’ordine hanno dapprima represso il movimento che si opponeva alla rimozione del parco Gezi di Istanbul e, successivamente, le proteste di migliaia di manifestanti riunitisi in piazza Taksim contro i metodi sempre più autoritari del primo ministro, è evidente come il processo di democratizzazione difeso strenuamente dall’AKP nei primi anni di governo abbia subito un notevole rallentamento. Pertanto, la combinazione di questi due elementi rischia non solo di segnare la carriera politica di Erdogan – la possibilità che si candidi alle presidenziali dipendono infatti dai risultati che il suo AKP otterrà alle elezioni di marzo – ma soprattutto di ridimensionare ulteriormente i progetti di politica estera di Ankara in Medio Oriente, dopo che lo scoppio delle primavere arabe aveva già inferto un duro colpo al modello turco sviluppatosi nei primi anni duemila. 

UN INIZIO PROMETTENTE – All’indomani della sua affermazione nel 2002, l’AKP aveva infatti avviato un ambizioso programma di politica regionale per consentire alla Turchia di imporsi come punto di riferimento in Medio Oriente. A tale proposito, la decisione di promuovere una politica di “zero problemi con i vicini” apparve vincente. In breve tempo Ankara riuscì a stabilizzare le sue turbolente relazioni con i principali attori mediorientali, potendo così intraprendere più strette forme di cooperazione. Tra gli esempi più emblematici spicca la normalizzazione dei rapporti con la Siria, culminata con la sottoscrizione di un accordo commerciale volto a promuovere il libero scambio tra i due paesi. Allo stesso tempo, la Turchia aveva trasformato la tradizionale competizione con l’Iran in una cooperazione sul piano energetico, ricoprendo inoltre un ruolo di mediazione fondamentale nei vertici multilaterali sulla questione nucleare da essa stessa promossi. In altre parole, la Turchia era riuscita ad accrescere il suo potenziale attrattivo nella regione, da un lato investendo molto nella diplomazia proattiva e nell’utilizzo del soft power, dall’altro sfruttando il proprio dinamismo economico per aumentare gli investimenti in Medio Oriente e incrementare gli scambi commerciali con i vari paesi dell’area. La combinazione di questi elementi avrebbe garantito alla Turchia un maggiore “profondità strategica”, come teorizzato dal ministro degli esteri Ahmet Davutoglu. Per di più, la posizione di Ankara usciva rafforzata dai cambiamenti negli equilibri di potere generati dalla guerra all’Iraq nel 2003: con gli Stati Uniti in difficoltà e la crescente frammentazione regionale, la volontà turca di contribuire alla stabilità in Medio Oriente è stata accolta positivamente da molti attori, in primis proprio dall’Iran e dalla Siria, intenzionati a porre fine al loro isolamento. Per tutte queste ragioni, lo scoppio delle primavere arabe sembrava rappresentare il momento propizio in cui la Turchia avrebbe sancito la sua definitiva egemonia in Medio Oriente, influenzando i nuovi assetti politico-istituzionali dei paesi travolti da quei radicali cambiamenti.

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Mappa del Medio Oriente

ASPETTATIVE DISATTESE – La realtà ha invece tradito le attese. Si consideri, ad esempio, come il processo di democratizzazione in Egitto sia stato monopolizzato dalle élite militari a spese della Fratellanza Musulmana, alla quale il governo turco non aveva fatto mancare la propria vicinanza politica, prestando assistenza tecnica. Ad ogni modo, la sfida più complessa alla quale Ankara non è stata in grado di rispondere adeguatamente è giunta proprio dalla Siria, pietra miliare della politica regionale turca. Le pressioni del governo Erdogan nei confronti del presidente siriano Bashar Assad affinché avviasse un processo di liberalizzazione interna sono miseramente fallite. Di conseguenza, la Turchia non solo ha perso un alleato strategico nella regione, ma ha dovuto ridefinire la propria politica estera mediorientale. La decisione di adottare una serie di sanzioni economiche contro la Siria e la ferma volontà di ribaltare il regime di Assad hanno sì avvicinato Ankara alle ricche monarchie del Golfo, ma hanno anche causato malumori nel governo di Teheran, fondamentale per gli interessi energetici turchi. Inoltre, Erdogan ha ricevuto pesanti critiche anche sul piano interno, soprattutto da parte di quegli operatori economici particolarmente legati alla Siria. In generale, dunque, il desiderio della Turchia di imporsi come pacificatore regionale superpartes, promuovendo un modello di democratizzazione in cui forze islamiche e laiche potessero convivere, è definitivamente svanito.

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Il premier Recep Tayyip Erdogan

LE SFIDE ATTUALI – Alla luce di quanto detto,Erdogan si trova a dover affrontare contemporaneamente due sfide di enorme portata: restituire credibilità all’AKP e ridefinire la politica estera turca in Medio Oriente. Oggi più che mai Ankara potrà conseguire il secondo obiettivo solamente risolvendo le proprie contraddizioni interne. La Turchia non può infatti pensare di porsi come modello di riferimento democratico per il mondo arabo, quando essa stessa ha violato alcune libertà civili fondamentali – quali il diritto di manifestare in modo non violento, come accaduto in occasione delle varie proteste antigovernative, poi represse brutalmente. A ciò si aggiunga la sfrontatezza con cui il premier Erdogan ha risposto alle critiche dell’opinione pubblica internazionale, in particolare a quelle provenienti dall’UE, dichiarando di non riconoscere il Parlamento Europeo. In conclusione, le difficoltà interne attuali hanno ulteriormente ridimensionato gli originari ambiziosi progetti di politica estera turca. Ankara ha compreso che è innanzitutto necessario normalizzare i rapporti con i suoi vicini più stretti. A tale proposito, negli ultimi mesi si sono intensificati i dialoghi con l’Iraq per trovare una soluzione alla questione curda e quelli con l’Iran rispetto alle trattative energetiche. Ad ogni modo, per non vanificare questi nuovi sforzi e per tornare, magari, ad essere un punto di riferimento in Medio Oriente, la Turchia dovrà assolutamente trovare una soluzione alle crescenti contraddizioni interne.

Mattia Bovi

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