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Il Giro del Mondo in 30 Caffe’ – Il 2014 sarà un anno di grandi elezioni in Europa e Stati Uniti: in primavera, i Paesi membri saranno chiamati a votare per il nuovo Parlamento dell’Unione, in autunno gli USA affronteranno le consultazioni di midterm. Quali tendenze possiamo individuare già da adesso?

1. Quanto e come la seconda Presidenza di Obama influenzerà il risultato delle elezioni parlamentari americane del 2014?

Il sostegno e la popolarità del Presidente in carica è tra i migliori indicatori dell’orientamento politico generale del pubblico statunitense, una sorta di sintesi statistica che prende in considerazione tutto ciò che avviene a livello nazionale. Storicamente, il partito del Presidente va male nelle elezioni parlamentari, soprattutto in quelle che avvengono nel mezzo di un suo secondo mandato consecutivo. Se si guardano ai risultati elettorali degli ultimi 70 anni, è rarissimo trovare un partito espressione del Presidente in carica che riesce a migliorare la propria performance elettorale nelle elezioni di midterm. Gli unici due casi in questo senso sono stati quelli di Bill Clinton nel 1998 (seppur con un successo molto stentato) e di George W. Bush nel 2002 (con due appunti: le elezioni avvenivano nel mezzo del primo e non del secondo mandato, e il contesto risentiva fortemente degli eventi dell’11 settembre 2001). Barack Obama potrebbe forse seguire l’esempio di Clinton, ma ciò al momento appare altamente improbabile e potrebbe al massimo limitare i danni per il Partito democratico. Basta guardare alle ultime elezioni di midterm, avvenute nel 2010. In quell’occasione, proprio come Clinton nel 1994, Obama era così impopolare da far letteralmente crollare il Partito democratico. E la popolarità di Obama è scesa ancora di più negli ultimi due anni. Al di là di qualche evento imprevisto nel 2014, che potrebbe invertire questo trend, le proiezioni elettorali sembrano parlare chiarissimo, considerando che il sostegno e la fiducia in Obama, attualmente intorno al 40%, probabilmente si ridurranno ulteriormente. Insomma, il 2014 non sembra presentare una prospettiva molto positiva per i democratici. Il lancio un po’ caotico e confuso della contestata riforma del sistema sanitario rappresenta la causa prima e ovvia, però sembra esserci dell’altro: non solo l’alto grado di partigianeria politica raggiunta negli Stati Uniti, ma anche la sensazione che Obama non riesca ad avere quel feeling con l’elettorato che aveva contraddistinto tutto il suo primo mandato e le ultime elezioni presidenziali datate 2012. Fortunatamente per i democratici, il pasticciato blocco del bilancio federale causato dall’ostracismo del Partito repubblicano ha sicuramente temperato il desiderio dell’elettorato di punire Obama e rivolgersi verso il “Grand Old Party” (GOP).

2. Quale sarà il punto politico più decisivo per i democratici: la proposta di un aumento del salario minimo o il sostegno della riforma sanitaria?

Per quanto riguarda la presentazione delle proposte politiche per i candidati nei diversi distretti e Stati, i democratici sembrano concentrarsi sulla questione della disuguaglianza economica, indirizzando la campagna verso l’aumento del salario minimo da 7,25 a oltre 10 dollari l’ora entro il 2015. Il rischio è spaventare i democratici centristi che credono che questo possa danneggiare l’economia. La speranza è che il forte sostegno al salario minimo nei sondaggi cancelli questi dubbi e rafforzi i propri candidati. Ma rimane sul tappeto la questione politica più spinosa per i democratici: tre anni dopo il passaggio della riforma sanitaria (il Patient Protection and Affordable Care Act – ACA), ma ancora a molti mesi di distanza dalla realizzazione della maggior parte delle sue disposizioni principali, molti americani non sembrano sicuri dell’impatto della legge sulle loro vite, e pochi sembrano prestare attenzione ai dettagli riguardo alle decisioni a livello nazionale che attueranno la riforma. Sebbene l’opinione pubblica appaia complessivamente divisa, gli attacchi dei repubblicani sembrano avere presa sulle aspettative degli americani, ora più propensi a pensare che la legge farà peggiorare, invece che migliorare, le cose. Mentre la maggior parte delle singole disposizioni dell’ACA rimangono abbastanza conosciute, molti degli elementi più apprezzati della riforma sono meno noti, e questa consapevolezza da parte del pubblico rischia di diminuire ancora, visto che l’attenzione dei media è scesa rispetto all’apice raggiunto al momento del passaggio della legge.

1946-2010: deputati e senatori persi e guadagnati dal partito del Presidente
1946-2010: deputati e senatori persi e guadagnati dal partito del Presidente

3. Riusciranno i repubblicani a superare il loro evidente momento di difficoltà?

Se i democratici non se la passano poi così bene, i repubblicani devono affrontare delle difficoltà che, dal punto di vista politico, sembrano ancora più profonde. Qui il vero scontro, infatti, è tra due visioni politiche, quella del Partito repubblicano classico e quella del Tea Party, che risultano al momento inconciliabili e che aprono la strada a una lotta politica per il controllo dell’elettorato e della formazione. Una buona parte dell’establishment politico repubblicano più tradizionale sta cercando di contrastare il potere del Tea Party, che a suo avviso sta danneggiando pesantemente la percezione che l’opinione pubblica ha delle posizioni del GOP. A quanto pare essi ricevono il forte sostegno di gruppi privati che finanziano i loro tentativi di evitare che candidati del Tea Party, considerati estremisti dal punto di vista religioso e sociale, vengano eletti e mettano a rischio il controllo della Camera o l’opportunità di vincere al Senato da parte repubblicana. Il problema è che i repubblicani stanno scoprendo solo adesso quanto sia difficile fare compromessi politici quando la base del proprio elettorato è composta da conservatori più radicali e, a loro volta, ben sostenuti dal punto di vista finanziario e sociale. Con entrambi questi gruppi politici ben finanziati e mobilitati, la battaglia per il controllo del cuore e dell’anima del partito sarà molto lunga e sanguinosa. Come risultato, sarà impossibile per il Partito repubblicano coprire tutto questo agli occhi del proprio elettorato e dell’opinione pubblica. Insomma, nonostante le evidenti difficoltà dei democratici, c’è il rischio che essi possano trarre vantaggio da questo scontro tutto interno alla destra americana, come già dimostrato dalla crisi di consensi dei repubblicani seguita alla battaglia riguardo all’approvazione del bilancio federale.

4. Quali sono le novità principali delle elezioni del Parlamento Europeo del 2014?

Dal 22 al 25 maggio 2014 si svolgeranno le elezioni per scegliere i deputati del Parlamento europeo che rimarranno in carica per i prossimi 5 anni. I nuovi poteri trasferiti al Parlamento con il Trattato di Lisbona del 2009 segnano una svolta decisiva per la partecipazione al voto dopo le prime elezioni dirette del 1979. In base alla nuova normativa, il Parlamento ha il potere di bloccare la nomina della Commissione europea (il principale organo esecutivo dell’UE), di porre il veto sulla maggior parte della legislazione europea, di sospendere la firma di trattati e accordi commerciali internazionali e di approvare il bilancio annuale dell’Unione Europea.

1979-2009: evoluzione della percentuale dei votanti alle elezioni europee
1979-2009: evoluzione della percentuale dei votanti alle elezioni europee

Nello specifico, spetta al Parlamento eleggere il nuovo Presidente della Commissione, tenendo conto dei risultati delle elezioni, ma su proposta dei capi dei Governi nazionali riuniti in sede di Consiglio europeo. Il Parlamento avrà così anche una maggiore influenza sulla selezione dei commissari europei. Il Partito del socialismo europeo (PSE) ha già ufficialmente candidato il tedesco Martin Schulz, attuale Presidente del Parlamento europeo. I centristi dell’Alleanza dei liberali e democratici per l’Europa (ALDE) hanno scelto l’ex premier belga Guy Verhofstadt. Intanto alcuni candidati, tra cui quattro attuali ed ex Primi Ministri, sono in attesa di essere indicati dal Partito popolare europeo (PPE), di centrodestra. La decisione è attesa per marzo. I Verdi avranno due candidati, il francese José Bové e la tedesca Rebecca Harms, scelti fra quattro nominativi con il sistema delle primarie online.

Con l’introduzione di queste novità, la Commissione Europea vuole incoraggiare alla partecipazione un maggior numero di elettori. Storicamente, infatti, il tasso di affluenza alle elezioni europee è in calo: si è passati dal 62% delle prime elezioni (1979) al 43% delle ultime (2009). Invertire questa tendenza è cruciale per la democrazia nell’UE, poiché i membri del Parlamento europeo sono i rappresentanti diretti dei cittadini.

5. Quali sono i veri rischi legati a una possibile vittoria dei cosiddetti partiti anti-europei?

Si sente sempre dire che il malcontento delle popolazioni europee rispetto alla gestione e all’impatto della crisi potrebbe essere sfruttato da partiti populisti e anti-europei fino a costituire un grave rischio per il processo di integrazione europea. La formazione di Marine Le Pen in Francia, l’UK Independence Party nel Regno Unito, il gruppo di Geert Wilders nei Paesi Bassi, il True Finns in Finlandia, il Movimento 5 Stelle e la Lega Nord in Italia, ma anche l’exploit dei partiti estremi in Grecia (Syriza per la sinistra e Alba Dorata per la destra) e il partito Alternative für Deutschland in Germania: dappertutto in Europa, i partiti anti-europei sembrano pronti a migliorare i risultati elettorali con queste elezioni. Ma quali sono i veri rischi che si celano dietro a un potenziale successo elettorale di questi partiti?

1979-2009: affluenza alle elezioni europee per Stato membro
1979-2009: affluenza alle elezioni europee per Stato membro

Il primo rischio è di carattere generale e socio-culturale. Come già mostrano i primi sondaggi, il sostegno nei confronti dell’UE è diminuito quasi ovunque, basti pensare che la sfiducia nelle Istituzioni europee è aumentata dal 32% del 2007 al 60% del 2012. Tale andamento è stato particolarmente marcato negli Stati membri meridionali, ma l’euroscetticismo ha anche colpito i Paesi Bassi e la Germania. In questo contesto, cosa succederebbe nel caso di un maggior peso all’interno del Parlamento europeo di partiti che sostengono che l’Unione sia un progetto perseguito a danno dei cittadini europei da élites completamente disconnesse dalla realtà? Avrebbe questo una ricaduta dal punto di vista sociale? Non si rischierebbe di minare il senso di identità comune e allontanare ancora di più eventuali volontà di una maggiore integrazione?Il secondo rischio è invece prettamente politico. Qualora questi partiti ottenessero rappresentanza parlamentare, potrebbero anche cercare di formare una grande coalizione anti-europea per rendere la maggioranza dei membri che lo compongono (richiesta per molti provvedimenti, compresa l’elezione del Presidente della Commissione) molto difficile da raggiungere. Ciò potrebbe comportare un pericolo senza precedenti per il funzionamento e l’identità del Parlamento, visto e considerato che nelle ultime due legislature i gruppi principali (conservatori e socialisti) detenevano, invece, oltre il 60% dei seggi. La ricaduta sulla proposta politica generale sarebbe anche peggiore, poiché i maggiori partiti europei sarebbero tentati di riunirsi in una sorta di grande coalizione, perdendo così la capacità di articolare differenze reali circa la futura direzione dell’Unione. Non dimentichiamo che è la stessa cosa che sta succedendo a livello nazionale in diversi Paesi europei (Austria, Finlandia, Germania, Italia, Grecia). Ciò creerebbe una situazione in cui le principali divisioni politiche in Europa si creerebbero tra élites filo-europee e populisti euroscettici, piuttosto che tra visioni di destra e di sinistra. Il risultato potrebbe essere che la dinamica tradizionale al centro dell’integrazione europea divenga completamente capovolta: Parlamento più incentrato sulla lotta politica tra euroscettici e filo-europei e Consiglio europeo formato da capi di Stato e di Governo tutti (più o meno) schierati a difesa delle strategie e direttive europee.

Luigi Della Sala

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Luigi della Sala

Nato nel 1984 e laureato nel 2008 in Relazioni Internazionali alla LUISS di Roma. Ormai trapiantato a Bruxelles per la quale provo una sorta di amore-odio che mi ha fatto prima scappare per esperienze lavorative in Polonia, Francia e Malta, per poi ritornare alla ricerca di una presunta stabilità all’insegna della progettazione europea. La passione per la geopolitica invece non l’ho mai persa, ma ho anzi sempre cercato di coltivarla continuamente non solo con un Master alla SIOI ma anche con una voracità da lettura promettente e preoccupante allo stesso tempo. Odio la conservazione e la verità imposta che viene accettata un po’ per convenienza e un po’ per indolenza, amo il calcio, il crederci sempre e la libertà, che provo a ricercare in viaggi intrapresi fin da quando sono nato

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