La delegazione italiana, guidata dal Presidente Enrico Letta, in Messico.
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Il Giro del Mondo in 30 Caffè – L’Italia ha un rapporto strano con la politica estera. A volte le diamo grande importanza, più spesso la releghiamo ad un ruolo di immeritato secondo piano. Come sarà la politica estera italiana nel 2014? 5 domande e 5 risposte per fare il punto

 

1) Quanto saranno importanti le relazioni con l’estero nel 2014?

Nell’anno in corso migliorare le nostre relazioni internazionali sarà di vitale importanza. Per fare un esempio indicativo, la nostra bilancia commerciale continua ad essere in forte attivo, nonostante la crisi pluriennale, grazie ai buoni risultati dell’export. Il settore, pur provato dalla chiusura di tante aziende, registra numeri di tutto rispetto (ad esempio, 33 miliardi di fatturato per il solo settore alimentare nel 2013). Questi numeri sono tra i pochi ad averci salvato da un destino simile a quello greco e rappresentano quindi un punto di partenza fondamentale per la ripresa e da difendere in via prioritaria a livello politico. Il Governo attuale, negli ultimi mesi del 2013 e all’inizio del 2014, ha dimostrato rinnovata sensibilità e cura per le relazioni estere. L’inizio è promettente, ma non sufficiente per recuperare. I Governi passati, per circa un ventennio, hanno avuto paura di operare scelte di indirizzo politico per non assumerne le responsabilità, alimentando il disinteresse generale per la politica estera. E’ quindi necessario ristabilire delle linee programmatiche, da seguire nel lungo periodo, che vadano ben oltre la durata di una legislatura e che impostino piuttosto gli obiettivi che il nostro Paese intende conseguire nel proprio interesse, a prescindere dal colore politico dell’esecutivo. Permarrebbe ovviamente la libertà, se non il dovere, da parte di ciascun governo, di lasciare il proprio “imprinting” al fine di garantire un (salutare) vasto spettro di visioni, ma sempre all’interno di un progetto politico nazionale che deve essere condiviso, nell’interesse delle nostre aziende e dei cittadini.

 

2) Quale sarà il reale ruolo italiano nell’Unione Europea?

Il ruolo dell’Italia dipenderà da quanto il Paese crederà nella scelta dell’Europa. In parole semplici, non basta lamentarsi con Bruxelles quando le decisioni prese in sede europea non piacciono. Per avere voce in capitolo e modificare l’operato dell’Unione bisogna mettersi in gioco in prima persona, avanzare delle proposte pratiche e fare in modo che siano gradite ad altri membri con esigenze comuni. Considerando le dimensioni demografiche ed economiche del nostro Paese, se l’Italia vuole essere rispettata ed influenzare le decisioni delle istituzioni europee a proprio vantaggio deve proporsi come guida di una linea politica alternativa a quella attuale (ad esempio nei confronti dei Paesi del sud-Europa) e non come antagonista tout court. D’altronde dovremmo ormai sapere che un atteggiamento negativo e non propositivo è del tutto controproducente. Nel suo intervento al Parlamento Europeo, il Presidente Giorgio Napolitano ha indicato un’ottima direzione per consentire all’Italia di rinnovarsi attraverso l’Europa e il semestre di presidenza sarà una buona occasione per cominciare a costruire in tal senso. Ma attenzione, il semestre non sarà la panacea dei mali italiani con l’Unione Europea. Esso rappresenta solo una vetrina privilegiata attraverso la quale si può mostrare efficacemente la propria visione politica dell’Europa. La sfida dell’Italia sarà costruirne una credibile e renderla appetibile al maggior numero possibile di membri. Il primo grosso cambiamento da auspicare a tal proposito è una rivoluzione di atteggiamento da parte dell’esecutivo di turno. Da troppo tempo, come sottolineato recentemente dal Presidente della Commissione Barroso, i Governi degli Stati membri si attribuiscono meriti ottenuti in realtà dalle istituzioni europee e negano i propri errori imputandoli ad effetti delle politiche di Bruxelles (alimentando la retorica euroscettica, che pecca spesso di cattiva informazione – nda).

 

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, affiancato dal Presidente Martin Schultz, firma il guestbook del Parlamento europeo.
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, affiancato dal Presidente Martin Schultz, firma il guestbook del Parlamento europeo.

3) Quali sono le aree geografiche più critiche per la nostra politica estera?

Le aree che possiamo definire critiche, in assenza di minacce convenzionali alla nostra sicurezza nazionale, sono quelle in cui abbiamo scarsa influenza ma che invece dovrebbero essere prioritarie. Due fra tutte: bacino Mediterraneo e Asia Orientale.

Per quanto riguarda il Mediterraneo, la primavera araba, la guerra civile in Siria e l’insurrezione in Libia hanno trovato l’Italia del tutto impreparata a qualunque azione di tipo diplomatico, meno ancora alle opzioni militari. Il discorso potrebbe essere esteso all’Africa sub-sahariana, i cui flussi di beni e persone influenzano fenomeni come l’immigrazione clandestina, la tratta di esseri umani, il traffico di armi e stupefacenti ed altre attività internazionali criminose e minacce. Operazioni come la Mare Nostrum sono una triste pezza all’assenza di un approccio complesso e organico. Il bacino Mediterraneo dovrebbe essere il fiore all’occhiello delle nostre relazioni estere considerando che, tra idrocarburi e merci in transito, da esso passa circa il 60% della ricchezza del Paese. Dal momento che impegni militari o azioni di reazione rapida non sono il nostro punto di forza e anzi, sono motivo di discordie e spaccature, si dovrebbe almeno cercare di prevenire situazioni geopolitiche fuori controllo alle porte di casa, che colpiscono direttamente i nostri interessi e a volte i nostri stessi cittadini, come nei casi di rapimento.

In Asia Orientale, invece, il trend è positivo. L’Italia gode di buoni rapporti con tutti i Paesi della regione. Inoltre, le nostre aziende sono apprezzate ed il volume di affari cresce di misura ogni anno, 2013 incluso.  Un elemento che può essere fatale, però, è l’assenza di strumenti politici sistematici che sostengano le attività economiche e culturali italiane nell’area. Gli Stati Uniti e molti Paesi europei aiutano fattivamente i propri cittadini a conquistare fette di mercato Cinesi, Coreane o Giapponesi prima che arrivino altri. Insomma, penetrare in un contesto geopolitico lontano da casa e regolato da dinamiche diverse dalle quelle usuali non è semplice e lo Stato deve fare di più per promuovere e promuoversi. Auto di lusso, alta moda e design devono rappresentare solo la punta di lancia di un più ampio coinvolgimento politico ed economico in Asia Orientale, altrimenti rimangono dei fascinosi status symbol privi di valore reale per il Paese in termini di opportunità diffuse. Le nostre relazioni internazionali devono lavorare su questo.

 

4) Quali sono, invece, le aree geografiche in cui la nostra presenza è consolidata?

Le più importanti sono sicuramente l‘Europa e gli Stati Uniti, sia a livello politico che economico. I Paesi dell’Europa centrale sono quelli con i quali l’Italia intrattiene relazioni più strette e nei quali la nostra presenza è granitica. Ulteriori benefici potrebbero provenire da adeguate scelte politiche in sede UE, come già sottolineato sopra.

Fuori dal Vecchio Continente, il primo partner italiano è rappresentato dagli Stati Uniti. I legami tra il nostro Paese e Washington sono allo stato attuale irrinunciabili. Avere la superpotenza come alleato e amico continua ad assicurare grandi opportunità, anche quando l’Italia vacilla nel garantire ai cittadini risorse preziose come capitali di investimento, innovazione e ricerca. Gli Stati Uniti continuano inoltre a garantire, come alleati militari, la difesa del territorio italiano

Il Ministro degli Esteri Emma Bonino presenzia alla Conferenza di Ginevra sulla Siria.
Il Ministro degli Esteri Emma Bonino presenzia alla Conferenza di Ginevra sulla Siria.

(ed Europeo in genere). Anche se meno volentieri che in passato, Washington crea uno “schermo strategico” molto prezioso che ci permette di non preoccuparci troppo per la nostra autodifesa, considerato anche il basso livello di minaccia convenzionale ai nostri confini. E’ altresì vero che questo ha un prezzo salato in termini di dipendenza politica, mal sopportata – talvolta a ragione – da alcune forze politiche nazionali. Tuttavia, se si decidesse di modificare l’atteggiamento italiano nei confronti di Washington, lo si dovrebbe fare in accordo con gli altri Paesi (Francia, Germania) che condividono la necessità di maggiore autonomia. Ancora una volta la risposta potrebbe trovarsi in un rinnovato europeismo, al fine di acquisire la forza politica neccessaria per garantirci accordi vantaggiosi senza incrinare le preziose relazioni col gigante americano.

 

5) Quanto saranno importanti le missioni militari per la nostra politica estera? 

La risposta più breve: fondamentali. Da decenni l’Italia è impegnata all’estero in missioni multinazionali di varia natura, sempre più spesso assistenza umanitaria (es.: Haiti, Darfur). Quest’anno il numero di soldati impegnati all’estero scenderà ancora. Il nostro impegno militare internazionale vedrà una nuova riduzione. Bene o male? Dipende dai casi. In linea di massima è corretto che un Paese dalle finanze vacillanti gestisca oculatamente le proprie risorse e limiti i costosi rischieramenti fuori area a quelli indispensabili. Tuttavia non bisogna sottovalutare il ruolo che le nostre Forze Armate svolgono all’estero. Nei periodi in cui la nostra diplomazia è stata meno presente e considerata, i soldati italiani hanno continuato – e continuano – a dare credibilità al nostro Paese presso organizzazioni internazionali quali ONU, NATO e UE. Le Forze Armate hanno dimostrato qualità e capacità dapprima inaspettate, oggi consolidate e molto richieste, nella gestione di conflitti difficili in ambienti operativi spesso estremamente ostili. L’Italia deve prenderne coscienza e andare oltre il dibattito strumentale “Afghanistan SI- Afghanistan NO”, altrimenti rischiamo di sprecare preziosi crediti che abbiamo accumulato nei confronti di Paesi ed organizzazioni internazionali in ogni parte del mondo. Bisogna invece tradurre ogni missione nell’opportunità di promuovere l’intero sistema-Paese, che in termini semplici significa produrre opportunità di ricerca, investimento, commercio, scambio culturale, promozione sociale e molto altro. Operare in questo modo alimenterebbe ulteriori focolai di ripresa per l’Italia. Il 2014 non prevede nuove missioni all’estero. Però si può migliorare la qualità della nostra presenza in quelle in corso e, se durante l’anno si presentasse la necessità di approntarne di nuove, pianificarle fin dall’inizio come valore aggiunto per il nostro Paese e non come meri indici di spesa.

 

Marco Giulio Barone

 

 

 

 

 

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