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    “Tunisizzazione” ed effetto domino: il significato delle parole

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    La crisi in Tunisia e i possibili risvolti nella regione: troppo spesso e con troppa faciloneria si tende a trattare la regione mediorientale e maghrebina come un tutt’uno. Ma non è detto che ciò che accade in un Paese abbia inevitabilmente ripercussioni sugli altri. Prima, bisognerebbe approfondire la natura di ogni attore regionale

    TUNISIZZAZIONE”… – La Tunisia è nel caos a seguito della fuga dell’ormai ex Presidente Ben Ali, dopo le rivolte di piazza delle scorse settimane che hanno causato decine di morti e, come effetto più immediato, appunto la caduta del regime. Cosa accade adesso? Alcuni editoriali arabi si affrettano a coniare il nuovo termine “tunisizzazione”, dopo che per anni non si è fatto altro che parlare di “libanesizzazione”, “irachizzazione”, somalizzazione” di vari teatri mediorientali, sottintendendo sempre dei risvolti negativi. La “tunisizzazione” sarebbe invece un qualcosa, agli occhi di chi ha coniato il termine, molto positiva. Si tratterebbe di un propagarsi indisturbato dell’onda di democratizzazione che sta travolgendo la Tunisia agli altri teatri regionali, arabi, maghrebini e mediorientali in genere. Affinché si possa parlare di tunisizzazione, però, ci vorrebbero almeno due presupposti ed una conseguenza che, al momento, a ben vedere non ci sono.

    DAVVERO VERSO LA DEMOCRAZIA? – Il primo dei due presupposti è che la Tunisia sia davvero incanalata verso un cammino di democratizzazione, cosa che al momento non è data per scontata, vista la fluidità degli avvenimenti e la natura del nuovo governo di unità nazionale, composto per un terzo da rappresentanti del vecchio esecutivo, di cui almeno 4 in posti chiave: Ministero dell’Interno, della Difesa, degli Esteri e della Finanza. Per non parlare del Primo Ministro Ghannouchi, che ricopre tale carica dal 1999. Beninteso, ciò non vuol dire che i tentativi di riforme per un’apertura politica interna non prendano avvio, e potrebbe essere che il presente esecutivo serva solo da transizione verso una nuova stagione della politica tunisina. Ma per adesso nulla è scontato, dunque gli stessi tunisini, prima di gridare vittoria, stanno aspettando i risvolti di tale situazione, peraltro non nascondendo un certo dissenso verso le scelte dei nuovi ministri.

    ATTORI DIFFERENTI – Il secondo presupposto che dovrebbe verificarsi per assistere alla tunisizzazione del mondo arabo in generale, è che strutturalmente vi siano Paesi uguali tra di loro, con caratteristiche simili e dinamiche interne socio-politiche ed economiche identiche. Dal Marocco allo Yemen, dall’Algeria alla Giordania. E anche questo non è assolutamente vero. A ben guardare, le stesse proteste tunisine, inizialmente descritte come collegate a quelle di inizio anno in Algeria, erano in realtà ben altro, e questo perché ben altri erano i presupposti di partenza. Dunque non tutti gli attori arabi e mediorientali presentano le stesse caratteristiche di base. La Tunisia ha rappresentato un caso diverso dall’Egitto e dall’Algeria, perché partiva da situazioni differenti.

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    L’EFFETTO DOMINO E’ FUORI MODA – Infine, la conseguenza che si dà per scontata quando si parla preventivamente di tunisizzazione, è quello che i fatti tunisini debbano in qualche modo creare un irrefrenabile effetto domino. Espressione ormai inflazionata e usata anche stavolta. Espressione obsoleta, appartenente alla Guerra Fredda e alla fobia che il blocco sovietico potesse conquistare pian piano, Stato dopo Stato, ampie aree geopolitiche a partire dal cedimento di una tesserina del mosaico (che fosse la Corea, il Vietnam o il Mozambico), il tanto temuto effetto domino non sembra essere ancora attuale. Non in questo caso. Come già detto, ogni Paese ha caratteristiche proprie, che fanno sì che non basti la “semplice” dimostrazione di un uomo che si dà fuoco ad incendiare anche tutto il resto del Paese e creare rivoluzioni politiche. In Egitto e Mauritania abbiamo assistito a manifestazioni simili, al momento interpretabili come emulazioni del più famoso caso tunisino, ma ciò non ha prodotto gli stessi sconvolgimenti che si sono manifestati a Tunisi. La Giordania e lo Yemen hanno visto manifestanti per strada solidarizzare con il popolo tunisino e lamentarsi del caro-vita, ma la monarchia hashemita per il momento dorme sonni tranquilli ad Amman. Semmai dovessero verificarsi disordini in Egitto o in Algeria o in qualsiasi altro paese dello scacchiere arabo e mediorientale, ciò sarà soltanto per motivazioni da ricondurre a condizioni strutturali interne, già latenti da troppo tempo. E’ il caso della crisi della società algerina e dello spaccamento all’interno dell’Egitto per esempio, cui ultimamente si è aggiunto anche il tentativo di seminare odio interreligioso tra copti e musulmani da parte di qualche mano esterna impaziente di sconvolgere gli equilibri interni di quel Paese.

    Niente effetto domino, dunque. Il Medio Oriente, compresa l’area del Maghreb, è una regione che da anni è caratterizzata da instabilità. Sia a livello regionale che interno a molti Stati, nonostante vi sia in alcuni casi una facciata di solidità politico-istituzionale, pronta però a sgretolarsi alla prima occasione. Come è stato per l’Iran nel 2009 e come è stato a Tunisi nelle ultime 4 settimane. Ebbene, se ciò accade non è perché tali situazioni siano talmente contagiose da propagarsi lungo le sponde del Mediterraneo e fin dentro al cuore del Medio Oriente, ma perché già di per sé potrebbero esservi sono i presupposti per rivolte di questo tipo. Presupposti del tutto diversi da paese a paese. E comunque, a voler rimanere con i piedi per terra, la tunisizzazione è ancora da verificarsi in Tunisia stessa, figuriamoci altrove.

    Stefano Torelli

    redazione@ilcaffegeopolitico.net  

    Redazione
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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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