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Il Giro del Mondo in 30 Caffè – Nel 2010 più di una dozzina di paesi africani sono andati incontro ad elezioni, e più del doppio se ne preparano per il 2011. Le elezioni sono in genere salutate come segno di democrazia e sviluppo politico, pietra miliare nel ricovero di paesi in guerra, e strumento principale per dar voce a tutti i cittadini. Tuttavia quali sono i risultati concreti di quest’anno di elezioni in Africa? Qual è l’identità politica dei nuovi leader, ed in quali circostanze sono saliti al potere?

QUALI ELEZIONI – Nei sedici paesi dove si è votato, alcuni, come Kenya e Madagascar, hanno avuto referendum costituzionali, ma per la maggior parte si è assistito al rinnovo di parlamento, presidenza e consigli regionali. Si tratta in genere di paesi più o meno instabili e violenti, come il Sudan, il Burundi, la Costa d’Avorio, dove la competizione politica è spesso attesa e temuta allo stesso tempo. Bisogna infatti evidenziare che, a parte qualche isola felice, la maggior parte dei paesi del continente nero si trova propriamente in transizione democratica, un processo delicato in cui le elezioni non sono un punto di arrivo ma piuttosto uno di partenza per l’instaurarsi della democrazia. Andando al di là dei meri risultati numerici e dei classici giudizi di libertà e legittimità del processo di voto espressi dagli osservatori internazionali, analizziamo le elezioni dell’anno appena concluso in termini di risultati concreti, guardando alle figure politiche che sono salite al potere ed agli episodi di repressione o violenza che li hanno accompagnati in questo percorso.

I NUOVI ELETTI – In generale, le elezioni di quest’anno hanno riconfermato al potere la classe politica uscente. Ad aprile in Sudan, El-Bashir, alla guida del paese sin dal colpo di stato del 1989, viene rieletto Presidente, unico capo di stato in carica accusato di genocidio dalla Corte Penale Internazionale, e Salva Kiir viene riconfermato come leader della regione semi-autonoma del Sud Sudan. A maggio parte la tornata elettorale burundese con il voto ai consigli comunali, dove il partito del presidente Nkurunziza trionfa in quasi tutto il paese. Lo stesso Nkurunziza, viene riconfermato Presidente del Burundi a giugno ed il suo partito ottiene la maggioranza assoluta alle legislative di luglio. Dall’altro lato della frontiera, Paul Kagame viene riconfermato Presidente del Ruanda. Intanto a giugno si chiude il primo turno delle presidenziali in Guinea, a seguito dell’assassinio del putschista Moussa Dadis Camara, che apre la sfida tra Cellou Dalein Diallo e Alpha Condé, con un colpo di scena al secondo turno che capovolge i risultati del primo. Novembre è anche il mese delle elezioni in Costa d’Avorio, dove l’uscente Laurent Gbagbo, presidente dal 2000, si rifiuta di cedere il posto al rivale Alassane Ouattara, nonostante il verdetto iniziale della Commissione Elettorale (poi rivisto dal Consiglio Costituzionale) e l’insistenza della comunità internazionale. Riconfermati i leader uscenti anche in Togo, Etiopia e Tanzania. Nessun nuovo elemento di rilievo, dunque. A parte una certa recrudescenza degli atteggiamenti autoritari di alcuni leader politici, per esempio in Ruanda, Burundi, Guinea, che, forti della loro supremazia, la rinsaldano con la forza. 

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LOTTA PER IL POTERE – Vi sono politici, infatti, che affrontano la competizione elettorale usando le armi oltre alla propaganda e al denaro; la corsa alla presidenza, che nella maggior parte degli stati africani avviene per elezione diretta come negli Stati Uniti, assume le tinte di una lotta a somma zero tra i candidati. Perdere significa essere completamente estromessi dal potere e dai benefici ad esso legati, per sé ed il gruppo di sostenitori. Questo spiega la ferocia con cui chi è al potere non lo vuole lasciare. Basti pensare alla Costa d’Avorio, dove Gbabo si rifiuta di cedere il posto occupato da un decennio al rivale democraticamente eletto, causando in pochi mesi più di 200 morti e 20.000 rifugiati. Alla Guinea, dove le contestazioni violente tra i sostenitori dei due candidati hanno causato un lungo rinvio del secondo turno. O al Burundi, dove insieme con i voti per il presidente si contavano le granate notturne.

Ma se è evidente che il voto non sia ancora sinonimo di stabilità in buona parte d’Africa, la relazione tra elezioni e violenza è ancora tutta da chiarire. La violenza emerge prima, durante o dopo le elezioni, e può essere diretta a scoraggiare, minacciare, o punire gli elettori, ma anche come extrema ratio per far sentire la propria voce in caso di brogli e irregolarità diffuse. Le stesse Nazioni Unite, in uno studio recente, hanno espresso preoccupazione per gli spargimenti di sangue in concomitanza delle elezioni e lamentato il numero esiguo di accurati studi in proposito. Assenza di norme democratiche, impunità, campagne elettorali basate sulla politicizzazione di sentimenti etnici, politici che sino a poco tempo prima erano ribelli, pressioni internazionali insufficienti, sono tutti elementi che associano alle elezioni un contesto violento o autoritario. Certo, non tutte le elezioni sono precursori di conflitti, e la Guinea costituisce un successo nell'aver evitato una tragica escalation, ma se è vero che negli ultimi anni solo un’elezione africana su quattro è stata violenta, tra quelle "pacifiche" del 2010 spiccano casi come il Ruanda, dove la vittoria pacifica di Kagame è stata pagata con l’assenza completa di opposizione e libertà di espressione.

RIPERCUSSIONI TRANSFRONTALIERE – A parte le ripercussioni interne delle elezioni, è importante poi considerare quelle nei paesi limitrofi. Così come in tempi di guerra, quando gruppi di opposizione armati spesso trovano rifugio e sostegno al di là della frontiera, capita che forze di opposizione politica che ricorrono alle armi per contestare il risultato elettorale trovino appoggio all’estero, tra i rifugiati o tra membri della stessa etnia, destabilizzando le relazioni tra stati limitrofi o la stessa sicurezza interna dei vicini. Per esempio, si teme che la reazione violenta dell’opposizione in Burundi possa avere ripercussioni nella regione orientale del Congo ed in Ruanda. Allo stesso modo, poveri e mercenari liberiani hanno attraversato la frontiera per impegnarsi in Costa d’Avorio, fomentando nuove violenze interne con il pericolo aggiuntivo che il conflitto tra Gbabo e Ouattara possa riaccendere le tensioni etniche i Liberia.

QUALI PROSPETTIVE PER L'ANNO NUOVO? – Di certo bisognerà tenere sotto controllo il conflitto in Costa d’Avorio che ad oggi non è stato risolto ed il referendum per la separazione del sud Sudan, che si svolge in questi giorni ed il cui impatto dipenderà dall’organizzazione e dal rispetto dell’esito del voto. È importante considerare anche le sue possibili ripercussioni nella regione, in particolare in concomitanza con le elezioni nei due paesi limitrofi: Repubblica Centrafricana e Ciad. Non caso a gennaio 2010, un anno prima delle elezioni, i governi sudanese e centrafricano si sono riavvicinati, al fine di combattere congiuntamente il flusso transfrontaliero di ribelli contro i rispettivi governi. Questi paesi, insieme alla Repubblica Democratica del Congo, sono anche accomunati da una storia di conflitti interni e leader autoritari (Bozizé, Déby, Kabila), che, come ha dimostrato il 2010, spesso rendono il processo elettorale profondamente instabile. Infine, in Nigeria, le elezioni attese per Aprile si svolgeranno in un clima reso teso dall’instabilità degli anni scorsi e dalle tensioni regionali ed etniche tra il nord a maggioranza musulmana ed il sud a maggioranza cristiana.

Nuove sfide per queste democrazie in potenza africane: se da un lato per molti stati la stagione delle guerre si è conclusa, l’eredità di instabilità e carenza di norme democratiche si fa ancora sentire, con elezioni che vogliono dare l’immagine del cambiamento ma che in realtà spesso servono a legittimare i vecchi potenti.

Manuela Travaglianti

redazione@ilcaffegeopolitico.net

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