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La Bosnia Erzegovina è il Paese che ha davanti a sé il cammino più difficile verso l’UE. Dall’ultimo report del Consiglio Europeo non solo non si denotano passi avanti verso l’integrazione ma c’è il rischio concreto che l’UE diminuisca l’erogazione di fondi verso il Paese. A fare le spese dell’impasse che dura da troppi anni tra le due entità che compongono il Paese non è solo l’integrazione europea ma anche la qualità dell’istruzione IL CASO – Già nell’aprile scorso il Commissario per l’allargamento e le politiche di vicinato Stefan Füle aveva aspramente criticato la classe politica bosniaca per non aver attuato le riforme costituzionali necessarie. L’UE attende dalla Bosnia Erzegovina la modifica di alcuni articoli della Costituzione giudicati lesivi della tutela dei diritti di rappresentanza politica delle minoranze secondo quanto previsto dalla Corte europea per i diritti dell’uomo dal 2009. Si tratta della sentenza Sejdić-Finci i quali (il primo rappresentante della comunità rom e il secondo di quella ebraica), dopo essersi visti rifiutare la Candidatura alla Presidenza da parte della Commissione Elettorale bosniaca, hanno portato il caso alla Corte di Strasburgo.

Il caso Sejdic-FInci è arrivato fino alla Corte Europea dei diritti dell'uomo
Il caso Sejdic-FInci è arrivato fino alla Corte Europea dei diritti dell’uomo

CAROTA E BASTONE – L’UE ha deciso di concedere la libera circolazione dei bosniaci senza visti nell’area Schengen dal dicembre 2010. Una concessione fatta in vista di una più veloce integrazione del Paese verso l’Unione Europea. A tre anni da questa decisione, il Parlamento europeo ha votato per la possibilità della reintroduzione del sistema dei visti per via dell’aumento delle richieste d’asilo provenienti dalla Bosnia. Inoltre l’UE, vista la mancanza del dialogo tra le due entità di stabilire un meccanismo di coordinamento di dialogo verso l’Unione, ha deciso di tagliare 45 milioni di euro dai fondi europei di preadesione che saranno girati al Kosovo. ERASMUS A RISCHIO – Il nuovo programma europeo per lo scambio di ricercatori, professori e studenti è a rischio in Bosnia. Il problema nasce dalla difficoltà di dialogo tra le due entità (Repubblica Srpska e la Federazione croato – musulmana). Il sistema politico-amministrativo bosniaco è talmente frazionato che arrivare ad una decisione congiunta sembra quasi un miracolo. Infatti ci sono ben tredici ministri per l’istruzione: due per ogni entità, dieci per ogni cantone, più uno per il distretto autonomo di Brcko. Il ministro dell’educazione e la cultura della Repubblica Srpska, si e’ opposto alla partecipazione della Bosnia in questo Programma in quanto la creazione di un ufficio di coordinamento a livello statale trasferirebbe i poteri e l’autorità dalle entità allo stato. I studenti sono scesi in piazza per protestare e hanno inviato una petizione al Consiglio dei Ministri per trovare una soluzione urgente. Dopo gli studenti, dal 5 di Febbraio sono gli operai e i disoccupati di Tuzla a protestare per la chiusura di cinque grandi fabbriche che dopo essere state privatizzate hanno dichiarato il fallimento. La gente  è scesa in piazza lamentando per le pessime condizioni di vita. La scintilla è divampata nella maggior parte dei Kantoni, da Tuzla a Sarajevo e Zenica, forti tensioni si sono verificate anche a Mostar e Bihac. I protestanti hanno dato fuoco all’interno degli edifici istituzionali. Dopo quasi vent’anni il progetto  Dayton comincia a sgretolarsi.

Julian Papaproko

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