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Il Giro del Mondo in 30 Caffè – Un Paese piccolissimo, in una regione tormentata e dagli equilibri difficili, come lo è il Medio Oriente. Stiamo parlando del Qatar, piccola perla in mezzo al mare desertico di un Golfo Persico che, a tratti, sembra stentare a sopravvivere alle contraddizioni dell’area che lo caratterizza. Il Qatar oggi appare come l’attore più dinamico non solo del Golfo, ma probabilmente di tutta la regione mediorientale, ambendo a diventare un vero e proprio punto di riferimento anche al di fuori dei confini regionali.   IL SECONDO MONDO CHE AVANZA – Come accade per la maggior parte di quei Paesi che, secondo una categorizzazione in voga negli ultimi tempi, rientrano nel cosiddetto secondo mondo (ancora  non pronti ad entrare nell’esclusivo club dei Paesi di prima fascia, il primo mondo, ma sicuramente una spanna sopra i Paesi facenti parte del terzo mondo), le fortune del piccolo emirato arabo poggiano prima di tutto su un’immensa ricchezza naturale: in questo caso il gas. Vi è anche il petrolio, di cui il Qatar continua ad essere un gran produttore ed esportatore, per circa 1,3 milioni di barili al giorno. Ma la vera fortuna è nel gas e nel modo in cui sfrutta tale risorsa. Il Qatar è ad oggi il terzo Paese al mondo, dietro i due colossi Russia e Iran, per riserve di gas naturale e uno dei primi produttori mondiali. Ma, proprio come dimostra l’Iran stesso, solo per fare un esempio, o altre realtà non solo mediorientali (si pensi al Venezuela di Chávez che naviga nel petrolio), non basta solo il semplice elemento naturale per fare di un Paese un attore in grado di crescere e svilupparsi. Vi è piuttosto bisogno di una struttura -economica, politica e sociale, tramite cui si costruisce la propria dimensione geopolitica- in grado di sapere valorizzare tali ricchezze e di sfruttarle al massimo, in maniera funzionale al proprio sviluppo in modo armonioso, sia a livello interno, che con l’ambiente circostante. E qui il Qatar sta dimostrando di essere una realtà vincente. Talmente vincente che sta ormai uscendo dal proprio contesto, per affacciarsi con convinzione (e convincendo) sulla regione mediorientale, a tal punto che già si parla di un nuovo asse geopolitico in Medio Oriente, che passa dalla Turchia all’Iran attraverso la Siria, fino a toccare proprio il Qatar. Unico attore in crescita, anche di immagine e influenza, in quella stessa Penisola araba che, solo fino a dieci anni fa, sembrava appannaggio esclusivamente dell’Arabia Saudita e della sua dinastia regnante.   A TUTTO GAS – Il fattore che più di tutti contribuisce a fare di questo piccolo Paese una prima donna del panorama mediorientale, sembra essere la lungimiranza politica, che sfrutta la potenza economica. Il Qatar ha 25.000 miliardi di metri cubi di riserve provate di gas naturale, circa il 13,5% di tutte le riserve mondiali; a differenza di Russia e Iran, o di altri Paesi produttori di gas come l’Algeria, non si intestardisce sulle pipeline da costruire per trasportare il suo gas, ingarbugliandosi in territori e questioni che creano da sempre instabilità in vaste aree del pianeta. Piuttosto, il Qatar già da tempo ha investito nella tecnologia del gas to liquid, prendendo ad esportare gas naturale liquefatto (GNL). Si tratta di una tecnologia sicuramente più costosa, che comporta la trasformazione del gas in liquido, da poter trasportare via nave come il petrolio e, in seguito, riconvertire in gas per l’uso. In tal modo, non solo si evita di dipendere dai tubi, ma il trasporto diventa più semplice e, nel caso del Qatar, la scelta strategica è quella di rivolgersi ai mercati asiatici. E l’Asia è al centro della geopolitica di domani. Doha è diventata in poco tempo il primo esportatore mondiale di GNL, scalzando l’Indonesia e la Malaysia. Attualmente, dei circa 70 miliardi di metri cubi di gas naturale che il Qatar esporta, quasi 50 miliardi sono sotto forma di gas liquefatto. E tramite tale risorsa si rivolge al Regno Unito, alla Spagna e al Belgio, ma soprattutto ai colossi asiatici: Giappone, India e Corea del Sud. E’ anche e soprattutto in questo modo che il Qatar sta diventando così importante, stravolgendo gli schemi classici della geopolitica e investendo sul futuro e sulle novità.   GEOPOLITICA DEL RETAIL E DEL CALCIO – Ma il gas è solo un esempio, per quanto forse il più esemplificativo, della lungimiranza e del dinamismo del piccolo emirato qatarino. Con i petrodollari e i “gasdollari” ottenuti dalle rendite delle esportazioni di idrocarburi, il Qatar non punta solo ad arricchire il proprio sistema, ma diversifica in maniera esemplare i propri investimenti. E’ in questo modo e tramite il proprio fondo sovrano, la Qatar Investment Authority, che il Qatar è presente nel mondo degli affari, nei settori e nei posti più impensabili, quanto redditizi. Il fondo sovrano qatarino è il maggior azionista, con il 26% delle quote, della catena di supermercati inglese Sainsbury’s e, allo stesso tempo, ha da poco acquistato il grande magazzino di lusso Harrods a Londra. Come dire: vende il pane quotidiano a ricchi e poveri nel Regno Unito. Non solo: nel 2009 ha acquisito circa il 20% della Porsche, che a sua volta controlla anche la Volkswagen. Questa è la strategia dell’impero degli al-Thani, la famiglia reale del Qatar. E poi c’è lo sport, lo sport che conta. C’è il Barcellona, squadra simbolo del calcio moderno mondiale, esempio per tutte le squadre del mondo per innovazione del settore manageriale e per risultati ottenuti sul campo, oltre ad essere famosa perché, nei suoi 110 anni di esistenza, non ha mai avuto uno sponsor e ha sempre resistito a guadagnare soldi dalle pubblicità degli sponsor sulle magliette, caso più unico che raro nel miliardario mondo della calcio moderno. La squadra leader della geopolitica del calcio mondiale, insomma. Il Qatar è riuscito a rompere anche questo tabù: nel dicembre del 2010 la Qatar Foundation, ente no-profit per la promozione dell’educazione e della cultura guidato dalla moglie del re qatarino, Sheikha Mozah bint Nasser al-Missned (una delle donne più influenti e potenti al mondo), ha firmato un contratto con il Barcellona calcio: 170 milioni di euro per i prossimi cinque anni per vedere il proprio nome sulle magliette blaugrana. E, per andare sempre più in alto, c’è il calcio che conta ancora di più: i Mondiali di calcio. Il 2010 è stato l’anno storico in cui il primo Paese arabo nella storia ha ottenuto l’appalto per l’organizzazione dei Mondiali: e così dopo essere stati abituati a Italia ’90, Usa ’94 e Sudafrica 2010, sarà Qatar 2022. E, tanto per scaldarsi, quest’anno il Paese ospiterà i Giochi Asiatici di calcio, il corrispettivo dei nostri Europei o della Coppa d’Africa. Un successo, soprattutto per un Paese così piccolo, ma evidentemente così all’avanguardia. E mentre gli altri Paesi dell’area e di tutto il mondo arrancavano, il Qatar nel 2009 ha avuto una crescita del PIL di quasi il 10% e, secondo le stime dell’Economist, tra il 2010 e il 2011 la crescita sarà del 15%. Non male, se si considera che “c’è la crisi”.  
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AL CENTRO DELLA DIPLOMAZIA – E ancora, il Qatar, nonostante le aperture politiche siano ancora insoddisfacenti per raggiungere un livello tale da poter definirsi una sistema in via di democratizzazione, ha avuto già nel 1996, subito dopo la salita al potere dell’attuale re e vero artefice del sogno qatarino Hamad bin Khalifa al-Thani, l’ardire di creare una tv satellitare. Un’emittente che appena creata era una perfetta sconosciuta, ma in grado di parlare a tutto il mondo arabo e a diventare un punto di riferimento per i cittadini di tutto il Medio Oriente e non solo: Al-Jazeera. Quella che oggi è considerata una delle emittenti più influenti e importanti di tutto il mondo, una sorta di BBC araba, con un sito internet e sedi sparse ormai in tutto il mondo e che comunica in tutte le lingue. Doha è inoltre al primo posto in Medio Oriente per ciò che concerne l’indice di corruzione percepita, al 22° posto mondiale in questa speciale classifica. E poi c’è la politica regionale: il Qatar è oggi al centro di tutte le dispute regionali e, a differenza dei vecchi centri di negoziazione del mondo arabo, Giordania, Egitto e Arabia Saudita, quando le questioni passano sul tavolo di Doha sembrano magicamente risolversi. Con l’aiuto della Turchia, il Qatar ha ospitato il più importante vertice del mondo istituzionale libanese dalla fine della guerra civile del Libano, quando nel maggio del 2008 il cosiddetto vertice di Doha ha posto fine allo stallo istituzionale che rischiava di far risprofondare Beirut in un teatro di una guerra intestina. Non solo: il Qatar ha mediato e sta mediando in conflitti latenti che si trascinano da anni, anche oltre la regione propriamente mediorientale, come è il caso delle controversie tra Gibuti e l’Etiopia (vale a dire, guarda caso, nel Corno d’Africa: una delle aree geopoliticamente e strategicamente più importanti per gli equilibri mondiali attuali). E laddove un Paese come lo Yemen rappresenta una delle possibili nuove fonti di instabilità regionale, il Qatar sta tentando di aiutare i negoziati tra il governo di Sana’a e i ribelli sciiti dal 2004, mentre gli Stati Uniti sembrano essersi resi conto della potenziale minaccia proveniente dal fallimento dello Yemen in quanto stato, solo a Natale del 2009. Per non parlare degli sforzi che il governo di Doha sta facendo per portare anche l’Iran al tavolo dei negoziati con la Comunità Internazionale.   UN CONFRONTO REGIONALE – E il resto del Golfo? Non sembra al momento riuscire a stare dietro alla corsa del Qatar, eccezion fatta per gli Emirati Arabi Uniti, altro attore dinamico che investe sul lungo termine, ma ancora impegnato a capire se il proprio sistema finanziario sia così solido come sembra (dopo la crisi di Dubai) e a dirimere le controversie interne tra le due “prime donne” Abu Dhabi e Dubai. Per il resto, l’Arabia Saudita sembra essere sprofondata in una crisi di identità e di panico che la porta a concentrarsi solo sul nemico iraniano, dimenticando lo sviluppo interno e la diversificazione economica. Il Bahrain è alle prese con le rivendicazioni della maggioranza sciita e lo sarà ancora per molto tempo, finché l’Iran porterà avanti il bracco di ferro con gli arabi. Il Kuwait oscilla tra crisi di governo che portano lo stallo e l’Oman non ha le potenzialità degli altri attori del Golfo per poter contare qualcosa negli equilibri regionali, né per poter arricchirsi con il petrolio e il gas che non ha. E lo Yemen è destinato a diventare sempre di più uno Stato di nessuno, a rischio trasformazione in un nuovo Afghanistan, con forze estremiste che trovano rifugio e possibili ingerenze esterne che non farebbero altro che alimentarne l’instabilità. Il 2011, insomma, ma probabilmente tutti gli anni ’10, sono del Qatar, incredibile ma vero. E c’è chi comincia a guardare a Doha come un vero e proprio modello per i Paesi in via di sviluppo che cercano di emergere. E probabilmente sarebbe il caso che anche molti attori del (vecchio) primo mondo prendano esempio dall’emirato qatarino, che pianifica politiche volte a coprire non una crisi di governo contingente, ma uno o due decenni. Il Qatar incarna in Medio Oriente, e non solo, la geopolitica della lungimiranza.  
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Redazione

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