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Il Giro del Mondo in 30 Caffè – Nonostante le speranze della Comunità Internazionale, il 2010 non ha visto alcuna soluzione per la questione nucleare iraniana; eppure sarebbe errato negare che ci sia stata un’evoluzione della situazione, anche se essa non è avvenuta nella direzione auspicata. Le premesse per questo nuovo anno, dunque, non sono positive

 

L’AIEA NON E’ CONVINTA – L’Iran a tutt’oggi dichiara che il proprio programma ha scopi unicamente civili, tuttavia gli stessi ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) non sono in grado di confermarlo. Al contrario, il 10 Giugno 2010 l’Agenzia ha invece pubblicato un rapporto dove afferma di non aver ricevuto sufficienti garanzie al riguardo ed elenca gli ambiti di mancata o solo parziale collaborazione. L’ultimo rapporto, pubblicato il 2 Dicembre 2010, ha confermato e ripetuto tali risultati. Come avevamo già spiegato, la differenza tra programma ad uso civile o ad uso militare è molto sottile in quanto gli impianti e i processi coinvolti sono sostanzialmente gli stessi e la semplice ispezione dei siti non permette quindi di ottenere risposte adeguate.

 

Teheran del resto ha sempre contestato e rifiutato tutti gli accordi contenenti clausole che permettevano il controllo internazionale degli step critici (come l’arricchimento dell’uranio da eseguire unicamente all’estero) e rendendosi disponibile solo a soluzioni ove tali clausole erano mancanti (come l’accordo proposto a maggio 2010 da Brasile e Turchia).

 

Tale atteggiamento non ha dunque confortato la comunità internazionale e ha posto seri dubbi sulla buona fede della leadership iraniana; ne sono risultate ulteriori sanzioni economiche. Queste ultime appaiono aver parzialmente intaccato la disponibilità economica di molte banche e società legati al regime degli Ayatollah, ma sono ancora lontane dal risultare decisive.

 

INDIPENDENZA TECNOLOGICA? –Neppure le difficoltà tecnologiche del progetto appaiono tali da spingere a un accordo: il 5 Dicembre 2010 infatti l’Iran ha dichiarato di aver chiuso il ciclo dell’uranio, ovvero di essere capace di affrontare con successo e senza aiuti esterni tutti gli step della produzione di combustibile nucleare, dall’estrazione in miniera del minerale all’utilizzo finale. Tale fatto contribuisce a eliminare buona parte dell’interesse rivestito dalle offerte di collaborazione per lo sviluppo di un programma civile; se l’Iran infatti già possiede il controllo dell’intero ciclo dell’uranio, non sarà più indispensabile (anche se comunque conveniente) accettare l’aiuto esterno offerto come contropartita in cambio di maggiori garanzie e trasparenza. Ne deriva un considerevole indebolimento del potere negoziale occidentale.

 

LA POSIZIONE IRANIANA – La leadership di Teheran ha subito approfittato di tale successo dichiarando di essere disposta al dialogo e alla trasparenza ma che i risultati raggiunti portano a non negoziare il diritto al nucleare né a fornire ulteriori informazioni sui punti contestati dall’AIEA. Tali parole non sono dissimili da quanto affermato in passato e le condizioni poste al dialogo continuano a non convincere né la comunità internazionale né gli analisti; i punti controversi rimangono infatti accuratamente evitati. Le stesse parole usate dai leader iraniani confermano l’intenzione di non essere disposti ad accordi vincolanti in quegli aspetti del programma considerati decisivi.

 

Tutto questo rafforza la convinzione che l’Iran stia cercando di guadagnare tempo con promesse di dialogo fittizio, così da raggiungere la capacità di costruire armi atomiche e presentare al mondo il fatto compiuto.

 

Perfino la recente offerta di un tour dei siti nucleari (esponenti USA esclusi) appare come uno specchietto per guadagnare tempo, in quanto tali siti sono già monitorati dall’AIEA e non esistono presupposti perché si possano avere risultati differenti.

 

TEMPO – Il problema è appunto il tempo. Quanto tempo servirebbe ancora all’Iran per raggiungere la bomba atomica? Le opinioni al riguardo divergono, con le stime spesso prorogate dalle croniche difficoltà tecniche che secondo fonti di intelligence continuano a colpire il programma. La vera domanda in realtà è: quanto la coalizione anti-Iran è disposta ad attendere ancora?

 

Israele è ovviamente il paese che più è minacciato da un Iran nucleare, ma un attacco aereo indipendente avrebbe difficoltà a risolvere il problema a lungo termine e – nonostante il supporto sotterraneo anche di paesi arabi – porterebbe con sé una forte condanna internazionale. Gerusalemme ora preferisce quindi una guerra sotterranea che punti a rallentare il programma iraniano tramite sabotaggi e uccisione di scienziati, ma è una strategia lenta e rimangono i problemi di ritorsione da parte di Hezbollah in Libano.

 

I paesi arabi moderati, in particolare Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, chiedono da anni agli USA un attacco militare il prima possibile, e stanno già affrontando una minaccia sciita che, tramite ribellioni e infiltrazioni in Yemen, Iraq, Egitto e Libano, vedono crescere di giorno in giorno. La loro posizione al riguardo è ulteriormente evidenziata dalle voci di intelligence che citano un accordo con Israele per affittare alla Israeli Air Force una base aerea nel nordovest dell’Arabia Saudita, così da ridurre la distanza verso i bersagli, consentendo nel frattempo il libero passaggio agli aerei con la Stella di Davide. Analogamente è stata recentemente eseguita una grossa esercitazione combinata tra Ryhad e Il Cairo, mirata a reagire ad eventuali rivolte sciite sempre in Arabia Saudita in caso di conflitto.

 

L’ultimo elemento è costituito dagli Stati Uniti, che rappresentano invece l’anima più moderata e dialogante di questa eterogenea coalizione perché consci non solo delle difficoltà tecniche, ma soprattutto dei rischi di instabilità regionale derivanti da un nuovo conflitto. Difficile infatti che una campagna di bombardamento non comporti lo scoppio di fronti secondari altrove, col rischio di coinvolgere l’intero Medio Oriente in una guerra più vasta.

 

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2011 ANNO DECISIVO? – Tali timori portano Washington e la comunità internazionale a rivolgersi ancora al soft power sperando in un radicale cambio di rotta a Teheran per evitare il peggio, nonostante le premesse elencate non lo giustifichino. Nel frattempo nel 2011 si ritiene continui la corsa agli armamenti nella regione, il rafforzamento del dispositivo militare USA e alleato nel Golfo e l’azione di sabotaggio da parte delle forze speciali Israeliane. Ma questi appaiono solo palliativi e sempre in preparazione a un conflitto.

 

La destituzione del Ministro degli Esteri Manouchehr Mottaki mostra come probabilmente anche all’interno della leadership iraniana non esista una visione unica, tuttavia la nomina di Ali-Akbar Salehi (foto), capo dell’Agenzia Nucleare Iraniana, come sostituto lascia presagire la conferma della linea attuale. Inoltre, parte del rifiuto iraniano deriva probabilmente anche dal desiderio di non mostrare di cedere ora alle pressioni e perdere così la faccia davanti all’opinione pubblica interna. Si tratta di una situazione senza uscita dove l’Iran vede negativamente ogni soluzione e solo il rapido raggiungimento della bomba nucleare può fornire la sicurezza desiderata.

 

Forse la vera sfida diplomatica rimasta è proprio quella di trovare una soluzione pacifica che permetta a tutti di apparire vincitori e dunque salvare la faccia; in caso contrario, o se a Teheran predominasse la linea dura a tutti costi, il 2011 potrebbe essere l’anno di un nuovo conflitto mediorientale.

 

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Lorenzo Nannetti

Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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