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Il Giro del Mondo in 30 Caffè – Con il nuovo anno, il “Caffè” si ripresenta ai lettori con una prima, importante novità. Parte infatti oggi “Il Giro del Mondo in 30 Caffè”, una rubrica speciale con la quale cercheremo di offrirvi un’ampia panoramica dei principali eventi in tema di politica e relazioni internazionali che sono accaduti nel 2010 e delle prospettive per il 2011 che è appena iniziato. Si parte con la Cina e il suo miracolo economico… ma non solo. Tensioni politiche agitano dall’interno il colosso asiatico, che sarà chiamato nel decennio appena iniziato a giocare un ruolo sempre più da protagonista sullo scacchiere globale.

Con il nuovo anno, il “Caffè” si ripresenta ai lettori con una prima, importante novità. Parte infatti oggi “Il Giro del Mondo in 30 Caffè”, una rubrica speciale con la quale cercheremo di offrirvi un’ampia panoramica dei principali eventi in tema di politica e relazioni internazionali che sono accaduti nel 2010 e delle prospettive per il 2011 che è appena iniziato. Sarà insomma il nostro personale “Outlook” per il nuovo anno, attraverso il quale vi porteremo in tutti i continenti fermandoci giorno per giorno, e per tutto il mese di gennaio, in una diversa area del globo andando ad esaminare le principali questioni geopolitiche “sul tappeto”. Il tutto, ovviamente, con il nostro consueto stile che avete ormai avete avuto modo di conoscere e (speriamo) di apprezzare: snello, semplice e diretto, caratterizzato da un linguaggio accessibile anche ai non “addetti ai lavori”.

Trattandosi di un outlook e dovendo tracciare delle prospettive , potevamo non cominciare con il futuro che avanza? Ecco dunque il primo articolo del nostro speciale, che parla di Cina e del suo miracolo economico… ma non solo. Tensioni politiche agitano dall’interno il colosso asiatico, che sarà chiamato nel decennio appena iniziato a giocare un ruolo sempre più da protagonista sullo scacchiere globale.

Francesco Boggio Ferraris, responsabile della Scuola di Formazione Permanente della Fondazione Italia-Cina, ci porta a Pechino per scoprire dall’interno com’è stato il 2010 e come potrebbe essere il 2011 del dragone. Allacciate le cinture quindi… e buona lettura!

Cina 2011: l'anno del dragone

L'ANNO CONCLUSO – Con la fine del 2010 si avvicina al termine anche un anno della tigre che, in pieno rispetto del calendario lunare cinese, ha confermato le previsioni di espansione, potere e autorità che ad esso erano state attribuite nonostante la crisi economica mondiale facesse presagire scenari ben diversi.

Il 2010 è stato per la Cina un anno carico di significati simbolici ma al contempo ricco di eventi che hanno contribuito concretamente alla determinazione di un preciso modello di governance.

Si celebrano trent’anni dall’inizio dell’emigrazione dalle campagne verso le città, ovvero dalla nascita della nuova classe dei nongmingong, gli “operai contadini”, artefici materiali di questo miracolo cinese, responsabili della trasformazione delle megalopoli costiere nella fabbrica del mondo. E trent’anni fa sorgeva nel territorio di Shenzhen la prima Zona Economica Speciale (ZES) finalizzata ad attrarre massicci investimenti stranieri.

E’ doveroso cominciare dal basso per capire che il successo dell’Expo di Shanghai, inaugurato il primo maggio e visitato da 70 milioni di persone, mai così tante nella storia della kermesse, sia da ricercarsi nelle politiche di sviluppo promosse nella seconda metà del secolo scorso. Dunque un cammino di apertura che se non ha radici antichissime ha tuttavia potuto contare su progetti e policies che meglio di altre hanno saputo interpretare a proprio favore la natura globalizzata ed interconnessa dell’attuale sistema internazionale.  Sono stati 190 i paesi rappresentati ed uniti nello slogan “Better city, better life”, a sottolineare quanto sia centrale oggi il tema del futuro delle città e della sostenibilità ambientale.

Inutile dire, tuttavia, che il 2010 non verrà ricordato solo per il successo del World Expo. Fedele ad un’immutabile carattere che alterna vertiginosamente critica ed autocritica, inaccettabili contraddizioni  e primati invidiabili, la Cina si presenta alla platea internazionale con le mille maschere dell’Opera di Pechino, capace di ammaliare e disorientare allo stesso tempo.

LUCI… ED OMBRE – Se per sei mesi il mondo intero è stato conquistato dai padiglioni futuristici di Shanghai, è bastato un solo giorno per rimescolare le carte: l’8 ottobre. La Commissione Nobel ha conferito al dissidente Liu Xiaobo, docente e critico letterario già insignito nel 2004 da Reporters sans frontières del premio “Fondation de France” per la sua opera di strenuo difensore della libertà di stampa, il Premio Nobel per la Pace. La voce dello Stato non ha tardato a farsi sentire attraverso il portavoce del Ministro degli esteri Ma Zhaoxu, il quale ha sostenuto che il conferimento del Nobel per la Pace a Liu Xiaobo è “contrario agli obiettivi del premio e costituisce una profanazione dello stesso premio che dovrebbe invece essere destinato a persone che si sono impegnate nella promozione dell’armonia nazionale, dell’amicizia tra paesi, del disarmo e nell’organizzazione di conferenze per la diffusione della pace”.

Se tuttavia gli osservatori internazionali riconoscono scarso rilievo alle finalità di un premio che passa dalle mani di un incredulo Barack Obama al professor Liu, due sono i dati interessanti dell’intera vicenda. Il primo riguarda la prontezza con cui il governo cinese per evitare di perdere la faccia sul piano internazionale ed interno, con conseguente eventuale erosione di autorevolezza agli occhi di un quinto dell’umanità, ha rilanciato il “Premio Confucio per la Pace”.

Vincitore Lian Chan, presidente onorario del Kuomintang, il partito nazionalista di Taiwan, ormai su posizioni filocinesi. Ma il secondo fatto è ancora più prezioso ai fini della nostra analisi. Sono stati ben 18 i paesi che per non urtare la sensibilità del partner commerciale cinese hanno disertato la cerimonia di Oslo. I loro nomi, in fila, disegnano alla perfezione l’asse geoeconomico di questo nuovo millennio: Russia, Kazakhstan, Colombia, Tunisia, Arabia Saudita, Pakistan, Serbia, Iraq, Iran, Vietnam, Afghanistan, Venezuela, Filippine, Egitto, Sudan, Ucraina, Cuba e Marocco.

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IL CASO GOOGLE – Il 2010 si è giocato anche sul filo della precaria libertà telematica che Pechino concede ai netizens cinesi ma anche questa volta il nodo è più complesso di quanto non appaia, visto il coinvolgimento internazionale suscitato dal caso Google.

Eric Schmidt, amministratore delegato di Google, aveva dichiarato a marzo che l’azienda avrebbe mantenuto in Cina il suo reparto di ricerca e sviluppo a patto che si fosse interrotta l’azione censoria operata dal great firewall of China.

La verità è che il polverone innalzato da Google ha convinto pochi, visto che la strategia scelta è parsa quasi un’operazione di marketing, per nulla in grado di modificare le sorti di un sistema di ricerca che in Cina resta quasi misconosciuto, ampiamente surclassato dai vari Baidu, Sina e Sohu.

Come ha dimostrato il caso Liu Xiaobo, ciò non ha minimamente influito nelle direttive politiche del governo di Pechino.

Il 30 dicembre, infatti, il direttore dell’Ufficio Stampa del Consiglio di Stato Wang Chen ha diramato i dati sulla campagna speciale di risanamento della rete condotta nell’arco del 2010: chiusi oltre 60 mila siti web e puniti 2.200 casi per contenuti informatici ritenuti inaccettabili. D’altro canto gli utenti che hanno aperto un Bulletin Board System (BBS), ovvero la risposta in mandarino ai social network occidentali,  sono arrivati a quota 120 milioni, come l’intera popolazione del Giappone.

I neologismi nati nella rete negli ultimi anni sono decine di migliaia: si va da  heiké ovvero hacker, letteralmente “ospite nero” in cinese, grazie ad una buona resa sia fonetica che semantica, fino ad una serie di espressioni della forma passiva utilizzate sarcasticamente dai giovani blogger per condannare indirettamente le sparizioni di presunti dissidenti o gli effetti della politica dello sviluppo armonioso, rispettivamente: bèi zìsh¨ ovvero “venire suicidati” e bèi héxié, venire armonizzati”.

A rafforzare la sensazione che il 2010 abbia costituito per la Cina un’ulteriore dimostrazione di forza agli occhi di un Occidente sempre più in crisi di legittimazione ed economicamente debole, ha contribuito la vicenda, giocata secondo le nuove regole del soft power cinese del neodimio, del lantanio, del cerio e del terbio.

I nomi esotici di 17 cosiddette “terre rare” sono rimbalzati sui giornali di tutto il mondo in seguito al taglio del 40% nelle quote d'esportazione dalla Cina, Paese che controlla oltre il 90% della produzione di questi preziosissimi metalli. Il mondo ne è sempre più affamato, dal momento che trovano un vasto impiego nell'energia verde e negli ultimi ritrovati dell'hi-tech, come l'iPod o il Blackberry.

CAMBIAMENTI IN ARRIVO.. DAL BASSO? – In conclusione, il panorama che ci si presenta oggi non può prescindere dalle numerose prove di forza attraversate da questo Paese nell’ultimo anno. Tutti i fatti sembrano dare ragione a chi sostiene che la stretta autoritaria sia più salda che mai ma la convinzione che qualche equilibrio, alle soglie dell’ascesa al potere della nuova classe dirigente nel 2012, sia destinato a modificarsi è rafforzata dalla novità delle vittoriose rivendicazioni degli operai in sciopero alla Foxconn, nei mesi di giugno e luglio. Per la prima volta nella storia della Cina post maoista è stato utilizzato con successo lo strumento dello sciopero. Oggi gli operai della linea di assemblaggio riceveranno 1.200 yuan invece di 900.

Forse, ancora una volta, la chiave di lettura per comprendere l’evoluzione sociale ed economica di questo Paese dalle dimensioni di un continente, sarà destinata ad arrivare dal basso.

Francesco Boggio Ferraris

redazione@ilcaffegeopolitico.net

 

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