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Il Giro del Mondo in 30 Caffè – Pare che i Maya avessero predetto l’apocalisse. Invece, il mondo c’è ancora e il Messico sembra più vivo che mai. Il 2 Dicembre 2012, il neo-eletto presidente messicano Enrique Peña Nieto firmava, assieme ai rappresentanti dei principali partiti politici, il ‘Pacto por Mexico’. Ad un anno di distanza, quali sono state le riforme che hanno scosso maggiormente l’opinione pubblica e che incideranno sull’inizio di questo 2014? 5 domande e 5 risposte per capirlo meglio.

1. Sicurezza: il Messico di Peña Nieto resta un Paese pericoloso?

Negli ultimi quindici anni, la violenza all’interno degli Stati messicani è cresciuta esponenzialmente. Dopo il fallimento della “guerra” al narcotraffico dell’ex-presidente Felipe Calderón, le speranze dei cittadini di trovare una soluzione efficace e di lunga durata al diffondersi della criminalità organizzata sembravano ormai destinate a spegnersi. La risposta di Peña Nieto alla stanchezza psicologica dei suoi elettori si è condensata, così, in una serie di promesse di cui il Paese non ha ancora conosciuto i frutti. Nel piano di sicurezza del Pacto por Mexico si parla di riformare i corpi di polizia ed il sistema penitenziario, di introdurre un nuovo sistema giuridico penale che favorisca la rapidità e la trasparenza dei processi, ma quanto ad oggi è stato fatto? Il governo attuale annovera tra i suoi meriti un abbassamento del 17%, nell’ultimo anno, del tasso di omicidi. Il livello di criminalità nel Paese, però, resta drammaticamente elevato, come dimostra l’impennata registrata dall’ONC, l’Observatorio Nacional Civil, del numero di sequestri che ha condotto il Messico ad ottenerne, per il 2013, il primato mondiale. A completare un quadro tutt’altro che positivo si aggiunge il rapporto annuale stilato dall’ONG Human Rights Watch che denuncia  un sistema penale incapace di assicurare giustizia alle vittime di crimini violenti. “Le cause principali di quest’inefficienza”, si legge nel rapporto, “sono dovute alla corruzione, all’inadeguatezza dei processi ed ad una sorta di complicità tra criminali e difensori pubblici”. Ma il vero fallimento (per ora) delle politiche di sicurezza di Peña Nieto si registra nella presenza, sempre più cospicua, di gruppi popolari di autodifesa, come quelli formatisi negli stati più colpiti dalla presenza della criminalità organizzata quali il Michoacan o il Guerrero, che sottolineano un colpevole vuoto istituzionale. Il 2013, così, sotto il profilo della sicurezza si chiude in salita per il giovane Presidente, che non ha ancora ridato quella fiducia nelle istituzioni di cui il popolo messicano ha disperatamente bisogno.

2. Economia: chi pagherà il nuovo piano fiscale adottato dal Governo?

Dal punto di vista economico, l’anno si è chiuso sul dibattito sollevato dalla recente riforma fiscale proposta dall’esecutivo. A partire dal 2014, infatti, una nuova tassazione coinvolgerà molte sfere della vita pubblica dei cittadini ed a farne le spese non saranno solamente i redditi più elevati (quelli, per intenderci, che vanno oltre il milione di pesos e che dovranno versare il 34% delle loro entrate) ma anche, per esempio, i commercianti della cosiddetta comida chatarra, il cibo spazzatura, diretti o indiretti responsabili degli alti tassi d’obesità del Paese. Molti Messicani saranno così costretti a rivedere la propria alimentazione, poiché tutti i dolci, le bibite (ma non gli alcolici) ed, in generale, gli alimenti ad alto tasso calorico, subiranno un’impennata nei prezzi. Stessa cosa per il cibo destinato agli animali domestici e per i trasporti, ai quali verrà applicata un’IVA del 16%. Le zone di frontiera, poi, perderanno le loro agevolazioni fiscali e dovranno sottostare alla stessa tassazione vigente negli altri Stati. Il Fondo Monetario Internazionale, che ha seguito con interesse le manovre dell’attuale governo, parla di “passi impressionanti” compiuti dall’esecutivo, pur ritenendo necessari “ulteriori sforzi” per l’immediato futuro. Ben più scettico, invece, si proclama l’IMEF, l’Instituto Mexicano de Ejecutivos de Finanzas, il quale prevede che tale riforma “graverà soprattutto sulla classe media […] ed accentuerà, al posto di combattere, l’evasione fiscale“. Tuttavia, malgrado gli incoraggiamenti internazionali, l’economia del Paese avanza con lentezza. Sebbene, infatti, l’ultimo trimestre del 2013 si sia chiuso con una crescita del PIL dello 0,84%, un dato che va oltre le cifre stimate dall’INEGI, (Instituto Nacional de Estadística y Geografía), gli esperti cominciano a temere lo spettro di un’imminente recessione. Raúl Feliz, docente di Economia al CIDE, parla di una “decelerazione profonda” della crescita economica che “al primo evento negativo potrebbe mandare il Paese in recessione“. Allo stesso modo, il direttore della facoltà di Economia del prestigioso Tecnológico de Monterrey, Raymundo Tenorio, afferma: “non siamo in crisi. Sì, l’attuale ciclo economico è lento ma, alla fine, non si può ancora parlare di recessione“. Il Messico si trova quindi a dover fronteggiare due tendenze distinte: da una parte quella internazionale, che ha accolto con favore le recenti riforme (a conferma di ciò, nel mese di maggio 2013, l’agenzia Fitch ha alzato il rating del paese da BBB a BBB+), dall’altra quella interna che guarda con perplessità alle manovre dell’esecutivo. D’altronde, come sottolinea l‘ultimo rapporto della CEPAL, Comisión Económica para América Latina y el Caribe, tra le undici Nazioni prese in considerazione del continente latinoamericano, il Messico è l’unica che ha visto elevarsi il proprio tasso di povertà con una crescita annua troppo esigua per far fronte alle necessità del Paese. Il rischio, allora, è che la recente riforma fiscale approvata dal Governo, coinvolgendo tutti gli strati della società, aumenti, al posto di diminuire, la disuguaglianza sociale che regna nel Paese.

3. Telecomunicazioni: competitività e riforme, ma l’informazione sarà davvero libera e democratica come annuncia il Governo?

Il Messico apre il proprio mercato delle telecomunicazioni alla competitività: questo dovrebbe essere l’esito della riforma promulgata lo scorso 10 giugno dal presidente Peña Nieto. Tremano, quindi, imperi monolitici come quello di Carlos Slim, proprietario di América Móvil, che detiene il controllo di circa il 70% della telefonia del Paese, o quello di Televisa, una delle più grandi compagnie private di mezzi di comunicazione al mondo.
Tre sono i punti fondamentali della riforma: la restrizione dell’area d’intervento dei singoli attori, la cui presenza verrà limitata al 50% del mercato, l’apertura ad investitori stranieri sino ad un 100% per le telecomunicazioni ed un 49% per la radio e la televisione ed, infine, la creazione di organi specifici volti al controllo delle attività delle diverse compagnie operanti nel campo. Tale riforma, inutile sottolinearlo, ha incontrato il favore di buona parte dell’opinione pubblica e dell’opposizione. Tuttavia, rimangono delle perplessità riguardanti le reali intenzioni politiche del presidente Peña Nieto che, con l’introduzione delle nuove regole sulla competitività, andrebbe contro gli interessi di alcuni tra quelli che furono i suoi più strenui sostenitori in tempo di campagna elettorale (un nome fra tutti: Emilio Azcárraga, patron di Televisa). Scettici si dimostrano anche gli accademici, tra i quali Clara Luz Alvarez, esperta di diritto delle telecomunicazioni: “L‘intervento di aziende estere nella radiotelevisione messicana, oggi assolutamente proibito, potrebbe rivelarsi svantaggioso laddove il Governo non sia abbastanza forte da far rispettare gli accordi di reciprocità. In più la riforma parla della creazione di organi di controllo autonomi che potranno avvalersi dell’opinione, non vincolante, dell’esecutivo ma quanto quest’opinione potrà ritenersi, realmente, non vincolante?”.
Tuttavia, mentre si discute di competitività e varietà di informazione, un’altra, drammatica, realtà legata ai mezzi di comunicazione resta lontana dall’attenzione dell’opinione pubblica: la protezione dei giornalisti. Secondo le stime di Human Rights Watch, infatti, tra il 2000 ed il 2012 ben 82 reporter sono stati uccisi dopo aver denunciato fatti legati alla corruzione ed alla criminalità organizzata. “Nonostante più di 600 casi di attacco diretto agli organi di stampa negli ultimi sei anni, le autorità si sono rivelate incapaci di portare avanti inchieste e processi.” Ci sarebbe allora chiedersi quanto democratica e varia possa essere considerata l’informazione del Paese, fin quando i suoi protagonisti dovranno pagare con la vita il diritto dei cittadini all’informazione.

Il piano di riforme di Peña Nieto sta iniziando a dare i suoi frutti. O no?
Il piano di riforme di Peña Nieto sta iniziando a dare i suoi frutti. O no?

4. Politica: riforma energetica, solo questione di ideologia?

Gli ultimi giorni del 2013 non sono stati facili per il presidente Peña Nieto: con la promulgazione, lo scorso 20 dicembre, della riforma energetica che, negli ultimi mesi, ha letteralmente spaccato l’opinione pubblica messicana, il 2014 non può che annunciarsi come un anno in salita per il giovane governo priista. Le proteste che hanno infuocato le piazze durante lo scorso autunno, d’altronde, non sembrano volersi arrestare. Modificando gli articoli 25, 27 e 28 della Costituzione, tale riforma prevede infatti l’entrata in campo di imprese private, nazionali e straniere, nella co-gestione delle risorse petrolifere del Paese. L’intento del Governo sarebbe, quindi, quello di metter fine all’esclusività operativa della Pemex, l’azienda statale continuamente al centro di scandali legati alla corruzione, favorendo così dei prezzi più competitivi sul mercato e la creazione di nuovi posti di lavoro. Ambizioni, queste, che non convincono né l’opposizione né una buona metà dell’opinione pubblica, preoccupata che, dietro ad un’apparente “pulizia” interna, il Governo stia in realtà minacciando il monopolio statale sulle risorse energetiche, stabilito dalla riforma del 1938 voluta dall’allora presidente Lázaro Cárdenas del Río. Peña Nieto sembra quindi voler aggirare il problema della corruzione, un male che prima della Pemex ha portato al collasso altre aziende statali, per tendere invece la mano agli interessi dei privati; una mossa, questa, che milioni di Messicani potrebbero non perdonargli.

5. Società: i maestri tornano sui banchi di scuola, ma cosa cambierà davvero?

L’iter legislativo della riforma educativa è giunto a compimento il 10 settembre scorso con la promulgazione delle tre leggi secondarie, ma le proteste che hanno monopolizzato l’attenzione pubblica durante tutta l’estate, al posto di affievolirsi sono esplose. Dal 2014 la scuola pubblica messicana, desiderosa di scalare le classifiche OCSE che situano il Paese all’ultimo posto in quanto ad efficienza accademica, obbligherà così i propri insegnanti a sottoporsi a valutazioni periodiche, il cui esito negativo, al terzo tentativo, potrebbe comportare la perdita dell’abilitazione. Una decisione, quella del governo priista, apparentemente dettata dalla necessità dello Stato di riappropriarsi del proprio sistema educativo, a lungo abbandonato nelle mani del principale sindacato del settore, lo SNTE, alla cui presidenza, sino allo scorso anno, vi era Elba Esther Gordillo, arrestata per malversazione ed eletta da Forbes tra le personalità messicane più corrotte del 2013. I primi passi verso un sistema più trasparente ed efficiente sono stati effettuati già nell’ultimo semestre dello scorso anno con il tentativo, da parte del Governo, di censire il proprio corpo docente. Censimento al quale si sono rifiutati di partecipare circa 157.000 insegnanti contrari alla riforma i quali, dall’1 gennaio 2015, rischieranno di vedere il proprio nome escluso dalla nomina di pagamento. All’iniziativa del Governo, però, non hanno potuto partecipare neanche tutte quelle scuole alle quali, per ragioni logistiche o geografiche, non è stato possibile essere raggiunte dai registri del censo. Quelle stesse scuole, situate per la maggior parte negli stati più poveri a sud del Paese, che rischiano di trovarsi, ancora una volta, alla periferia del sistema e di una riforma che sembra dimenticarle sul fondo delle proprie ambizioni.

Benedetta Cutolo

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Benedetta Cutolo
Romana di nascita ma parigina d’adozione, ho studiato e viaggiato un po’ ovunque. Dopo un Master alla Sorbona, mi sono laureata con doppio titolo in “Culture letterarie europee” presso l’università di Bologna e quella di Strasburgo. Successivamente ad alcune esperienze presso testate italiane, da alcuni mesi collaboro nella realizzazione di reportage di guerra e d’attualità per le principali emittenti francesi ed internazionali.
Viaggio appena posso e dove posso, parlo tre lingue ma ne sto imparando una quarta perchè ho come la sensazione che mi manchino le parole. Per il “Caffé Geopolitico” mi occuperò principalmente di Centro e Sud America, lì dove ho lasciato il mio cuore gitano

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