Puoi leggerlo in 4 min.

Il Summit della NATO che si è appena chiuso a Lisbona ha toccato e definito alcuni tra i punti più critici nell’area di attività e nelle alleanze dell’organizzazione: Afghanistan, difesa missilistica in Europa, rapporti con la Russia. Ne è nata una visione del futuro dell’Alleanza in contrapposizione ad alcuni punti fermi del passato, che apre ad una nuova fase di possibile cooperazione tra Stati Uniti, Europa e Russia.

 

NUOVA VITA CON I RUSSI – Era il momento atteso, quello in cui il disgelo con la Russia sarebbe stato “ufficializzato”. Dopo le tensioni dovute alla guerra tra Russia e Georgia, dopo i continui disaccordi sul dispiegamento nell’est Europa dello “scudo antimissile”, ecco che a Lisbona si sancisce la possibile svolta nei rapporti di Mosca con Stati Uniti ed Europa. Durante il Summit, infatti, ci sono stati chiari segni di distensione ed apertura, soprattutto tra Obama e Medvedev. D’altro canto questa nuova fase di cooperazione non è solo un’opzione, ma una necessità, per tutti. Da un parte infatti la Russia, nonostante la propria stabilità politica presente (e futura), si trova comunque in una rischiosa fase di declino economico, demografico e tecnologico, peraltro pressata in Asia dalla competizione della Cina, che di fatto può indebolire la sua storica leadership regionale. Per Mosca la cooperazione con i vicini europei è l’unico modo per crescere e non dipendere solo dai prezzi di gas e petrolio (principali fonti attuali di guadagno e di forza). Dall’altra l’Europa, che ha nella Russia non solo un fondamentale fornitore di risorse energetiche, ma anche un grande mercato per poter da sfogo alla propria economia, che ha urgenza di ripartire (infatti, nonostante le tensioni recenti, paesi come Francia, Germania ed Italia hanno continuato a coltivare senza rallentamenti le proprie relazioni con Mosca). E poi ci sono gli Stati Uniti: Afghanistan, Iran, terrorismo e radicalismo islamico in Asia Centrale. Questi sono tra i principali temi su cui Washington e Mosca hanno necessità di collaborare. Senza dimenticare il nodo della non-proliferazione nucleare: sinora il Senato americano ha temporeggiato sulla ratifica del nuovo Trattato START, cosa che sta frenando i rapporti tra i due Paesi e che rimane tuttora il maggiore fattore di rischio per questa nuova fase. Verrà approvato a breve? Così ha auspicato il Presidente russo Medvedev.

 

LO SCUDO ANTIMISSILE – Un prodotto tangibile del Summit, che rappresenta la testa di ponte di questo difficile nuovo equilibrio, è la nuova dottrina strategica della NATO. Un aspetto rilevante di questa, coinvolge la conferma dell’importanza dei sistemi di mutua difesa, come l’articolo 5 (principio di mutuo soccorso), la difesa da attacchi informatici esterni e lo scudo antimissile, quest’ultimo indicato come priorità dell’Alleanza. Viene abbandonata la scelta dell’amministrazione Bush di porre radar e batterie missilistiche in Polonia e Repubblica Ceca, così da salvaguardare i rapporti con la Russia; allo stesso tempo però una difesa antimissile viene ritenuta vitale per proteggere le popolazioni europee e le strutture militari NATO dalla possibilità di una minaccia proveniente ad esempio da paesi ritenuti ostili quali Iran e Siria. Come conciliare le due necessità? La strategia dell’Alleanza include il probabile posizionamento dei radar e delle batterie in Turchia, nelle acque del Mediterraneo Orientale e in Europa sud-orientale, così da delineare in maniera inequivocabile la direzione dalla quale si prevedono possibili minacce, ovvero il Medio Oriente; dall’altro però riapre il problema dei rapporti con la Turchia. Ankara infatti è un membro stabile dell’alleanza, tuttavia nell’ultimo anno ha sviluppato legami più stretti con Damasco e Teheran; la delegazione turca ha perciò offerto la disponibilità del proprio territorio chiedendo però come contropartita che tali paesi non vengano inseriti nella lista dei nemici della NATO. Quella che ne deriva è una posizione un po’ ambigua della leadership di Ankara, il cui orientamento politico in caso di disputa con Iran e Siria potrebbe non coincidere con quello degli altri alleati atlantici.

 

content_593_2

L’ESPANSIONE A EST – Rimane invece bloccata l’espansione della NATO verso Est, anche in questo caso per non peggiorare le relazioni con Mosca. Quest’ultima ha infatti sempre osteggiato un allargamento dell’Alleanza fino ai propri confini, pertanto i processi di ammissione dell’Ucraina e della Georgia vengono tenuti in sospeso. Del resto Kiev è ora governata da un governo con posizioni filo-russe, meno propenso a unirsi all’alleanza atlantica. Per quanto riguarda invece lo stato caucasico l’interesse risulta maggiore, tuttavia si vogliono evitare nuovi motivi di conflitto con la Russia come avvenne nel 2008; improbabile dunque un avanzamento della candidatura di Tblisi, mentre appare probabile una richiesta a Mosca di riconsiderare il riconoscimento e la protezione militare concessa alle regioni georgiane separatiste e autoproclamatesi autonome dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud.

 

AFGHANISTAN, TUTTI A CASA? – Altro tema caldo affrontato è stato quello della tanto ricercata, anzi agognata, exit strategy, cioè la strategia per portare via i militari dall’Afghanistan senza lasciarsi dietro un Paese pronto a ripiombare nel caos ed una immagine molto degradata dell’alleanza internazionale. Difficile conciliare queste due esigenze con l’urgenza di fare presto: ma da Lisbona è venuta fuori una prospettiva temporale definita nei contorni di massima, che stabilisce nel 2014 il “termine ultimo” per la chiusura di quella parte di missione militare definita “combat, cioè quella che coinvolge direttamente i militari stranieri nel controllo armato del territorio. Rimarrà invece in piedi la parte di missione relativa al supporto tecnico, militare e di formazione delle forze di sicurezza di Kabul. Questa soluzione rappresenta la base minima per dare un senso allo sforzo sinora profuso dalla NATO, ma rischia di essere solo un modo di uscire dal paese in maniera non troppo traumatica, se non affiancata da uno sforzo accresciuto per i negoziati interni di riconciliazione con Talebani ed insorti. Il Presidente afghano Karzai ha infatti sottolineato la necessità che i leader mondiali lo appoggino nei negoziati con i Talebani, che si sono intensificati da alcuni mesi. Attualmente questi negoziati sono “sostenuti” sul piano militare da un maggiore livello di attività dei soldati della missione internazionale (in concreto: sono state condotte più missioni ed in aree più delicate e controllate dagli insorti, ragion per cui sono anche aumentati i morti ed i feriti tra le truppe afghane e straniere). Se dunque si prospettasse una diminuzione del lavoro militare senza aumentare lo sforzo nei negoziati, allora è probabile che Karzai non sarà in grado di ottenere risultati apprezzabili, soprattutto perché i 4 anni di supporto militare residuo potrebbero differire poco dai quasi 9 appena passati.

 

DOVE VA LA NATO? – Anzitutto in Russia, si direbbe. Lo sblocco delle relazioni con Mosca potrebbe davvero essere il risultato tangibile di questo Summit di Lisbona, forse capace di sgomberare il campo da scorie di vecchio stampo (vedi difesa missilistica). Questo potrebbe ampiamente facilitare una collaborazione aperta e pragmatica su temi che non solo toccano la sicurezza, cioè la missione cardine della NATO stessa, ma che possono creare la necessaria distensione per affrontare temi economici critici che, è evidente, preoccupano quanto le minacce alla sicurezza.

 

Pietro Costanzo e Lorenzo Nannetti

redazione@ilcaffegeopolitico.net

 

Print Friendly, PDF & Email

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci qui il tuo commento
Inserisci il tuo nome