L'intervento di Chuck Hagel al Manama Dialogue 2013
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Dal 6 all’8 dicembre si è tenuta in Bahrain la nona edizione del ‘Manama Dialogue’. Organizzato dall’ISS – International Institute for Strategic Studies – l’evento consta di un summit internazionale sulla sicurezza regionale del Medio Oriente, cui partecipano ogni anno esponenti di alto livello, governativi e privati, coinvolti nei grandi giochi strategici dell’area. Cosa è successo quest’anno?

 

RIFLETTORI SULL’IRAN… – L’argomento più gettonato è ovviamente l’Iran e il suo posto nella regione alla luce dei recenti negoziati di Ginevra, terminati con risultati tutto sommato positivi. Attesissimo, a tal proposito, l’intervento del segretario della Difesa statunitense Chuck Hagel che, come prevedibile, ha impostato le proprie (consistenti) parole sulle rassicurazioni dovute agli alleati arabi in merito alla posizione di apertura tenuta dall’Amministrazione Obama nei confronti di Teheran. Hagel ha ribadito la solidità dei rapporti con i Paesi arabi moderati e l’interesse degli USA a corroborare le relazioni già esistenti per favorire il raffreddamento generale del Medio Oriente, ribadendo però la libertà e necessità di Washington di allargare lo sguardo a “nuovi interlocutori” (leggasi Iran). Libertà di azione compensata con la conferma e ampliamento dei programmi di collaborazione militari, che includono anche la vendita di alcuni equipaggiamenti sensibili precedentemente non consentiti, per esempio i missili da crociera e gli armamenti antimissile più sofisticati.

Per ribadire le preoccupazioni arabe (soprattutto saudite) sull’argomento, particolare attenzione è stata riservata ai panels sulla non-proliferazione nucleare.

 

…MA NON SOLO – L’argomento Iran ha messo in ombra la crisi siriana, precedentemente considerata il cardine della Conferenza, durante la quale si sarebbe dovuto fare il punto. Il tema è stato però ampiamente affrontato e discusso, ma senza grosse novità. Anzi, gli interventi dello stesso Hagel e del segretario di Stato britannico per gli Affari Esteri e del Commonwealth, William Hague, hanno confermato il trend attuale, con le grandi potenze restie a intervenire manu militari o comunque impelagarsi in una nuova avventura dai risvolti imprevedibili. Da parte inglese, però, si punta sul rilancio della cooperazione in materia di sicurezza con i partner tradizionali dell’area, forse alla ricerca di una valvola di sfogo per il comparto industriale del settore Difesa del Regno Unito che, pur conservando la tradizionale importanza, ha fame e bisogno di nuove commesse. Esigenza che, come per le relazioni Medio Oriente-Washington, ben si coniuga con la volontà di rinforzare le difese dei Paesi del Golfo. Per fare un esempio, la sommatoria delle richieste di Bahrain, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si appresta a creare una fetta di mercato per 220 aerei da caccia, molto appetita.

Il summit di Manama è stato anche l’occasione per fare il punto sugli attori oggetto di preoccupazione e da considerarsi “osservati speciali”: Egitto, Libia e Iraq.

Egitto e Libia, sebbene appartenenti al Nord Africa, vengono ormai da tempo associati al contesto mediorientale e come tali hanno rappresentato oggetto di dibattito. I due Paesi non sono stati il cuore del summit, ma la Libia in particolare, sempre più considerata come uno Stato in paralisi, è stata portata quale esempio dello scarso coinvolgimento occidentale e/o dell’incapacità di intervenire opportunamente per fermare la lotta tra “clan” che rende il Paese debole, ricettacolo di attività minacciose per la sicurezza internazionale: jihadismo, terrorismo politico, criminalità organizzata internazionale e traffico di armi.

L’Iraq ha invece destato più attenzione, perché la ripresa della violenza politica diffusa fa pensare al ritorno a un clima di guerra civile. Gli Stati del Golfo temono soprattutto di dover intervenire in prima persona e di tasca propria, visti gli incalzanti spunti alla creazione di cornici regionali apposite per la gestione “locale” delle aree di crisi.

 

I FUORI PROGRAMMA – Gli argomenti di cui sopra erano già attesi. Se ne sono aggiunti due (ufficiosi e non compresi in panels dedicati) che possono considerarsi nuovi nella sede di Manama, seppur conosciuti in altre istanze: le preoccupazioni interne del Bahrain e il ruolo dell’India in Medio Oriente. Nel corso del summit gli animi dei cittadini di Manama si sono infuocati nuovamente e si è reso necessario l’intervento delle Forze dell’Ordine per riportare la calma. Dal 2011, anno della Primavera araba, sono in corso sommosse e rivolte in Bahrain per l’ottenimento di maggiori diritti civili e politici.

I delegati internazionali in attesa dell'inizio della Sessione Plenaria.
I delegati internazionali in attesa dell’inizio della Sessione Plenaria

Poco è stato fatto in tal senso, ma il Paese complessivamente ha retto, grazie anche all’intervento del Gulf Cooperation Council. Tuttavia i cicli di proteste si susseguono e in assenza di argomenti più scottanti gli stessi Stati Uniti avrebbero avuto interesse a mettere pressione al Bahrain affinché questo proceda alle riforme prima di rischiare la perdita di controllo sul territorio.

Infine l’India: non è un mistero che Nuova Delhi abbia allargato lo sguardo al mondo mediorientale e la sua fame di risorse e ruoli da protagonista a ovest dell’Oceano Indiano hanno raggiunto le coste di quasi tutti gli Stati della regione. L’India importa due terzi del fabbisogno di petrolio dai Paesi del Golfo e la sua bilancia commerciale registra affari nell’area per 1,3 miliardi di dollari per il 2013. La propositiva partecipazione del ministro degli Esteri indiano Salman Khurshid ha confermato l’interesse a passare anche al piano politico e prendere parte attiva alle dinamiche del Medio Oriente, partendo proprio dal settore sicurezza.

 

Marco Giulio Barone

 

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