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La BCE ha di recente tagliato il costo del denaro, nella speranza di sconfiggere lo spettro della deflazione. Tale provvedimento, già adottato in parte sia dagli Stati Uniti che dal Giappone, non sembra soddisfare le attese. Gli enormi stimoli monetari provenienti dalle Banche centrali non riescono ad alimentare il credito di famiglie e imprese. Allora, dove s’inceppa il meccanismo di trasmissione che inghiottisce la stragrande maggioranza di tutti questi soldi?

 

INFLAZIONE – I dati parlano chiaro: a ottobre l’indice dei prezzi al consumo calcolato dall’ISTAT è sceso allo 0,8% su base annua rispetto allo 0,9% di settembre, ovvero il livello più basso degli ultimi quattro anni. L’inflazione continua a diminuire e, sebbene il divario rispetto al mese precedente non sembri smisurato, il dato allarma se si considera il contestuale aumento dell’IVA al 22%. In linea teorica i prezzi sarebbero dovuti salire di un punto percentuale, ma sembra che i commercianti abbiano deciso di non “scaricare” l’aumento sul consumatore finale. Si compra così poco che ogni nuovo aumento si tradurrebbe, per i rivenditori, in minori entrate.

 

BANCA CENTRALE EUROPEA – Lo spettro della deflazione ha costretto la BCE a tagliare il tasso d’interesse base dell’area euro di 25 punti base (un punto base equivale allo 0,01%) e in questo modo il principale riferimento sul costo del denaro (EURIBOR, vedi “Chicco in più”) scende allo 0,25 per cento, nuovo minimo storico da quando esiste la moneta unica. La decisione è stata presa, come ha affermato il presidente della BCE Mario Draghi, per contrastare la frenata dell’inflazione ed evitare il rischio di deflazione.

 

FED e BOJ – Anche altre Banche centrali, quali quelle americana (FED) e giapponese (BOJ) hanno predisposto, in situazioni simili, la stessa ricetta di politica monetaria. Gli Stati Uniti nel marzo del 2009 videro scendere l’indice dei prezzi al consumo sotto la soglia dello zero e nello stesso mese la Federal Reserve inaugurò il primo piano di espansione monetaria attraverso l’acquisto di titoli di Stato e subprime. L’inflazione ripartì, ma oggi è diminuita nuovamente all’1% circa, nonostante una enorme quantità di denaro riversata nell’economia (85 miliardi di dollari al mese). Dal canto suo il Giappone sta tentando di sconfiggere una stagnazione ventennale con una più che aggressiva politica economica introdotta nel 2012 dal premier Shinzo Abe  e supportata a gran voce dalla Bank of Japan.

 

FINANZA – Ma il nodo centrale è che l’economia reale non mostra segnali di ripresa, poiché, nonostante l’ingente volume di denaro emesso dalle Banche centrali, il credito a imprese e famiglie, l’unica alternativa che sbloccherebbe sviluppo e consumi agevolando la ripresa della domanda, continua a latitare. Allora, dove finiscono questi soldi? Nell’acquisto di titoli di Stato e azionari da parte delle banche, a costo praticamente nullo. Ciò è comprovato, da un lato dai record fatti segnare dai listini borsistici e dall’altro dai minimi valori dei rendimenti delle obbligazioni statali. Infatti, subito dopo la decisione del taglio dei tassi da parte della BCE si è registrata una fiammata delle Borse: l’euro è calato a 1,33 da 1,35 (rispetto al dollaro) e Milano, che perdeva lo 0,7%, ha guadagnato lo 0,8%, mentre Parigi e Francoforte hanno recuperato oltre l’1%. In più, per quel che riguarda i titoli di Stato, è sceso lo spread tra BTP decennali e Bund tedeschi.

 

Riuscirà Draghi a salvare l'Euro?
Riuscirà Draghi a salvare l’euro?

I BENEFICIARI – Secondo un’analisi del “Financial Times” è stato il settore dei prestatori non bancari, scarsamente regolato e vigilato (conosciuto in inglese con il termine “shadow banking“), a guadagnare dai piani di quantitative easing (espansione monetaria della Fed), dato che ha visto crescere i propri asset di circa il doppio. In particolar modo, i fondi d’investimento specializzati nel settore immobiliare e le società finanziarie specializzate hanno aumentato le proprie attività dai 779 miliardi di dollari del 2008 ai 1.220 nel 2013.

 

RISCHIO BOLLA SPECULATIVA – Il rischio è insito nella natura stessa dei tassi d’interesse, che prima o poi sono destinati a salire, innescando una pericolosissima quanto più che probabile vendita degli asset con conseguente scoppio della bolla speculativa del sistema finanziario. Già nel 2008, dopo un periodo di bassi tassi voluto dall’allora presidente della Fed, Alan Greenspan, esplose la bolla dei mutui e derivati subprime appena i tassi iniziarono a salire. La preoccupazione sta nelle ovvie conseguenze di un’ulteriore stretta creditizia verso mutui e prestiti, che danneggerebbe, quasi irreparabilmente, gli sforzi profusi sino a oggi da famiglie e piccole imprese.

 

Davide Del Prete

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Davide Del Prete

Mi sono laureato in economia dello sviluppo avanzata presso l’Università degli Studi di Firenze nel 2012 con una tesi sulla relazione tra il commercio internazionale e la disuguaglianza, ed attualmente sono un dottorando, al secondo anno, in economia e finanza internazionale alla Sapienza. Dopo aver partecipato ad un progetto di ricerca nel sud del Portogallo nel 2011 sullo sviluppo sostenibile, ho collaborato con la Farnesina per una relazione economica sui paesi dell’Africa occidentale. In attesa di future esperienze estere, tento di ritagliarmi un piccolo spazio nella nostra penisola.

1 commento

  1. Consiglio la lettura di:   http://goo.gl/EjeEAq   (per chi parla inglese), fornisce un’interessante instantanea sull’evoluzione del mercato degli high-yeld corporate bonds da quando la FED ha iniziato con il primo round di QE. 
    Nell’articolo non se ne parla, ma sarebbe interessante notare come nella periferia dell’eurozona ci si trovi ancora in una situazione di credit crunch (per esempio in Italia  o in Spagna). Quanto su questo abbiano inciso le politica monetaria della BCE negli ultimi 3/4 anni e le politiche economiche e fiscali promosse a livello europeo, sarebbe un altro punto interessante da approfondire. 
    Allo stesso tempo sembrerebbe che l’intero sistema finanziario globale sia ormai assuefatto a tassi di interesse vicini allo zero e non e’ facile capire quale sara’ la traiettoria da seguire per tornare ad un equilibrio con un livello di tassi maggiore. Basta vedere l’effetto che la sola “minaccia” di possibile tapering da parte della FED ha avuto sui mercati emergenti la scorsa estate. In tutto questo una ripresa economica molto debole (laddove di ripresa si possa parlare) sicuramente non facilita il compito dei vari governatori centrali.

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