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Da Washington è partita una richiesta sulla disponibilità dell’Albania per la distruzione dell’arsenale chimico siriano. Tirana tentenna: la responsabilità è grande, ma la via euroatlantica seguita in questi anni la obbliga a dare una risposta in termini brevi.

 

I FATTI – Washington ha richiesto ufficialmente all’Albania di distruggere l’arsenale chimico raccolto e consegnato dalla Siria di Assad, circostanza confermata anche dal ministro degli Affari Esteri albanese, in visita a Parigi il 6 di novembre. L’Albania è stata scelta per motivi tecnici, strategici e geopolitici. Innanzitutto, la sua vicinanza con la Siria via mare darebbe dei vantaggi in termini di trasporto dell’arsenale chimico. In secondo luogo, l’Albania ha alle spalle già un’elevata esperienza quanto a procedure di distruzione di materiale militare, poiché nel 2007 Tirana fu il primo Paese a distruggere tutto il proprio arsenale chimico, prodotto durante il passato comunista. Questa operazione entrava nell’ottica dell’adesione albanese alla NATO. Gli Stati Uniti, all’epoca, furono disponibili a supervisionare le operazioni, intervenendo anche finanziariamente.

 

Immagini dalle proteste
Immagini dalle proteste

TIRANA TENTENNA – Da Tirana fanno sapere che la richiesta è ufficialmente arrivata, ma fino a questo momento nessuna decisione è stata presa. La proposta, infatti, rappresenta un duro scoglio per il Governo: Edi Rama, appena diventato Primo Ministro, aveva subito vietato l’importazione di rifiuti tossici. Una decisione in senso positivo verso la richiesta degli USA, quindi, creerebbe un precedente pericoloso e sarebbe impopolare, col rischio di mettere in dubbio l’operato del nuovo Governo albanese. In conferenza stampa con Stefan Fule (Commissario europeo per l’Allargamento e la Politica europea di Vicinato), in visita a Tirana per le procedure sul futuro status di candidato dell’Albania all’UE, il Primo Ministro ha ammesso di aver avuto un colloquio telefonico con John Kerry. Questo, però, ha sottolineato Rama, non vuole dire che una decisone sia stata presa. Il premier ha voluto insistere sull’argomento: «Siamo solo ai primi colloqui e l’Albania fa parte di un grande numero di Paesi membri della NATO pronti a dare il loro contributo per trovare la migliore soluzione al problema».

 

PRECEDENTE PERICOLOSO – In Albania ricordano bene la strage di Gerdec, il 15 marzo del 2008, quando una nube di fumo coprì il cielo a Tirana e Durazzo, con un’esplosione che scosse le due città. Un errore durante il disinnesco di una bomba causò una deflagrazione a catena, coinvolgendo altri sei depositi di munizioni. Le conseguenze furono disastrose: 26 morti, almeno 300 feriti, 4.000 persone evacuate, 2.300 abitazioni danneggiate, 315 case rase al suolo. Quello che successe dopo, però, fu ancora più grave: subito cominciò il rimpallo per scaricarsi le colpe tra l’allora primo ministro Sali Berisha, che accusava l’azienda americana responsabile dell’operazione, e l’Ambasciatore americano John Withers, il quale sosteneva che la suddetta società avesse terminato il proprio operato l’anno prima. Nessun responsabile degno di nota è stato condannato per la strage di Gerdec, ma il ministro della Difesa Fatmir Mediu si dimise rapidamente.

 

Lo slogan delle proteste è una celebre canzone del Paese delle Aquile: "Amiamo di più l'Albania"
Lo slogan delle proteste è una celebre canzone del Paese delle Aquile: “Amiamo di più l’Albania”

CRESCE LA PROTESTA– Nel frattempo, oltre che a Tirana, le proteste organizzate dall’Alleanza Contro l’Importazione dei Rifiuti (AKIP) sotto lo slogan di una nota canzone, “Amo di più l’Albania”, divampano anche nelle più grandi città del Paese, come Durazzo, Elbasan, Korça e Lushnje. La domanda è perché si sia scelto proprio l’Albania, visti anche i precedenti disastrosi, quando un Paese come la Norvegia (membro della NATO) ha già negato la disponibilità a ospitare la distruzione degli arsenali siriani. Anche l’ex premier Berisha e l’attuale sindaco di Tirana Lulzim Basha hanno tentato di unirsi alle proteste, ma sono stati allontanati dai manifestanti. La mobilitazione non cerca una guida politica, limitandosi a chiedere solo il rifiuto del Governo a farsi carico di questa operazione. La protesta, comunque, si sta allargando anche fuori dai confini albanesi, a Pristina, Berlino, Parigi, Milano, Torino, dove vivono grandi comunità albanesi. Il punto da chiarire per il Governo di Tirana sarà se convenga di più dire no alle richieste di Washington, rischiando di minare i rapporti con gli USA, o tentare il tutto per tutto, andando a provocare un’eventuale escalation delle proteste.

 

Juljan Papaproko

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