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Aung San Suu Kyi, leader dell'opposizione birmana e premio Shakarov 1990
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Aung San Suu Kyi arriva in Europa per ritirare il Premio Sakharov per la libertà di pensiero, concessole nel 1990. Tuttavia, in Myanmar la situazione continua a essere critica.

 

PREMIO SAKHAROV 1990 – Continua la trasferta europea della leader dell’opposizione birmana, Aung San Suu Kyigià premio Nobel per la pace nel 1991. L’appuntamento più importante è stato rappresentato dalla ricezione, al cospetto dell’Europarlamento di Strasburgo, del prestigioso premio Sakharov per la libertà di pensiero, conferito dall’Unione Europea a Suu Kyi nel lontano 1990, ma ritirato solo lo scorso 22 ottobre a causa dei prolungati arresti domiciliari imposti dai generali del regime militare birmano. Figlia di Aung San, eroe dell’indipendenza del Myanmar (allora ancora Birmania), Suu Kyi assunse il nome del padre per dare legittimazione e forza alla propria crociata democratica quando, tornata in patria dopo lungo tempo, decise di assumere la guida del movimento di opposizione fondando nel 1988 la National League for Democracy (NLD).

 

ATTIVISTA PER LA DEMOCRAZIA- Nel 1990 la NLD ottenne una schiacciante vittoria elettorale, ma il legittimo trasferimento di poteri dalla giunta alla Lega non ebbe mai luogo a causa della resistenza dei generali. Nonostante i progressi avvenuti recentemente sotto la legislatura dell’attuale presidente Thein Sein, che hanno permesso una progressiva partecipazione di Suu Kyi e del suo partito alla politica del Paese, il processo di democratizzazione birmano rimane lontano dal concludersi. In questi giorni Suu Kyi ha confermato la propria intenzione di candidarsi come Presidente del Myanmar, ribadendo altresì l’urgenza di riformarne la Costituzione, condizione considerata imprescindibile affinché la democrazia possa radicarsi pienamente. Il regime birmano ha da sempre screditato la legittimità di Suu Kyi come leader nazionale, qualificandone l’essere donna e l’avere legami con l’Occidente come impedimenti (Suu Kyi è stata educata, dopo che in India, in Inghilterra, e, avendo vissuto a lungo all’estero, ha sposato un tibetologo inglese). Al fine di assicurare continuità al proprio potere e prevenire l’avvento di Suu Kyi, che comunque gode del supporto della maggioranza della popolazione, la dittatura ha messo a punto anche un impedimento costituzionale, stabilendo che coloro i quali sono sposati con non birmani non possono concorrere alla Presidenza.

 

http://www.flickr.com/photos/ihhinsaniyardimvakfi/7602174574/
Bambini Rohingya in un campo rifugiati in Bangladesh

SUL CONFLITTO RELIGIOSO IN MYANMAR- Il deficit democratico che da decenni attanaglia quella che era la “Terra dorata” dei racconti di Marco Polo è estremamente complesso. Alla dimensione più propriamente istituzionale si aggiungono i problemi relativi a perduranti conflitti etnici e all’attività secessionista degli eserciti ribelli che controllano ampie porzioni di territorio abitate dalle minoranze. Queste, stando a quelle “ufficialmente riconosciute” dal Governo, sono ben 135, e rappresentano il 40% della popolazione totale. I rimanenti cittadini birmani invece sono Bama (“Burman” in inglese), il gruppo etnico maggioritario al quale la stessa Suu Kyi, come la maggioranza dell’establishment politico, appartiene. Recentemente il conflitto etnico-religioso si è riacceso soprattutto nella regione occidentale dell’Arakan, abitata da una minoranza musulmana di origine bengalese, i cosiddetti Rohingya. In varie località del Paese la comunità musulmana è stata oggetto di pogrom da parte di gruppi di cittadini buddhisti, mentre aumenta il successo del “969 Movement”, il movimento islamofobo capeggiato da un gruppo di monaci, secondo molti vicini ad ambienti politici e da questi protetti. Di fatto, vari osservatori internazionali sostengono da tempo che i Rohingya sono soggetti a persecuzione da parte del Governo centrale ma Suu Kyi, nel corso della sua visita inglese, ha clamorosamente smentito l’accusa. Già contestata per non aver assunto una posizione forte nei confronti della violenza anti-islamica come strategia elettorale (la maggioranza della popolazione birmana, dunque anche della base elettorale della NLD, è infatti buddhista), Suu Kyi ha rigettato l’ipotesi di pulizia etnica durante un’intervista con la “BBC” lo scorso giovedì a Londra. Nel frattempo il “rally” europeo della lady birmana va avanti e giungerà presto anche in Italia: in agenda, insieme agli incontri con le alte autorità dello Stato, il conferimento della cittadinanza onoraria di Roma e della laurea honoris causa in Filosofia da parte dell’Alma Mater di Bologna.

 

Silvia Tieri

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