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La Politica Agricola Comune (PAC) dell’UE si appresta a voltare pagina. Si tratta di un cambiamento effettivo per una delle voci di bilancio più costose (e discusse) delle politiche comunitarie?

 

RIVOLUZIONE AGRICOLA? – L’Europa si appresta a votare in via definitiva la nuova Politica Agricola Comune. Dopo essere stato licenziato dalla Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale, il testo torna in Parlamento (che dopo il Trattato di Lisbona del 2009 entra nella procedura di co-decisione  con il Consiglio) per l’approvazione finale, ma non ci si attendono sorprese. Sono tre anni che si negozia e ormai gli schieramenti sono chiari. Dobbiamo subito distinguere due livelli di dibattito politico, quello macro europeo e quello nazionale.

Già solo questo basterebbe per individuare la natura di compromesso della Pac, segno di un’Europa che non è capace nemmeno di mettere da parte interessi nazionali particolari per un bene superiore. E non è la prima volta, la Pac esiste dal lontano 1962. Ci sono sostanzialmente le stesse resistenze di sempre. In primo luogo la Pac si occupa di agricoltura, cioè di cibo. C’era da assicurare cibo sufficiente, di ottima qualità, per i cittadini europei e redditi decorosi per i produttori nazionali, obiettivi ancora attuali per bocca dello stesso commissario Ciolos.

Ma i produttori, disgraziatamente, sono anche elettori e quindi scontentarli non conviene a nessuno. Da qui, il compromesso, tra mercato e sostegno alle aziende, che venne costantemente esercitato.

A esso si aggiungono le differenze politiche e quelle strategiche: agli inglesi, per esempio, conviene comprare il grano dagli americani perché lo pagano meno, con buona pace dell’Europa continentale che deve così trovare altri sbocchi commerciali.

Insomma, trovare un accordo non era facile. Oggi gli Stati sono ben 28 e buona parte di essi è in recessione; quindi chi è più virtuoso conta di più. Chi è più forte economicamente si fa sentire. La Germania ha provato a dettare le condizioni, ma c’è riuscita fino a un certo punto; il tradizionale contrappeso degno del miglior Montesquieu, la Francia, ha i suoi interessi da tutelare e la Gran Bretagna è decisamente poco interessata alla questione, avendo il solo obiettivo di risparmiare soldi.

 

GLI SCHIERAMENTI POLITICI – I tedeschi di solito si portano appresso gli Stati scandinavi e l’Europa centrale. Quanto basta per creare un “fronte del nord”, che ha già ottenuto una storica vittoria due anni fa quando è riuscito a far concludere all’Unione l’accordo agricolo con il Marocco per disporre tutto l’anno di mercanzia fresca ed economica.

Un vero e proprio sgarbo ai Piigs, tra cui l’Italia, che ha cercato di guidare l’alleanza mediterranea al negoziato prima per il bilancio generale e poi per quello Pac, ma via via gli alleati sono stati ridotti all’impotenza. Prima il Portogallo è crollato sotto i colpi della trojka ed è entrato in una fase di crisi politica interna che lo ha reso debole anche in sede europea, poi la Grecia è stata commissariata dalla Banca centrale. L’Irlanda sull’agricoltura ha un budget (e un’influenza) molto ridotto. Abbiamo fatto fronte comune con la Spagna, ottenendo nel triennio qualche risultato.

La Merkel voleva spendere di meno e razionalizzare le spese, trasferendo la politica economica che l’ha premiata nel campo agrario. Fino a oggi la Pac prevedeva pagamenti diretti agli Stati membri a sostegno di categorie di produttori e allevatori. Ma sin dal 2007 l’entità dell’aiuto è stata svincolata dall’effettiva produzione (i cosiddetti “aiuti disaccoppiati“) per premiare secondo un criterio storico e in base all’ampiezza dell’azienda agricola.

Un criterio discutibile, che di fatto ha permesso lo sperpero di miliardi di euro. Basti pensare che oggi il più grande comune agricolo d’Europa è Roma e che la tenuta di Elisabetta II percepisce aiuti comunitari per via dei tanti ettari su cui si estende. Una razionalizzazione si imponeva, ma noi latini eravamo a forte rischio di vedere ridotto il sostegno alle nostre imprese. Su questo punto la Germania ha vinto: saranno pagati solo gli “agricoltori attivi”; ma questi saranno individuati dagli Stati membri (ecco il compromesso) in quanto l’Unione potrà solo creare una black list di soggetti che non possono ricevere aiuti. Tra questi annoveriamo aeroporti, campi da golf, complessi alberghieri. Tutte strutture che con l’agricoltura proprio non c’entrano.

I Paesi dell’Est neo-comunitari sono, in virtù delle loro condizioni, maggiormente bisognosi e quindi percettori netti (cioè ricevono di più di quello che mettono nel bilancio), l’Italia invece è contributore netto (cioè spende di più di quello che riceve). Germania, Francia e Gran Bretagna volevano spendere di meno e così il bilancio per la Pac è calato: -13% per il primo pilastro (l’organizzazione comune di mercato, per spingere i produttori a unirsi), – 11% per il secondo (lo sviluppo rurale). Nel settennato che arriva al 2020 i produttori europei potranno contare su 373 miliardi di euro, di cui 41,5 per l’Italia. Logico che con meno soldi si debba spendere meglio e altrettanto comprensibile che i piccoli, percettori netti, appoggino la Germania. Sostanzialmente, l’Italia non ha potuto che giocare di rimessa. E non dimentichiamo che spesso a negoziare ci abbiamo mandato ministri di Governi deboli o divisi. Alla fine, tutto si paga e non ci hanno fatto sconti.

 

DO UT DES – Non è elegante, ma così potremmo definire le altre decisioni prese in seno alla Commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale (Comagri). L’Italia è riuscita a ottenere uno slittamento di 24 mesi dell’esistenza del regime delle quote nel settore bieticolo – saccarifero fino al 2017. Altrimenti, quelle pochissime aziende nostrane che ancora producono zucchero non avrebbero potuto stare sul mercato perché comprarlo dall’America Latina conviene di più. Inoltre, il regime dell’impianto di nuovi vitigni viene tenuto sottoposto ad autorizzazione fino al 2030. Questo, a noi che siamo il secondo produttore mondiale, fa comodo perché limita l’avanzata dei Paesi dell’Est (ma non quella di Cile e Australia).

La Merkel ce l’ha lasciato fare. Ma noi ci siamo dovuti piegare (ma non spezzare) sul greening; la pratica, divenuta obbligatoria, di dedicare il 30% delle attività a pratiche eco-compatibili, pezzo forte del Nord Europa e tallone d’Achille dei latini.

Per i nostri produttori, che hanno aziende di piccola estensione e praticano per lo più colture intensive, è tecnicamente complicato trovare lo spazio per attività di questo tipo, che invece sono facili e importanti per le sconfinate aziende agricole del Nord (Europa). Basti pensare che le imprese italiane, su un territorio scarso, sono più di 1.200.000. In Francia, che ha il triplo del territorio utile (cd. S.a.u.) sono 600.000. È tutto diverso, e pur essendo latina, la Francia si allea sempre con la Germania per ricostruire il celebre asse franco-tedesco.

Grande attenzione viene riservata ai giovani. Nel tentativo di aprire i mercati e di aggregare le varie forme di imprese agricola, vengono stanziati fondi per i giovani agricoltori. Di per sé la misura è neutra, ma già sappiamo che per l’Italia sarà penalizzante perché da noi giovani desiderosi di fare la vita del produttore agricolo ce ne sono sempre meno.

 

Il Commissario UE all'Agricoltura, Dacian Ciolos
Il Commissario UE all’Agricoltura, Dacian Ciolos

BUROCRAZIA E QUESTIONI IRRISOLTE – La politica non riuscirà a occuparsi di tutto, le fazioni europee nemmeno. Il quadro politico della nuova Pac emerge come un compromesso in cui la Germania predomina. Complessivamente è stato fallito l’obiettivo tecnico-politico della semplificazione burocratica e la gestione delle pratiche Pac viene resa più pesante e “politica”. Le lobby prevarranno e rendere tutto più complicato servirà ad aumentare la visibilità di chi nella burocrazia sguazza, i politici di turno. Da questo punto di vista, un’occasione perduta.

Andrea Martire

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Andrea Martire

Appassionato di America Latina, background in scienze politiche ed economia. Studio le connessioni tra politica e sociale. Per lavoro mi occupo di politiche agrarie e accesso al cibo, di acqua e diritti, di made in Italy e relazioni sindacali. Ho trovato riparo presso Il Caffè Geopolitico, luogo virtuoso che non si accontenta di esistere; vuole eccellere. Ho accettato la sfida e le dedico tutta l’energia che posso, coordinando un gruppo di lavoro che vuole aiutare ad emergere la “cultura degli esteri”. Da cui non possiamo escludere il macro-tema Ambiente, inteso come espressione del godimento dei diritti del singolo e driver delle politiche internazionali, basti pensare all’accesso al cibo o al water-grabbing.

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