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La minaccia terroristica non scompare, ma cambia velocemente. Washington deve fare i conti con il terrorismo nel Sahel e ridisegnare le proprie strategie, valutando con attenzione la presenza ingombrante della Francia e di altri Paesi africani, su tutti l’Algeria, nello scacchiere africano.

 

AFRICOM – Gli Stati Uniti si trovano da sempre in prima fila nella lotta contro il terrorismo, nonostante ormai da lunghi anni rifiutino l’etichetta di “poliziotti del mondo”, cercando di limitare il più possibile le loro missioni all’estero. Questo disinteresse riguarda principalmente il continente africano, in particolar modo dopo i notissimi fatti in Somalia a inizio anni Novanta. Basti pensare che la base operativa dell’AFRICOM, il comando statunitense preposto alle missioni in Africa, si trova a Stoccarda in Germania e non in una delle capitali africane. Di fatto, gli Stati Uniti non hanno abbandonato totalmente l’Africa, ma hanno semplicemente rivisto le strategie portate avanti in passato e ridimensionato fortemente le missioni. Il Sahel negli ultimi mesi è divenuto tristemente famoso poiché viene etichettato come un vero e proprio covo di terroristi, un’area vastissima che è totalmente, o almeno in parte, fuori dal controllo degli Stati della regione.

 

ARMI E DROGA – Il Sahel e i suoi storici problemi sono stati ignorati finché il flusso di droga e di armi non è diventato talmente importante da attirare le attenzioni della comunità internazionale e anche di numerose formazioni armate legate al terrorismo internazionale. Gli Stati occidentali si sono resi conto che fosse il caso di raccogliere informazioni per poter conoscere realmente ciò che stava accadendo. Al tempo stesso, alcuni gruppi terroristici ritenevano utile inserirsi nei traffici illeciti che potevano così permettere il finanziamento delle loro campagne.

 

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Addestramento di truppe africane da parte di militari statunitensi

PAN-SAHEL INITIATIVE – Anche se non noto all’opinione pubblica, anche quella più informata, già agli inizi degli anni Duemila il Dipartimento di Stato aveva avviato dei programmi per la lotta al terrorismo nell’Africa sub-sahariana. In particolar modo, nel 2002 venne creato il Pan-Sahel Initiative, che doveva rispondere a tre principali obiettivi. Il primo era sicuramente il più difficile, poiché riguardava il controllo delle frontiere in un’area che, oltre a essere principalmente desertica, è tra le più vaste del continente. Il secondo punto riguardava il monitoraggio del terrorismo e dei movimenti delle persone, nonostante in quegli anni il potere di Gheddafi fosse ancora solido e la Libia non fornisse di certo un libero punto di partenza dei migranti verso le coste europee, così come invece avviene oggi. Il terzo e ultimo obiettivo era la possibilità di rafforzare una rete di cooperazione tra gli Stati che fanno parte della regione in modo da puntare a una crescita della stabilità. Si riteneva possibile raggiungere questi obiettivi attraverso attività che miravano principalmente all’addestramento di truppe locali in Mali, Niger, Ciad e Mauritania.

 

GLI USA E LE BASI ITALIANE – La presenza di basi militari in Africa diventa sempre più difficile dopo le Primavere arabe, data l’instabilità politica dei regimi che hanno guidato per lunghi anni Paesi fondamentali nello scacchiere internazionale, quali la Libia e l’Egitto: ciò determina la necessità di rivedere le proprie strategie. Per questo motivo, Washington ha chiesto a Roma la possibilità di sfruttare le proprie basi in Italia, in particolar modo quella di Sigonella, come avamposto per permettere le attività di pattugliamento in Nord Africa, ma anche nel Sahel. Grazie alle nuove tecnologie di cui sono dotati i droni americani, gli aerei senza pilota, è possibile predisporre lunghe attività di controllo delle aree dove non è più possibile far muovere i propri militari in sicurezza. Il “Washington Post” nel 2012 annunciava che fossero in corso delle operazioni che riguardavano l’espansione dei programmi di intelligence nell’area del Sahel. In concreto si utilizzano le basi aeree dei Paesi della regione e, grazie a dei piccoli aerei che possono essere facilmente confusi con aerei civili, si attuano operazioni di monitoraggio, anche grazie a sofisticate tecnologie di cui i Paesi africani non dispongono. Sulla base delle immagini dei territori e della tracciatura dei segnali radio e telefonici si possono quindi raccogliere informazioni che attraverso i satelliti non possono essere recuperate.

 

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Un’esercitazione congiunta di elisbarco

INSTALLAZIONI MILITARI – Detto ciò, possiamo affermare che basi militari in Africa siano ancora presenti, seppure, in molti casi, si tratti di piccole installazioni molto spesso mantenute segrete con l’approvazione dei Governi locali. Una di queste basi si trova in Burkina Faso, nei pressi della capitale Ouagadougou, proprio all’interno dell’aeroporto internazionale. Tali piani, in linea di massima vengono tenuti riservati, lasciando trapelare solamente le notizie che non determinano una perdita di efficacia nelle strategie che sono portate avanti. Si lascia sempre intendere che le decisioni che vengono prese siano in sintonia con le scelte politiche del Paese che ospita i militari stranieri, però è un dato di fatto che le informazioni riguardo alle basi militari nel Sahel siano tenute maggiormente segrete rispetto a quelle esistenti in altre regioni, come quelle in Uganda ed Etiopia. Nonostante ciò, l’unica installazione permanente degli Stati Uniti rimane quella di Camp Lemonnier, a Gibuti: tutte le altre hanno carattere temporaneo, nonostante possano essere sottoposte a proroga.

 

PROSPETTIVE FUTURE – Per il futuro sembra possibile la realizzazione di una base militare in Sudan del Sud nei pressi della città di Nzara. Questo progetto si baserebbe su due obiettivi principali e cioè da un lato il monitoraggio del conflitto tra Khartoum e Juba, che ha dilaniato la regione per decenni e che rischia di perdurare a causa di un forte contrasto sull’utilizzo delle risorse petrolifere, dall’altro la possibilità della cattura del fuggitivo Kony che, grazie alla campagna promossa da Invisible Children, avrebbe un grande valore per l’opinione pubblica a stelle e strisce. Sempre per quanto riguarda il Sahel, sono previsti importanti investimenti: si parla di più di 8 milioni di dollari per l’adeguamento di una base in Mauritania. Gli Stati Uniti devono fare i conti, se così possiamo dire, con un’altra grande potenza che non ha mai nascosto i propri interessi politici per questi territori, ossia la Francia. Per quanto riguarda i Paesi africani, bisogna sottolineare il ruolo dell’Algeria, che ha la forte necessità di limitare il raggio d’azione dei gruppi estremistici, dato che essi potrebbero mettere a repentaglio l’equilibrio politico algerino, già di per sé piuttosto precario. La presenza di più attori non dovrebbe essere un problema, ma rappresenterebbe un’ulteriore possibilità di cooperazione nella lotta al terrorismo.

 

Andrea Marras

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