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Da Shanghai – Cina e Africa sono sempre più vicine. La potenza asiatica è ormai protagonista indiscussa della penetrazione economica nel continente nero: dalle relazioni commerciali agli investimenti esteri, Pechino ha stabilito una presenza capillare, funzionale al proprio export e a soddisfare la sua enorme “fame” di materie prime. I segreti? Non preoccuparsi di fare amicizia con regimi poco democratici e approfittare delle difficoltà dell'Occidente. Direttamente dalla Cina, il “Caffè” vi descrive questa dinamica cruciale per i prossimi equilibri geoeconomici.

ANDATE E ARRICCHITEVI – C’era una volta la Cina maoista. Ermetica, misteriosa, tagliatafuori dal mondo e ancora convalescente per le ferite inflitte dalla Rivoluzione Culturale. Poi arrivò Deng Xiaoping (o meglio, tornò dalle tenebre in cui era stato relegato dagli estremisti del PCC), e pronunciò parole che ancora oggi giungono forti e chiare alle orecchie dei cinesi: “Uscite dalla Cina e arricchitevi!”. Ma uscire per andare dove? Guo wai, che significa ‘fuori dal proprio paese’, era un’informazione talmente vaga da lasciare ampio margine alla fantasia di tutti coloro che fossero desiderosi di tentare la fortuna oltre i confini dell’Impero di mezzo.

Il nuovo corso inaugurava un’ottica tutta diversa, stavolta davvero rivoluzionaria: ogni paese estero doveva trasformarsi in un’opportunità per dare impulso allo sviluppo economico, un’occasione per far crescere il volume complessivo dell’export cinese e, in definitiva, per generare ricchezza.

I primi imprenditori della Repubblica Popolare (e ancor prima quelli di Hong Kong) si concentrarono sulla creazione di una solida rete commerciale con Stati Uniti e Giappone, ma ben presto iniziarono ad investire oltre le mete “tradizionali”, spingendosi fino in Africa. Il volume degli scambi sino-africani passò dai 300 milioni di dollari del 1976 (anno della morte di Mao) ai 2 miliardi e mezzo di dollari del 1988 (dieci anni dopo l’inizio delle riforme di Deng).

Già allora era chiaro che i cinesi avevano smesso di guardare all’Africa attraverso il filtro della propaganda terzomondista e che al posto della solidarietà tra poveri sarebbe presto comparsa quella particolare forma di realpolitik che va sotto il nome di win-win cooperation, ovvero una forma di interazione da cui entrambe le parti potessero trarre un profitto stabile.

La vera svolta non si fece attendere: nel 1989, all’indomani dei fatti di Tiananmen, calò il gelo sulle relazioni economiche e diplomatiche sino-occidentali, e Pechino si rivolse sempre più agli stati africani, con i quali era certa di condividere l’insofferenza verso le critiche delle democrazie occidentali. Per mantenersi alla guida della gigantesca Repubblica popolare, il PCC aveva bisogno di ritrovare la propria legittimazione in una crescita economica talmente robusta da mettere a tacere tutte le contraddizioni del regime.

Non è difficile dedurre da questa premessa che lo sguardo dei cinesi abbia indugiato sul continente nero, ricco di materie prime e risorse energetiche, mercato ancora vergine per le merci cinesi, terra fino ad allora esclusa dalle reti economico-commerciali della globalizzazione occidentale. E fu così che da buoni samaritani dell’era maoista, i cinesi in Africa divennero novelli conquistadores.

IL FASCINO DEL CONTINENTE NERO – La malìa esercitata dall’Africa sulla Cina poggia su tre pilastri ben definiti. Il primo è indubbiamente quello dello sfruttamento delle risorse naturali, vera garanzia di crescita per il colosso cinese. Nel 2000, il Sudan era l’unico paese del continente da cui la Cina riceveva petrolio, mentre ora si sono aggiunti Angola, Congo e Guinea Equatoriale (solo per citare i maggiori fornitori, ai quali andrebbero però sommati tanti altri stati, dal Camerun al Ciad, che hanno aumentato il volume di esportazioni di greggio verso Pechino). Impressionanti sono anche le percentuali relative a ferro (dal Sudafrica), manganese (da Sudafrica e Ghana), cobalto (dal Congo), rame (dallo Zambia) e legno (dal Gabon). Insomma, la lista della spesa è lunga, e ogni paese contribuisce a far sì che a Pechino non manchi mai nulla. Il volume commerciale degli scambi Cina-Africa è aumentato del 700% dall’inizio degli anni Novanta ad oggi. La seconda ragione che spinge la Cina verso l’Africa è la potenzialità rappresentata da un mercato nuovo, in grado di assorbire la sovrapproduzione del sistema economico cinese. Dato che la crisi del 2009 ha sensibilmente ridotto la domanda di beni di consumo in Europa e Stati Uniti, la Cina si è trovata a dover smaltire una quantità notevole di prodotti a basso costo e a tal fine l’Africa, in forte crescita economica e demografica (soprattutto in alcune regioni) è parsa come una destinazione ideale.

Oltre ad una mera questione di export, l’influenza cinese nel continente nero si può spiegare con il crescente interesse di Pechino ad investire in Africa attraverso multinazionali a partecipazione statale. Questo piano non tarderà a mostrare i suoi frutti, dato che gli investimenti cinesi arrivano in un momento in cui la recessione ha bloccato quelli occidentali, o comunque scoraggia costantemente le poche compagnie private che, avendo forti vincoli di bilancio, sono lontane anni luce dal poter promettere grandi affari agli africani.

Terza e ultima ragione che muove Pechino verso l’Africa è il peso strategico che il continente ha nei forum multilaterali. All’ONU la Repubblica Popolare ha avuto spesso bisogno di alleati, e dove trovarne di migliori dei paesi africani, che votano in blocco in suo favore? Le occasioni in cui l’Africa si è rivelata un partner fondamentale sono numerose: dall’assegnazione delle Olimpiadi 2008 a Pechino a quella dell’EXPO 2010 a Shanghai, dalla bocciatura della proposta di adesione di Taiwan all’Organizzazione Mondiale della Sanità all’assoluzione della Cina dalla condanna per violazione dei diritti umani dinanzi allo Human Rights Committee delle Nazioni Unite.

PERCHE’ I CINESI VINCONO E NOI PERDIAMO – Da anni ormai, quando va in scena il solito copione sulla ricerca e l’estrazione di risorse naturali, l’Occidente si trova costretto a dividere la scena con la RPC. Sono lontani i tempi in cui Europa e USA costituivano il solo polo economico mondiale in grado di dettare le proprie condizioni. Come se non bastasse, la Cina ha individuato dei territori dove la concorrenza occidentale è più debole, soprattutto per motivi di carattere politico (basti pensare al Sudan). La regola d’oro dei cinesi è racchiusa nell’espressione “non-interferenza”. La Cina ha invaso i mercati africani stravolgendo gli standard che i paesi occidentali tentano di imporvi da anni, e tratta con la stessa disponibilità e amicizia tutti i suoi clienti africani, siano essi despoti, governi democraticamente eletti, dittatori, regimi patrimoniali o clan di ogni sorta. Per il PCC, chiunque sia al potere è un potenziale alleato e tutto ciò che accade entro i confini di questo o quel paese non è altro che politica interna. Una tale posizione si spiega ovviamente alla luce della situazione politica cinese. Pechino, come molti dei regimi africani suoi alleati, non crede che competa all’Occidente porsi come giudice di questo o quel sistema politico e ritiene che non sia compito di qualsivoglia attore esterno modificare la struttura interna di un certo paese. D’altra parte, la stessa Cina non è una democrazia, e sarebbe dunque quantomeno contraddittorio che essa esigesse dai suoi alleati il rispetto dei diritti umani o le garanzie di una società libera.

L’unica pretesa del governo di Pechino è l’adesione dei futuri partner al principio “one China only”, costringendoli così ad interrompere le loro relazioni diplomatiche ed economiche con Taiwan (ad oggi, solo Swaziland, Burkina Faso, Sao Tomé e Principe e Gambia restano schierati con Taipei).

All’ombra della loro rigorosa definizione di sovranità, i cinesi del Partito, del Ministero del Commercio, della China Exim Bank e di enti simili concludono grandi affari, mentre l’Europa e gli Stati Uniti restano a guardare.

Un nuovo Beijing Consensus (opposto al più noto Washington Consensus) si sta affermando, e la Cina regna sovrana nel mercato africano, offrendo in cambio la costruzione di infrastrutture di ogni sorta, dalle ferrovie alle centrali idroelettriche agli ospedali, il tutto senza chiedere alcun cambiamento di rotta né la minima trasparenza ai sanguinari leader africani.

Per quanto ancora resteremo a guardare? Forse l’ultimo treno per riacquistare credibilità agli occhi degli africani non è ancora passato e possiamo ancora presentarci come partner affidabili, reali, in grado di tenere testa ai cinesi e inserirci in questo nuovo circolo della geopolitica mondiale.

Anna Bulzomi – da Shanghai

9 settembre 2010

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